
Daido Moriyama e il caos come metodo: quando la fotografia smette di cercare la perfezione
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C’è una fotografia di Daido Moriyama che ritrae un cane randagio per strada a Tokyo. È mossa, sgranata, sovraesposta in un angolo e sottoesposta nell’altro. Tecnicamente è sbagliata in almeno quattro modi diversi. Eppure ti guarda, quell’immagine. Ti guarda con una ferocia che nessuna foto perfettamente esposta e nitidamente a fuoco riesce a replicare. E tu, davanti a quello sguardo, smetti di chiederti se la fotografia è bella. Ti chiedi solo se sei abbastanza onesto da fare lo stesso.
Il pretesto: Moriyama e la retrospettiva che rimette tutto in discussione
Negli ultimi mesi, il nome di Daido Moriyama è tornato prepotentemente al centro del dibattito fotografico internazionale. La Tate Modern di Londra ha ospitato una delle retrospettive più complete mai dedicate al fotografo giapponese, raccogliendo decenni di lavoro in un percorso che — come ha scritto BJP Online — non celebra tanto un autore quanto decostruisce l’idea stessa di fotografia come atto controllato. Moriyama, classe 1938, ha attraversato la storia visiva del Novecento con una coerenza paradossale: quella di chi non ha mai cercato la coerenza. Bure, boke, bure — mosso, sfocato, sgranato — è il suo manifesto estetico, tre parole giapponesi che definiscono un approccio che in Occidente avremmo semplicemente chiamato “errore”. Leggi l’approfondimento su BJP Online.
Quello che colpisce, guardando la retrospettiva attraverso le recensioni e i materiali pubblicati, non è tanto la quantità di lavoro prodotto — migliaia e migliaia di fotografie in sessant’anni di carriera — quanto la qualità dell’intenzione che le attraversa tutte. Moriyama non fotografa per ricordare, non fotografa per documentare, non fotografa nemmeno per esprimere se stesso nel senso romantico del termine. Fotografa per stare. Per stare nella strada, nel rumore, nel caos di Tokyo o di qualsiasi altra città che accetta di ospitarlo per qualche ora. La macchina fotografica è il pretesto, non lo strumento.
Il commento: cosa succede quando smetti di controllare
Ti confesso una cosa. Quando ho iniziato a fotografare per strada, la mia ossessione principale era il controllo. Controllo dell’esposizione, della messa a fuoco, della composizione. Passavo ore a studiare come i grandi avevano costruito le loro immagini, cercando di replicare quella geometria invisibile che sembrava governare ogni scatto riuscito. E producevo fotografie corrette, pulite, tecnicamente ineccepibili. E profondamente morte. Non c’era niente in quelle immagini che potesse farti fermare, che potesse farti sentire qualcosa di vero. Erano fotografie che dimostravano che sapevo usare una macchina fotografica. Niente di più.
Moriyama rappresenta l’antitesi esatta di quell’approccio, e questo lo rende scomodo in un’epoca in cui l’algoritmo premia la perfezione tecnica e la coerenza visiva di un feed Instagram. Il suo metodo — se così si può chiamare — è quello dell’immersione totale. Cammina per ore, scatta centinaia di fotografie, spesso senza nemmeno guardare nel mirino. Usa macchine compatte, economiche, che nella cultura fotografica mainstream vengono considerate strumenti di serie B. Eppure ogni sua fotografia ha una presenza fisica quasi insopportabile. Senti il marciapiede bagnato, l’odore della frittura, il rumore delle insegne al neon. È il bianco e nero emozionale portato alle sue conseguenze più estreme: non un filtro estetico, ma una scelta di campo ontologica.
C’è un’intervista in cui Moriyama dice che ogni volta che esce per fotografare non sa cosa cercherà, e che questa ignoranza è la condizione necessaria per trovare qualcosa di vero. Sembra una frase da poster motivazionale, ma se ci stai dentro un momento ti accorgi che è esattamente il contrario: è una delle affermazioni più esigenti che un fotografo possa fare su se stesso. Significa rinunciare alla rete di sicurezza del progetto, dell’intenzione dichiarata, del tema prestabilito. Significa uscire per strada completamente esposto.
«Non sto cercando qualcosa di specifico quando fotografo. Sto cercando qualcosa che non so ancora di cercare. È l’unico modo che conosco per trovarlo.» — Daido Moriyama
La domanda vera: puoi permetterti di sbagliare?
Ecco la questione che Moriyama apre e che nessuno vuole davvero affrontare: quanto del tuo controllo tecnico è competenza, e quanto è paura? Perché c’è una differenza enorme tra padroneggiare uno strumento e usarlo come scudo. La perfezione tecnica può essere una forma di difesa — se la fotografia è perfetta, non può essere giudicata per quello che dice, solo per come è fatta. E quello che dice, spesso, è la parte più pericolosa.
Pensa a questo: quante volte hai scartato una fotografia perché era mossa, o sgranata, o mal esposta, senza chiederti prima se quella imperfezione stava dicendo qualcosa che la versione corretta non avrebbe mai potuto dire? Quante volte hai preferito la versione tecnicamente riuscita a quella emotivamente vera? Non sto dicendo che il mosso sia automaticamente più autentico del nitido — sarebbe un’altra forma di dogmatismo, solo invertita. Sto dicendo che il criterio di selezione non può essere esclusivamente tecnico, perché la fotografia non è un esercizio tecnico. È un atto di presenza. E la presenza, per sua natura, è imperfetta.
Moriyama ha lavorato per decenni in un contesto culturale — quello giapponese degli anni Sessanta e Settanta — in cui la fotografia di strada era anche una forma di resistenza politica e sociale. Le sue immagini di Tokyo ritraggono una città che si stava trasformando a velocità vertiginosa, perdendo pezzi di se stessa ad ogni scatto. Il grana alto, il contrasto estremo, il mosso non erano scelte estetiche nel senso decorativo del termine: erano l’unico linguaggio adeguato a fotografare qualcosa che stava già scomparendo mentre lo guardavi. Questo dovrebbe farci riflettere su quanto le nostre scelte tecniche siano davvero scelte, e quanto invece siano abitudini travestite da stile. Se ti interessa approfondire il rapporto tra intenzione e linguaggio visivo, il percorso sulla fotografia intenzionale affronta esattamente questa tensione.
La domanda che Moriyama lascia aperta non è “come fotografo?” ma “perché fotografo?”. E questa seconda domanda è molto più destabilizzante, perché non ha una risposta tecnica. Non si risolve con un corso di composizione o con una macchina fotografica migliore. Si risolve — se mai si risolve — uscendo per strada senza sapere cosa stai cercando, e avendo abbastanza coraggio da non tornare a casa prima di averlo trovato.
Il caos non è assenza di metodo
Sarebbe un errore leggere Moriyama come un fotografo che lavora senza metodo. Il caos che produce non è il risultato di indifferenza tecnica, ma di una disciplina diversa — la disciplina dell’attenzione totale. Scatta molto, seleziona poco, e quella selezione è feroce. Tra le migliaia di fotografie che produce in una sessione di lavoro, ne sopravvivono pochissime, e quelle poche devono superare un criterio di selezione che non ha niente a che fare con la tecnica: devono essere vive. Devono avere quella qualità che in giapponese si chiama ma — lo spazio vuoto che dà significato a ciò che lo circonda. Un vuoto che non è assenza, ma tensione.
Questo mi ricorda qualcosa che succede spesso nei workshop di street photography: i partecipanti tornano da una sessione di lavoro con centinaia di scatti e faticano a selezionare, perché il criterio che usano è ancora quello della correttezza tecnica. Quando gli chiedo quale fotografia li ha fatti sentire qualcosa mentre la scattavano — non dopo, durante — quasi sempre indicano un’immagine che avevano già scartato mentalmente perché “non era a fuoco” o “la luce non era giusta”. Quella è la fotografia da tenere. Quella è la fotografia di Moriyama.
Conclusione: il cane randagio aveva ragione
Torno a quel cane randagio. Torno a quella fotografia mossa, sgranata, tecnicamente sbagliata in almeno quattro modi. Moriyama l’ha scattata in un secondo, camminando, senza fermarsi, senza calcolare niente. Eppure quella fotografia è diventata una delle immagini più riprodotte della storia della fotografia giapponese. Non perché sia perfetta. Perché è vera. Perché in quello sguardo c’è qualcosa che riconosci — una solitudine, una ferocia, una presenza — che nessuna fotografia costruita con cura potrebbe contenere. La verità, a quanto pare, non aspetta che tu sia pronto a fotografarla. Passa, e tu devi essere abbastanza sveglio da seguirla, anche se significa correre, anche se significa sbagliare. Soprattutto se significa sbagliare. Se vuoi vedere come questo approccio si traduce in immagini concrete, puoi esplorare il portfolio di street photography — non come modello da imitare, ma come traccia di un percorso ancora in corso.
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AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.



