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fotografia come testimonianza

Carol Guzy e la fotografia che non smette di guardare

Ci sono mattine in cui arrivi in un posto sapendo già che vedrai qualcosa che non dimenticherai. Carol Guzy lo sapeva. Arrivava ogni giorno allo Jacob K. Javits Federal Building di New York, macchina fotografica al collo, e aspettava. Non sapeva esattamente chi sarebbe entrato, chi sarebbe stato trattenuto dagli agenti federali, chi avrebbe perso qualcosa di irreparabile in un corridoio di quello che avrebbe dovuto essere un palazzo di giustizia. Sapeva solo che qualcosa sarebbe successo — e che era assolutamente necessario esserci a documentarlo.

La foto dell’anno che fa male

Il 23 aprile 2026, World Press Photo ha assegnato il titolo di Foto dell’Anno a Carol Guzy per l’immagine Separated by ICE, realizzata per il Miami Herald. La fotografia è stata scattata il 26 agosto 2025 nel corridoio del Javits Federal Building: mostra il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano senza precedenti penali e unico sostentamento economico della famiglia, viene fermato dagli agenti ICE subito dopo un’udienza in tribunale. Sua moglie Cocha e i loro tre figli — sette, tredici e quindici anni — rimangono soli, stretti l’uno all’altro, in un posto che in pochi secondi è diventato il luogo dove la loro vita ha cambiato forma per sempre. Puoi leggere l’analisi completa della premiazione su PetaPixel.

Il Javits Federal Building era uno dei pochi edifici federali statunitensi dove i fotografi conservavano ancora il diritto di accesso in quel periodo. Guzy e altri giornalisti ci tornavano ogni giorno, sistematicamente, perché sapevano che quell’accesso era prezioso e poteva chiudersi da un momento all’altro per una decisione amministrativa. Questa fotografia non nasce dall’istinto del momento fortunato o dalla casualità del passante nel posto giusto: nasce dalla decisione deliberata di essere presenti ogni giorno, anche quando non succede niente di notiziabile, anche quando la giornata finisce senza uno scatto che valga la pena di mostrare.

Questa storia mi ha fermato perché tocca qualcosa di fondamentale per chiunque faccia fotografia sul campo, indipendentemente dal livello e dal contesto. Guardando il lavoro dei grandi fotografi della storia ci si rende conto che il filo rosso tra i loro migliori scatti non è mai la tecnica o la fortuna: è sempre la presenza consapevole, quella che si costruisce giorno dopo giorno, anche quando non dà risultati immediati.

C’è una frase che Carol Guzy ha pronunciato quando ha ricevuto il premio. L’ho letta tre volte. “This award belongs to them, not me.” A loro — alla famiglia, ai bambini, a Luis portato via davanti ai propri figli mentre cercava legalità attraverso i canali che lo stato stesso aveva indicato. Non a lei che ha tenuto la macchina ferma e ha trovato il momento. Non alla giuria che ha scelto l’immagine tra oltre cinquantamila candidature provenienti da 141 paesi. A loro. A chi ha vissuto quel momento sulla propria pelle e poi ha accettato di farlo diventare una fotografia.

È una di quelle dichiarazioni che ti costringono a fare un passo indietro e pensare davvero a cosa significa stare dietro a un obiettivo in certi contesti. Guzy non stava documentando un evento asettico o una conferenza stampa. Stava fotografando il momento in cui una famiglia si spacca. Un bambino di sette anni che vede suo padre portato via dagli agenti federali. E lei era lì con una macchina fotografica. E la domanda che si pone qualsiasi fotografo serio in quei momenti non è come costruire la migliore inquadratura possibile: è se si ha il diritto di stare lì a farlo.

Cosa significa davvero essere un testimone

Hai il diritto di fotografare il peggior momento della vita di qualcuno?

È la domanda che si pone ogni fotografo serio almeno una volta nella propria carriera. E se non se la è mai posta, dovrebbe preoccuparsi. Non esiste una risposta definitiva, applicabile a ogni situazione in modo automatico. Esiste solo la responsabilità di starci dentro, con quella domanda sempre aperta, ogni volta che sollevi la macchina verso qualcuno che sta attraversando qualcosa di doloroso o irrecuperabile.

La risposta che mi offre la fotografia di Guzy è complicata e necessaria allo stesso tempo. Quella famiglia stava vivendo qualcosa che lo stato aveva deciso di fare in nome di tutti i cittadini americani, in uno spazio pubblico, seguendo una procedura burocratica applicata migliaia di volte in quei mesi. Un corridoio federale è uno spazio pubblico per definizione. Quello che è successo lì non è un fatto privato: è una scelta politica applicata a una persona con un nome, tre figli, e nessun reato alle spalle. La fotografia di Guzy lo rende impossibile da ignorare. Senza quella fotografia — e senza la sua presenza sistematica in quel posto — quel momento sarebbe diventato una riga in un report burocratico, un numero in una statistica ministeriale. Un volto senza volto.

C’è una differenza enorme tra fotografare per curiosità e fotografare per necessità. Tra alzare l’obiettivo perché la scena è visivamente interessante e alzarlo perché quella scena deve essere vista da qualcuno che non c’era e che non ci sarà mai. Nei workshop di street photography che conduco, questa distinzione è uno dei primi argomenti che apriamo — prima ancora di parlare di luce o composizione, prima ancora di toccare le impostazioni della macchina fotografica. Perché stai fotografando questa persona? Cosa intendi farne? A cosa serve questa immagine? Non sono domande comode. Ma sono le uniche che separano chi usa la fotografia da chi la rispetta davvero, chi la attraversa superficialmente da chi ci costruisce sopra qualcosa di solido.

C’è un altro aspetto di questa storia che colpisce e che non si sottolinea mai abbastanza: la ripetizione. Guzy non era lì per caso quel 26 agosto 2025. Ci tornava ogni giorno. Questo tipo di presenza — sistematica, silenziosa, costruita nel tempo — è forse la forma più alta di testimonianza fotografica. Non è il colpo di fortuna del passante nel posto sbagliato al momento sbagliato. È il lavoro di chi ha deciso che un posto vale la pena di essere presidiato, giorno dopo giorno, anche quando torni a casa senza uno scatto che valga la pena di guardare. La presidente della giuria globale, Kira Pollack, ha detto qualcosa che mi ha colpito: “Photographers go because they believe that seeing matters. That evidence matters.” Non per la gloria. Non per il premio. Perché credono nella funzione fondamentale di quello che fanno. È la stessa convinzione che ha guidato il lavoro di storytelling fotografico dei grandi autori del Novecento: la storia non ti aspetta ferma. Sei tu che la aspetti, con una pazienza costruita sulla chiarezza dell’intenzione e sulla continuità della presenza.

La direttrice esecutiva di World Press Photo, Joumana El Zein Khoury, ha scritto che la fotografia di Guzy “serve come testimone a una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite spezzate.” Non accusatore. Non giudice. Testimone. È una parola che vale la pena tenere in mente la prossima volta che esci con la macchina fotografica e ti chiedi se vale la pena fermarsi, se vale la pena tornare, se vale la pena resistere all’idea che non stia succedendo niente di fotografabile.

Un bambino di sette anni che piange mentre suo padre viene portato via non smette di essere reale solo perché tu non lo stai guardando. La fotografia di Carol Guzy non ha fermato quello che stava succedendo. Non ha salvato Luis. Non ha riunito la famiglia quella sera. Ha fatto qualcosa di diverso, forse più sottile e più duraturo: ha reso impossibile dire che non lo sapevamo. E a volte, in certe epoche storiche, questa è l’unica cosa che una fotografia può fare.

Ed è già abbastanza.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino