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momento decisivo street photography

World Press Photo 2025: quando il premio non basta a salvare uno sguardo

Il pretesto: Amsterdam, aprile 2025

Ad aprile 2025, il World Press Photo ha annunciato i suoi vincitori annuali dalla sede di Amsterdam. La Photo of the Year è andata a una immagine scattata in un contesto di conflitto — come spesso accade — capace di condensare in un singolo fotogramma una complessità che i telegiornali faticano a restituire in trenta minuti. Il lavoro premiato nella categoria Long-Term Projects ha raccontato invece una storia di marginalità urbana in Asia meridionale, seguita per oltre quattro anni. Puoi consultare l’annuncio completo e le immagini vincitrici direttamente sul sito ufficiale del World Press Photo.

Non mi interessa qui fare una rassegna delle categorie né stilare una classifica di merito. Quello che mi interessa — e che mi ha tenuto sveglio quella sera — è una domanda che i premi come questo riescono a sollevare meglio di qualsiasi manifesto teorico: a chi serve una fotografia premiata? Al fotografo, certo. Alla storia raccontata, si spera. Ma anche a noi, che la guardiamo da lontano, seduti su una sedia comoda, con il caffè ancora caldo?

Il commento: il peso di uno sguardo che non si può restituire

Ti confesso una cosa. Ogni volta che guardo le immagini del World Press Photo, attraverso una fase che potrei chiamare “la sindrome del vetro”. Vedo tutto nitidamente, sento che qualcosa mi arriva, ma c’è una superficie trasparente tra me e ciò che è successo davvero. È una distanza che non dipende dalla qualità dell’immagine — spesso sono fotografie tecnicamente straordinarie — ma dal contesto in cui le fruisco. Le guardo su uno schermo, in un momento qualunque della giornata, tra una notifica e l’altra. E mi chiedo se questo non cambi radicalmente quello che quelle fotografie possono fare.

Il fotogiornalismo ha sempre vissuto di questa tensione: l’urgenza del documento contro la mediazione inevitabile della pubblicazione. Susan Sontag lo aveva scritto con lucidità quasi brutale in “Davanti al dolore degli altri” — il rischio che le immagini di sofferenza diventino esteticamente piacevoli, che la loro ripetizione le neutralizzi, che lo spettatore si abitui fino all’indifferenza. Ma c’è un’altra tensione, meno discussa, che riguarda chi quelle immagini le fa. Il fotografo che passa quattro anni a documentare una realtà di marginalità urbana non sta solo raccogliendo prove: sta costruendo una relazione, assumendo una responsabilità, portando un peso che il premio — per quanto prestigioso — non alleggerisce e non trasferisce a chi guarda.

È qui che la fotografia documentaria si avvicina pericolosamente alla street photography, almeno nel modo in cui la intendo io. Anche in strada, anche in un vicolo di Napoli alle sette di mattina, c’è un momento in cui premi il pulsante e sai che stai prendendo qualcosa che non ti appartiene del tutto. Quella persona non ti ha chiesto di essere fotografata. Quella luce non era lì per te. Quel gesto, quella postura, quella stanchezza negli occhi — tu li hai sottratti al flusso del tempo e li hai fermati. Nelle riflessioni fotografiche che tengo su questo blog torno spesso su questo punto: la fotografia è sempre un atto di appropriazione, e il modo in cui ci relazioniamo a questa verità dice molto di chi siamo come autori.

“Non basta avere ragione fotograficamente. Bisogna sapere perché si è lì, davanti a quella scena, con quella macchina in mano.”

Il World Press Photo premia il risultato. Ma il risultato è l’ultima cosa che conta, nel processo. Conta il perché. Conta la durata. Conta quello che hai lasciato nella stanza quando hai spento la luce e sei tornato a casa tua.

La domanda e la riflessione: cosa chiediamo davvero alla fotografia?

Pensa a questo: se non esistessero i premi, cambierebbe qualcosa nel modo in cui fai fotografia? È una domanda retorica solo in apparenza. Perché la risposta onesta, per molti di noi — me compreso, in certi momenti — è: sì, cambierebbe qualcosa. E questo dovrebbe farci riflettere.

I concorsi internazionali come il World Press Photo hanno una funzione culturale reale: creano canoni, indicano direzioni, legittimano certi sguardi rispetto ad altri. Ma creano anche un mercato dell’attenzione in cui la fotografia rischia di essere valutata non per quello che fa nel tempo, ma per quello che produce nell’istante della visione. Un’immagine che vince un premio deve colpire una giuria in pochi secondi. Deve essere immediatamente leggibile, emotivamente efficace, formalmente coerente. Tutte qualità legittime. Ma non necessariamente le qualità che rendono una fotografia necessaria nel lungo periodo.

Considera che alcune delle fotografie più importanti del Novecento non hanno vinto nulla. Non erano nemmeno pensate per vincere. Erano pensate per testimoniare, per resistere, per restare. C’è una differenza enorme tra una fotografia fatta per essere vista e una fotografia fatta per non poter essere ignorata. La prima cerca il consenso. La seconda lo sfida. E il bello — e il difficile — è che a volte coincidono, ma non sempre, e non per le ragioni che pensiamo. Lavorare sullo storytelling fotografico significa proprio imparare a distinguere queste due intenzioni dentro di te, prima ancora che nell’immagine.

Quello che mi affascina del lavoro premiato nella categoria Long-Term Projects di quest’anno non è tanto l’immagine singola — che pure è potente — quanto l’idea che qualcuno abbia scelto di restare. Quattro anni. Stessa comunità, stesse persone, stessa luce che cambia stagione dopo stagione. In un’epoca in cui tutto si consuma in ventiquattro ore, questa durata è già una dichiarazione estetica e politica. È un modo di dire: questa storia vale il mio tempo. E il mio tempo vale questa storia. È una forma di rispetto che nessun premio può conferire dall’esterno — può solo riconoscerla quando c’è già.

Conclusione: restare abbastanza a lungo

Torno spesso, camminando per Napoli con la macchina a tracolla, a una sensazione fisica molto precisa: quella di essere nel posto giusto un secondo prima che succeda qualcosa. Non so mai cosa succederà. Non so se succederà qualcosa. Ma c’è una qualità dell’attenzione che si attiva quando smetti di cercare la fotografia e cominci semplicemente a stare. È lì che le immagini migliori emergono — non perché le hai costruite, ma perché eri abbastanza presente da non perderle. Il World Press Photo mi ricorda ogni anno che questa qualità dell’attenzione non è un talento innato: è una scelta che si rinnova ogni giorno, in ogni uscita, in ogni momento in cui potresti abbassare la macchina e invece la tieni su. Se stai cercando un modo concreto per allenare questa presenza, il workshop di street photography è il posto in cui lavoriamo esattamente su questo — non sulle tecniche, ma sull’intenzione che le precede.

I premi passano. Le fotografie necessarie restano. La differenza, spesso, sta solo nel tempo che sei disposto a dedicare a qualcosa prima ancora di sapere se ne varrà la pena.


Francesco Verolino

Fotografo di strada, autore e formatore italiano. Racconta la vita urbana attraverso la street photography da oltre 9 anni. Autore di Vita da Street Photographer, La Luce e Slow Photographer. Fondatore di NapoliVelata e di una Academy di fotografia online.