Daido Moriyama e il mondo sfocato: quando la fotografia rinuncia alla perfezione per trovare la verità
Il pretesto: Moriyama e la retrospettiva che rimette tutto in discussione
Nelle ultime settimane, LensCulture e BJP Online hanno dedicato ampio spazio a una rinnovata attenzione critica verso Daido Moriyama, in occasione di una serie di mostre e riedizioni che stanno attraversando l’Europa e il Giappone. Non si tratta di una semplice celebrazione anagrafica — Moriyama ha più di ottant’anni — ma di qualcosa di più urgente: una rimessa a fuoco, paradossalmente, di un’estetica che ha fatto del fuori fuoco il suo manifesto. Le gallerie e le riviste specializzate stanno tornando a chiedersi cosa significhi oggi guardare il suo lavoro, in un’epoca in cui ogni smartphone produce immagini tecnicamente impeccabili e ogni algoritmo di intelligenza artificiale è in grado di generare fotografie “perfette” a comando. La risposta, se c’è, non è confortante. O forse lo è, dipende da dove ti trovi. Puoi approfondire il lavoro dei grandi autori della storia fotografica nella sezione dedicata ai grandi fotografi di questo blog, dove trovi riflessioni su chi ha cambiato davvero il modo di vedere.
Moriyama ha costruito la sua poetica su tre elementi che la fotografia convenzionale considera difetti: il grano, il mosso, il fuori fuoco. La sua estetica — sintetizzata nella formula giapponese are, bure, boke, ovvero “ruvido, mosso, sfocato” — nasce negli anni Sessanta come rottura radicale con la tradizione documentaria occidentale, ma anche con quella giapponese più composta. Non è un incidente tecnico. È una dichiarazione di poetica. Moriyama non insegue il momento decisivo alla Cartier-Bresson: insegue il momento reale, che spesso è confuso, veloce, irrisolto. Le sue strade — Tokyo, Shinjuku, qualunque città diventi un labirinto notturno — non sono mai ordinate. Sono corpi, insegne al neon, asfalto bagnato, facce tagliate a metà dall’inquadratura. È un mondo che non aspetta di essere fotografato bene.
Cosa significa rinunciare alla nitidezza
Quando ho cominciato a fotografare per strada, la nitidezza era il mio ossessione. Controllavo ogni scatto sul display, ingrandivo al cento percento, scartavo tutto ciò che non fosse perfettamente a fuoco. Credevo che la qualità tecnica fosse la prova della mia serietà come fotografo. Poi ho visto per la prima volta una stampa originale di Moriyama — non una riproduzione su schermo, una stampa vera — e ho capito che stavo confondendo la precisione con la verità. Sono due cose diverse. La precisione è una questione di strumenti. La verità è una questione di coraggio.
Il grano di Moriyama non è sporcizia: è la texture del reale. Quando fotografa di notte con pellicola spinta ai limiti, il grano che emerge non è un limite tecnico da correggere, è la materia stessa dell’immagine. È come se la fotografia dicesse: guarda, questo è quello che c’era davvero, non una versione ripulita e presentabile, ma la cosa grezza, così com’era. C’è qualcosa di profondamente onesto in questo. E c’è anche qualcosa di molto difficile da accettare per chi è cresciuto con l’idea che fotografare bene significhi fotografare nitido.
Ti confesso una cosa: ancora oggi, quando esco per strada con la macchina, sento quella voce che mi dice di controllare la messa a fuoco, di verificare l’esposizione, di non sprecare uno scatto. È una voce utile, a volte. Ma altre volte è solo paura. Paura di sbagliare, paura di produrre qualcosa che non sia all’altezza di un’idea astratta di qualità. Moriyama quella voce l’ha silenziata — o forse l’ha trasformata in qualcos’altro, in una specie di ferocia visiva che gli permette di fotografare senza chiedere il permesso alla perfezione.
La domanda vera: cosa stai cercando quando premi il pulsante?
Eccola, la domanda che Moriyama ti costringe a farti: quando esci per strada con la tua macchina fotografica, cosa stai cercando? Una bella immagine? Una foto che piaccia agli altri? Una prova della tua abilità tecnica? O stai cercando qualcosa di più difficile da nominare — una sensazione, un momento di contatto con qualcosa che normalmente ti scivola via? Perché se è la seconda cosa, allora forse la nitidezza è il problema, non la soluzione. Forse quello che ti serve è proprio imparare a lasciar andare il controllo.
Questa non è una questione estetica. È una questione di intenzione fotografica. Ogni scelta tecnica che fai — apertura, velocità, sensibilità, distanza focale — è anche una scelta su quanto vuoi controllare il risultato, e quanto sei disposto a lasciare che la realtà ti sorprenda. Moriyama ha scelto di sorprendersi continuamente. Ha scelto di fotografare come se la realtà fosse sempre più veloce di lui, sempre più caotica, sempre più interessante di qualunque inquadratura ordinata. E in questa scelta c’è una forma di rispetto per il mondo che fotografa: non lo addomestica, non lo rende presentabile, lo lascia essere quello che è. Se stai cercando di capire come costruire un’intenzione chiara dietro ogni scatto, il percorso su la fotografia intenzionale è il punto di partenza più onesto che conosco.
Pensa a questo: le fotografie di Moriyama non documentano Tokyo. Le fotografie di Moriyama sono Tokyo — o almeno, sono quello che Tokyo fa a un corpo che la attraversa di notte, con tutti i sensi aperti e nessuna difesa. C’è una differenza enorme tra fotografare un luogo e lasciare che un luogo ti attraversi mentre fotografi. La prima è giornalismo, archivio, memoria. La seconda è qualcosa di più vicino alla poesia, o forse alla febbre. Moriyama lavora in quella zona di confine, e non si preoccupa di spiegare dove finisce l’una e comincia l’altra.
Ma attenzione: sarebbe un errore romantico pensare che l’imperfezione tecnica sia di per sé una virtù. Non è così. Ci sono migliaia di fotografie mosse e sgranate che non dicono niente, che sono solo mosse e sgranate. La differenza sta nell’intenzione, nella coerenza, nella capacità di costruire un mondo visivo riconoscibile anche attraverso il caos. Moriyama non fotografa male per caso: fotografa in modo radicalmente coerente con una visione del mondo. Questo è il punto. L’imperfezione tecnica al servizio di una verità più alta non è faciloneria — è disciplina di un tipo diverso, forse più difficile da acquisire perché non si impara dai manuali.
Il bianco e nero come scelta di campo
Non è un caso che Moriyama lavori quasi esclusivamente in bianco e nero. Il bianco e nero è già di per sé una rinuncia: rinunci al colore del mondo reale per guadagnare qualcosa di più astratto, più essenziale. Abbinato al grano spinto e al fuori fuoco, diventa una dichiarazione ancora più radicale: questa non è una riproduzione fedele della realtà, è una sua interpretazione. È il mondo filtrato attraverso un sistema nervoso, non attraverso un sensore. E in questo, paradossalmente, diventa più vero. Perché anche noi, quando viviamo un’esperienza intensa, non la ricordiamo a colori perfetti e a fuoco — la ricordiamo come una sensazione, un’impressione, qualcosa di sfumato e potente allo stesso tempo. Se vuoi esplorare cosa significa lavorare davvero con il bianco e nero in modo emozionale e non solo tecnico, il percorso su il bianco e nero emozionale affronta esattamente questo territorio.
Conclusione: il coraggio di fotografare senza rete
Guardare il lavoro di Moriyama non ti insegna una tecnica. Ti insegna un atteggiamento. Ti insegna che la fotografia può essere un atto di abbandono oltre che di controllo, che il bello e il vero non sempre coincidono, e che a volte la cosa più onesta che puoi fare con una macchina fotografica è smettere di cercare la foto perfetta e cominciare a cercare la foto necessaria. Quella che dovevi fare tu, in quel momento, in quel posto, con quello che avevi. Anche se è mossa. Anche se è sgranata. Anche se non piace a nessuno tranne a te.
Ogni volta che esco per le strade di Napoli con la mia macchina, porto con me questa domanda: sto cercando di fare una bella fotografia, o sto cercando di vedere qualcosa? Sono domande diverse, e le risposte portano in posti diversi. Moriyama ha scelto la seconda strada da quando aveva vent’anni, e non si è mai voltato indietro. Non so se sia la scelta giusta per tutti. So che è una scelta che rispetto profondamente, e che mi ha cambiato il modo di guardare ogni volta che esco in strada. Se vuoi portare queste domande dentro un’esperienza concreta, il workshop di street photography è il posto dove le affrontiamo insieme, per strada, senza rete di sicurezza.