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premi fotografia internazionali

Sony World Photography Awards 2025: quando un premio ti costringe a chiederti perché fotografi

I Sony World Photography Awards 2025 e il solito spettacolo del mondo

Ogni anno i Sony World Photography Awards pubblicano le immagini finaliste e vincitrici delle loro categorie, e ogni anno il giro sui social si ripete puntuale: condivisioni entusiaste, qualche polemica sull’uso dell’intelligenza artificiale, discussioni sulla rappresentazione del dolore, confronti tra scuole fotografiche. Il 2025 non ha fatto eccezione. Tra i lavori premiati spiccano reportage dal Medio Oriente, ritratti ambientati in contesti di marginalità sociale, nature morte concettuali che sembrano uscite da una galleria d’arte contemporanea. La qualità tecnica è, come sempre, fuori discussione. La varietà geografica è impressionante. E tuttavia, scorrendo quelle pagine, mi sono ritrovato a fare una cosa che non avevo previsto: a pensare a Napoli.

Non a Napoli come soggetto esotico da esportare, intendiamoci. Ma a Napoli come luogo dove ogni mattina esco con la macchina fotografica e mi chiedo — ancora, sempre, di nuovo — cosa sto cercando. I concorsi internazionali hanno questa funzione nascosta che nessuno ti dice: non servono a misurarti con gli altri. Servono a farti capire quanto sei diverso dagli altri, e se quella differenza è una scelta consapevole oppure solo pigrizia travestita da stile.

Il problema con le immagini che vincono i premi

Esiste una grammatica visiva del premio fotografico. Chi partecipa da anni la conosce bene: la luce drammatica che arriva da sinistra, il soggetto che occupa un terzo dell’inquadratura mentre il contesto racconta il resto, il momento che sembra rubato ma è stato aspettato per ore. Non c’è niente di sbagliato in tutto questo — anzi, molte di quelle immagini sono autenticamente potenti. Il problema nasce quando quella grammatica smette di essere uno strumento e diventa un obiettivo. Quando non fotografi più per capire qualcosa, ma per produrre un’immagine che assomigli a quelle che vincono i premi.

Ti confesso una cosa: ho partecipato a concorsi fotografici. Ho anche vinto qualcosa, in passato. E ricordo esattamente il momento in cui ho smesso di farlo — non per snobismo, ma perché mi sono accorto che stavo cominciando a vedere la strada con gli occhi di una giuria immaginaria. Ogni volta che alzavo la macchina, c’era una voce nella testa che diceva: questa potrebbe funzionare. E quella voce stava lentamente sostituendo un’altra voce, quella che diceva: questa cosa mi interessa. La differenza tra le due è la differenza tra fotografare per qualcun altro e fotografare per te. Sembra ovvia, detta così. Non lo è affatto quando sei in strada.

Cosa ci insegnano davvero i grandi concorsi

Detto questo, sarebbe disonesto liquidare i Sony World Photography Awards — o qualsiasi altro premio internazionale — come semplice esercizio di stile. Alcune delle immagini che circolano ogni anno hanno una forza genuina, e studiarle ha senso. Non per copiarle, ma per capire perché funzionano. C’è una differenza enorme tra guardare un’immagine premiata chiedendosi “come l’ha fatta?” e guardarla chiedendosi “cosa mi sta dicendo?”. La prima domanda ti porta alla tecnica. La seconda ti porta alla fotografia. Sul mio blog ho raccolto negli anni alcune riflessioni sui grandi fotografi che hanno cambiato il mio modo di vedere, e il filo comune che ho trovato non è mai stato il premio vinto o la rivista su cui erano stati pubblicati: era sempre la coerenza tra ciò che fotografavano e ciò che erano.

La domanda che un concorso non può farti, ma che dovresti farti tu

Allora eccola, la domanda vera: perché fotografi? Non in senso filosofico astratto. In senso pratico, concreto, quotidiano. Quando esci di casa con la macchina al collo, cosa stai cercando? Se la risposta è “un’immagine forte”, sei già sulla strada sbagliata — o almeno su una strada che prima o poi ti porterà a girare in tondo. Le immagini forti non si cercano. Arrivano quando sei abbastanza presente da accorgerti di quello che hai davanti.

Pensa a questo: i fotografi che ammiri di più — quelli che hanno lasciato un segno, non solo quelli che hanno vinto premi — avevano quasi sempre una risposta molto specifica alla domanda sul perché. Non generica. Specifica. Robert Frank fotografava l’America perché era uno straniero che non capiva l’America e voleva capirla. Diane Arbus fotografava i “freaks” perché in loro vedeva riflessa una normalità che la spaventava. Sebastião Salgado fotografava il lavoro perché veniva da una famiglia di agricoltori e il corpo che fatica era per lui qualcosa di sacro. Ognuno di loro aveva una ragione personale, quasi privata, che poi diventava universale nel momento in cui si trasformava in immagine. Nessuno di loro stava cercando di vincere un premio. Stavano cercando di capire qualcosa.

Io fotografi la strada — Napoli, le sue persone, lo spazio tra i corpi e i muri — perché sono cresciuto in una città che non si lascia guardare facilmente. Napoli ti respinge, ti sfida, ti mette alla prova. E io ho scoperto che fotografarla era il modo più onesto che avevo per starci dentro senza esserne travolto. Questa non è una risposta universale. È la mia risposta. E il punto è che tu devi trovare la tua, che non assomiglierà alla mia né a quella di nessun altro. Se stai cercando di capire come costruire questa consapevolezza nel tuo percorso, il lavoro che faccio dentro il corso su la fotografia intenzionale parte esattamente da qui: non da cosa fotografare, ma da perché.

Il rischio dell’immagine bella che non dice niente

C’è una categoria di fotografie che mi preoccupa più di qualsiasi altra: le immagini tecnicamente ineccepibili, esteticamente gradevoli, emotivamente neutre. Le vedi spesso tra i finalisti dei concorsi — non tra i vincitori, di solito, ma tra i finalisti sì. Foto che potrebbero essere state scattate da chiunque, in qualsiasi città del mondo, in qualsiasi momento degli ultimi vent’anni. Foto che non mentono, ma non dicono nemmeno la verità. Foto che esistono per essere guardate, non per essere sentite. Il bianco e nero non le salva — anzi, a volte le rende ancora più fredde, perché il bianco e nero senza una ragione diventa solo un filtro applicato sopra al vuoto. Ne parlo spesso nei workshop, e se ti interessa capire quando il bianco e nero è una scelta e quando è solo un’abitudine, il percorso sul bianco e nero emozionale è il posto giusto per cominciare a fare quella distinzione.

La domanda che dovresti portarti dietro non è “questa foto è bella?”. È “questa foto è mia?”. Appartiene al tuo sguardo, alla tua storia, al tuo modo specifico e irripetibile di stare nel mondo? Se la risposta è sì, allora quella foto ha già vinto qualcosa — indipendentemente da qualsiasi giuria.

Concorsi come specchio, non come traguardo

Non sto dicendo che partecipare ai concorsi sia sbagliato. Sto dicendo che il modo in cui li usi fa tutta la differenza. Usarli come specchio — per capire dove sei rispetto al panorama fotografico contemporaneo, per misurare la coerenza del tuo lavoro, per farti domande scomode — ha senso. Usarli come traguardo — come la misura del tuo valore in quanto fotografo — è una trappola. Perché i premi cambiano, le giurie cambiano, le mode cambiano. L’unica cosa che non cambia è il motivo per cui sei uscito di casa stamattina con la macchina fotografica. Quello è tuo. E nessuna giuria può togliertelo né dartelo.

Ogni anno, quando escono i risultati dei grandi concorsi internazionali, mi fermo qualche minuto a guardare le immagini vincitrici. Non per confrontarmi. Per ricordarmi che il mondo è grande, che ci sono sguardi radicalmente diversi dal mio, e che questa diversità è una ricchezza, non una minaccia. Poi chiudo il browser, prendo la macchina fotografica, e scendo in strada. Perché alla fine è lì che si decide tutto — non su un palco di premiazione, ma nell’istante in cui decidi di alzare l’occhio al mirino e premere il pulsante. Quell’istante è sempre e soltanto tuo.


Francesco Verolino

Fotografo di strada, autore e formatore italiano. Racconta la vita urbana attraverso la street photography da oltre 9 anni. Autore di Vita da Street Photographer, La Luce e Slow Photographer. Fondatore di NapoliVelata e di una Academy di fotografia online.