Robert Frank e “The Americans”: quando fotografare un paese significa tradirlo
Il pretesto: settant’anni di un libro che ancora disturba
Nel 2025 ricorrono settant’anni dal viaggio che Robert Frank compì attraverso gli Stati Uniti con una borsa di studio Guggenheim e una Leica. Il risultato fu The Americans, pubblicato in Francia nel 1958 e negli Stati Uniti nel 1959 con una prefazione di Jack Kerouac. Il libro venne accolto con ostilità quasi unanime dalla critica americana: “anti-americano”, “sfocato”, “mal esposto”, “casuale”. Popular Photography lo definì “un insulto agli Stati Uniti”. Settant’anni dopo, The Americans è considerato il libro fotografico più influente del Novecento, e Magnum Photos ha dedicato all’anniversario una serie di riflessioni sul suo lascito, disponibile su magnumphotos.com.
Ma la cosa che mi colpisce, ogni volta che ci ritorno, non è la grandezza riconosciuta. È il fatto che Frank fosse svizzero. Uno straniero. Qualcuno che guardava l’America senza appartenerle, senza doverle nulla, senza la necessità di amarla o difenderla. E proprio per questo riuscì a vederla.
Il privilegio dello straniero
C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui funziona lo sguardo fotografico. Più conosci un luogo, più rischi di smettere di vederlo. Le strade che percorri ogni giorno diventano trasparenti, gli angoli familiari si appiattiscono, le persone si trasformano in sagome prevedibili. Frank arrivò in America con gli occhi di chi non dava niente per scontato. Non sapeva cosa avrebbe dovuto trovare, quindi trovò quello che c’era davvero: la solitudine, la segregazione razziale ancora bruciante, il consumismo come religione di Stato, la bandiera ovunque — sui distributori di benzina, nei bar, sui camion — come un mantra ripetuto fino a perdere senso.
Io ci penso spesso quando giro per Napoli. Sono nato qui, conosco queste strade da quarant’anni. E a volte mi chiedo se il mio sguardo sia diventato troppo domestico, troppo abituato. Se stia fotografando quello che vedo o quello che mi aspetto di vedere. Frank non aveva questo problema. Lui non sapeva cosa aspettarsi, e quella ignoranza era la sua forza più grande. Ti confesso che alcune delle mie fotografie più oneste le ho scattate in città che non conoscevo, dove non capivo la lingua e non riuscivo a leggere i cartelli. Dove ero, in qualche modo, straniero a me stesso.
Questo è il lascito più sottile di The Americans: non una tecnica, non uno stile, ma un’etica dello sguardo. La capacità — o forse il coraggio — di fotografare un luogo come se non ti appartenesse. Di rinunciare alla comodità dell’appartenenza per guadagnare la nitidezza dell’estraneità. È quello che intendo quando parlo di fotografia intenzionale: non scattare per confermare ciò che già sai, ma per scoprire ciò che non hai ancora capito.
La domanda che il libro non ha mai smesso di fare
Ma c’è un’altra cosa che mi ossessiona di Frank, ed è più scomoda da ammettere. The Americans non è un libro neutro. È un libro di parte. Frank scelse 83 fotografie su circa 28.000 scatti. Ventottomila. Ogni scelta di inclusione era anche una scelta di esclusione, ogni inquadratura era anche un taglio, ogni ombra era anche una decisione. Il libro che vediamo è una versione dell’America — quella che Frank voleva mostrarci, o forse quella che Frank stesso aveva bisogno di vedere. E allora la domanda che mi pongo è questa: quando fotografi, stai documentando o stai costruendo?
Non è una domanda retorica. È la domanda più difficile che un fotografo di strada possa farsi. Perché la risposta onesta è: entrambe le cose, sempre. Non esiste fotografia innocente. Ogni volta che premi il pulsante di scatto stai già interpretando, stai già scegliendo un angolo, una luce, un momento. Stai già dicendo qualcosa su quel luogo e su quelle persone — e su te stesso. Frank lo sapeva benissimo, e non cercò mai di nasconderlo. Anzi, lo esasperò: le sue fotografie sono spesso sgranate, mosse, tagliate in modo apparentemente sbagliato. Come se volesse ricordarti che stai guardando attraverso gli occhi di qualcuno, non attraverso una finestra trasparente sul mondo.
Considera che questo è esattamente il motivo per cui la critica americana lo odiò così tanto. Non perché le fotografie fossero brutte. Ma perché erano troppo oneste riguardo alla propria natura di fotografie. Rompevano il patto implicito del fotogiornalismo dell’epoca, che fingeva l’oggettività come condizione necessaria. Frank disse: no, questa è la mia America, vista con i miei occhi, filtrata dal mio umore e dalla mia storia. E quella trasparenza fu vissuta come un tradimento. Tradimento dell’America, certo. Ma anche tradimento delle convenzioni del mezzo fotografico.
Pensa a questo: quante volte ti sei sentito dire che una fotografia deve essere “nitida”, “ben esposta”, “tecnicamente corretta”? Quante volte hai scartato uno scatto perché era mosso o sgranato, senza chiederti se quella imperfezione non fosse in realtà la cosa più vera di tutta l’immagine? The Americans è anche una lezione su questo: che la perfezione tecnica può essere una forma di menzogna, e che il difetto — quando è cercato, quando è coerente con ciò che vuoi dire — può diventare la firma di uno sguardo autentico. È qualcosa su cui lavoro ogni volta che tengo un workshop di street photography: imparare a distinguere l’errore dall’intenzione, e poi avere il coraggio di difendere la propria intenzione anche quando assomiglia a un errore.
Cosa rimane, settant’anni dopo
Robert Frank smise quasi completamente di fotografare negli anni Settanta. Passò al cinema, poi ai video, poi a un lavoro sempre più personale e frammentato. Disse in un’intervista che la fotografia di strada gli sembrava diventata impossibile: troppi fotografi, troppa consapevolezza, troppa posa da parte delle persone. Forse aveva ragione. Forse aveva torto. Forse stava semplicemente descrivendo il modo in cui ogni mezzo espressivo esaurisce le sue possibilità per chi lo ha portato al limite.
Ma quello che The Americans ha lasciato non è una formula. Non è un manuale di stile da copiare. È una domanda che non smette di fare rumore: quanto sei disposto a tradire le aspettative — del tuo pubblico, del tuo paese, del tuo stesso stile consolidato — per dire qualcosa di vero? Frank tradì l’America per amarla meglio. Tradì le convenzioni fotografiche per essere più onesto. Tradì l’idea di libro fotografico come celebrazione per farne uno strumento di indagine. Ogni tradimento era in realtà una forma di fedeltà più profonda — a se stesso, alla realtà che vedeva, allo sguardo che non riusciva a addomesticare.
Io ci torno spesso, a queste fotografie. Le guardo nei momenti in cui sento che il mio lavoro si è irrigidito, che sto fotografando per abitudine invece che per necessità. E ogni volta mi ricordano che lo sguardo più pericoloso non è quello che non vede — è quello che vede solo ciò che si aspetta. Se vuoi approfondire il lavoro dei grandi fotografi che hanno ridefinito il linguaggio visivo del Novecento, trovi altri percorsi di lettura nella sezione dedicata ai grandi fotografi del blog. Non come modelli da imitare. Come specchi in cui riconoscere — o non riconoscere — il tuo sguardo.