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lentezza operativa

Garry Winogrand e il frame come domanda: fotografare senza sapere cosa stai cercando

C’è una fotografia di Garry Winogrand che mi torna in mente ogni volta che mi blocco per strada con il dito sul grilletto e la sensazione che non stia succedendo niente di interessante. È una scena banale: un uomo cammina su un marciapiede di New York, tiene in mano qualcosa che non si capisce bene, guarda altrove. Niente di speciale. Eppure dentro quella cornice c’è una tensione che non riesci a spiegare, una domanda che l’immagine fa senza avere la minima intenzione di rispondere. E quando ho scoperto che Winogrand scattava migliaia di rullini che non sviluppava mai — che moriva lasciando 2.500 rullini intatti, mai visti — ho capito che forse il punto non era la fotografia. Era l’atto di guardare.

Il fotografo che lasciò 2.500 rullini non sviluppati

Nel 2013, il MoMA di New York dedicò a Garry Winogrand una retrospettiva monumentale — oltre 150 stampe, centinaia di provini a contatto, e la rivelazione di quei rullini mai sviluppati che lui aveva accumulato negli ultimi anni di vita. La curatrice Erin O’Toole e il critico Leo Rubinfien si trovarono davanti a un archivio sconfinato e, in parte, deliberatamente irrisolto. La mostra, intitolata semplicemente Winogrand, fu recensita da The New York Times come una delle esposizioni fotografiche più importanti del decennio. Ma quello che colpì di più non furono le fotografie esposte. Fu quella cifra: 2.500 rullini. Mai sviluppati. Mai visti da nessuno, nemmeno da lui.

Winogrand fotografava — si stima — a un ritmo di circa 6.000 fotogrammi a settimana negli ultimi anni. Non stava costruendo un archivio. Non stava selezionando. Stava semplicemente guardando, con una Leica in mano, come se la macchina fotografica fosse un’estensione del sistema nervoso piuttosto che uno strumento di produzione. Quando morì nel 1984, a soli 56 anni, lasciò dietro di sé non solo un’eredità visiva straordinaria, ma anche una domanda scomoda: se non sviluppi i rullini, stai ancora fotografando? O stai facendo qualcos’altro?

Una macchina per guardare, non per ricordare

La risposta che mi sono dato, dopo anni passati a camminare per Napoli con una fotocamera, è che Winogrand usava la macchina fotografica come altri usano un taccuino — non per conservare, ma per pensare. Lo scatto era il pensiero. Il rullino sviluppato era quasi un’appendice, quasi un disturbo. Quello che contava era il momento in cui decidevi di alzare la macchina e premere. Quella frazione di secondo in cui il mondo ti sembrava degno di essere fermato, anche se non sapevi perché.

Lui stesso disse una volta, con quella brutalità disarmante che lo caratterizzava: “Fotografo per scoprire com’è qualcosa dopo essere stato fotografato.” Non prima. Non durante. Dopo. La fotografia non era la cattura di qualcosa che già conoscevi. Era il mezzo attraverso cui scoprivi cosa avevi visto. E questo ribalta completamente il modo in cui la maggior parte di noi si avvicina alla strada. Usciamo con un’idea in testa — la luce di questa ora, quel quartiere, quel tipo di volto — e la fotografia diventa la conferma di un’intenzione. Per Winogrand era esattamente il contrario: l’intenzione arrivava, se arrivava, dopo.

Ti confesso che questa idea mi ha messo in crisi per un bel po’. Io vengo da una formazione in cui l’intenzione è tutto — la fotografia intenzionale come pratica consapevole, come scelta estetica ed etica prima ancora che tecnica. E Winogrand sembrava dire esattamente il contrario. Sembrava dire: esci, scatta, non pensare. Ma più ci riflettevo, più capivo che la contraddizione era solo apparente.

Cosa significa fotografare senza sapere cosa cerchi

C’è una differenza sottile ma decisiva tra fotografare senza intenzione e fotografare con un’intenzione che non sai ancora nominare. Winogrand non usciva per strada alla cieca. Aveva una sensibilità — affinata in anni di lavoro, di studio, di ossessione visiva — che lo guidava senza che lui dovesse articolarla in parole. Era come un musicista jazz che improvvisa: non sa esattamente quale nota verrà dopo, ma ogni scelta è il risultato di migliaia di ore di ascolto, di errori, di conversazioni con altri musicisti. L’improvvisazione non è assenza di metodo. È metodo interiorizzato fino al punto da diventare invisibile.

Pensa a questo: quante volte ti è capitato di scattare una fotografia che sul momento ti sembrava mediocre, e poi, guardandola sullo schermo o in stampa, ti ha fermato? Quella sensazione — di scoprire qualcosa che non sapevi di aver visto — è esattamente il territorio che Winogrand abitava. Solo che lui lo abitava in modo sistematico, quasi compulsivo. Non aspettava che il mondo si disponesse in modo ordinato davanti a lui. Entrava nel caos e fidava che il suo occhio — non la sua mente — avrebbe trovato qualcosa. Il problema, semmai, era che non riusciva più a fermarsi. I 2.500 rullini non sviluppati non sono il segno di un artista produttivo: sono il segno di qualcuno che aveva perso la capacità di chiudere il cerchio tra il guardare e il vedere.

Il pericolo dell’occhio che non si ferma mai

Qui sta, secondo me, la lezione più difficile che Winogrand ci lascia. Non è la lezione dell’abbondanza — scatta tanto, qualcosa verrà fuori. È la lezione del limite. C’è un punto in cui la quantità diventa un modo per evitare la qualità. Un modo per non dover scegliere, non dover giudicare, non dover stare davanti a una fotografia e dire: questa sono io, questo è quello che penso del mondo. I rullini non sviluppati erano anche una forma di protezione. Finché non li apri, non puoi essere deluso. Finché non stampi, non devi confrontarti con quello che hai fatto.

Ho visto questa dinamica in molti fotografi con cui lavoro nei workshop di street photography. Persone che escono e scattano centinaia di fotogrammi in una mattinata, e poi faticano tremendamente a sedersi e guardare quello che hanno prodotto. Il momento della selezione è il momento più doloroso, perché è il momento in cui devi accettare che la maggior parte di quello che hai fatto non funziona. Winogrand aveva trovato un modo per evitare quel momento all’infinito. Ed è morto prima di doverci fare i conti.

Il frame come domanda aperta

Ma c’è un’altra lettura, meno cupa, di quella montagna di rullini intatti. Ed è la lettura che preferisco, anche se non so quanto sia onesta. Forse Winogrand aveva capito qualcosa che la maggior parte di noi non riesce ad accettare: che la fotografia non ha bisogno di essere vista per esistere. Che l’atto di inquadrare — di decidere che questo spazio, questo momento, questa geometria casuale di corpi e luce merita di essere fermata — è già completo in sé. Il rullino è quasi un dettaglio. Quello che conta è il gesto.

So che sembra mistico, e forse lo è. Ma quando cammino per i vicoli di Napoli e alzo la macchina su qualcosa che non so ancora definire — una luce che taglia un muro, due persone che non si guardano ma occupano lo stesso spazio in modo perfetto, un’ombra che non dovrebbe essere lì — non sto cercando una fotografia. Sto cercando una domanda. Il frame non è una risposta. È il modo in cui formulo una domanda che non avrei saputo porre a parole. E quella domanda, una volta posta, rimane. Anche se il rullino non viene mai sviluppato. Puoi esplorare questo territorio visivo anche attraverso i grandi fotografi che hanno percorso la stessa strada — ognuno con il proprio modo di stare nel dubbio.

Quello che Winogrand non ti dirà mai

La vera eredità di Garry Winogrand non è nelle fotografie che conosciamo — le donne di New York negli anni Sessanta, gli zoo, i comizi politici, i marciapiedi di Los Angeles. È in quella domanda irrisolta che si porta dietro ogni volta che guardi una sua immagine: stava cercando qualcosa, o stava solo guardando? E la risposta, credo, è che non c’è differenza. Guardare con abbastanza intensità è già cercare. E cercare senza sapere cosa troverai è l’unico modo onesto di stare per strada con una macchina fotografica.

Quello che mi rimane, dopo anni passati a studiare il suo lavoro e a confrontarlo con il mio, è una specie di permesso. Il permesso di non sapere. Di uscire senza un piano preciso, senza un soggetto stabilito, senza la certezza di tornare con qualcosa di buono. Il permesso di sbagliare su larga scala — e di trovare, in mezzo a quell’errore sistematico, qualcosa che non avresti mai potuto pianificare. Se vuoi cominciare a lavorare su questo tipo di libertà visiva, il punto di partenza più onesto che conosco è costruire prima una base solida: il bianco e nero emozionale come linguaggio, come scelta, come modo di stare nel mondo prima ancora che nella fotografia. Perché Winogrand non ti insegnerà mai una tecnica. Ti insegnerà, se sei disposto ad ascoltarlo, che la tecnica è il mezzo. Il dubbio è il metodo.

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AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino