Passa al contenuto principale
street photography collettiva

In-Public e la street photography collettiva: quando il gruppo diventa uno sguardo

C’è un momento strano, quasi imbarazzante, che conosco bene: sei in strada con un altro fotografo, vedete la stessa scena nello stesso istante, e per una frazione di secondo nessuno dei due scatta. Non per cortesia. Per qualcosa di più sottile — una specie di pudore territoriale, come se la foto potesse appartenere a uno solo di voi e voi steste entrambi aspettando di capire a chi. Poi uno dei due alza la macchina, l’altro abbassa lo sguardo, e la scena è già finita. Ho sempre pensato che in quel momento di esitazione ci fosse qualcosa di molto onesto sulla natura solitaria della fotografia di strada. E poi ho scoperto che c’è chi ha fatto del contrario — della condivisione dello sguardo — un progetto intero.

Il pretesto: In-Public e vent’anni di sguardo condiviso

In-Public è un collettivo di street photographer fondato nel 2000 a Londra da un gruppo di fotografi — tra cui Nick Turpin, Matt Stuart e Gus Powell — con un’idea apparentemente semplice: creare uno spazio comune per chi pratica la fotografia di strada in modo serio, senza le mediazioni del mercato dell’arte né le logiche dei reportage giornalistici. Niente agenzia, niente editor, niente committenza. Solo fotografi che scelgono di stare insieme per ragioni estetiche e di visione. Nel corso degli anni il collettivo ha pubblicato libri, organizzato mostre e tenuto vivo un sito — in-public.com — che è diventato uno dei riferimenti più rispettati nel panorama internazionale della street photography.

Quello che rende In-Public interessante non è la somma dei suoi membri, ma la domanda implicita che il collettivo porta con sé da sempre: è possibile che più persone condividano uno sguardo senza che quell’sguardo perda di specificità? È possibile costruire un’identità visiva collettiva senza che diventi un’estetica di compromesso, una media tra sensibilità diverse che alla fine non assomiglia a nessuno? Sono domande che sembrano riguardare un gruppo di fotografi londinesi degli anni Duemila, ma in realtà riguardano chiunque abbia mai cercato di capire cosa significa avere — o non avere — un proprio stile.

Ti confesso che per molto tempo ho creduto che lo stile fosse qualcosa che si costruisce da soli, in silenzio, quasi per sottrazione — eliminando tutto quello che non sei tu finché non rimane qualcosa di riconoscibile. È una narrativa seducente, quella del fotografo solitario che cammina per la città con la sua macchina e il suo sguardo unico, impermeabile alle influenze esterne. Ma è anche, almeno in parte, una bugia che ci raccontiamo per dare un senso romantico a quello che è in realtà un processo molto più caotico e relazionale.

Ogni fotografo che conosco — ogni fotografo che rispetto — ha imparato a vedere guardando gli altri. Non per imitazione, ma per attrito. Hai visto una foto di Erwitt e hai capito cosa non volevi fare. Hai visto una foto di Koudelka e hai capito cosa non saresti mai riuscito a fare. Hai visto una foto di un tuo contemporaneo, magari un amico, e hai sentito quella fitta scomoda che ti dice che lui ha visto qualcosa che tu hai mancato. È da quell’attrito che nasce qualcosa. In-Public ha istituzionalizzato quell’attrito, lo ha reso struttura. E il risultato è che i suoi membri, pur condividendo uno spazio comune, hanno sviluppato nel tempo sguardi riconoscibilissimi e profondamente diversi tra loro. Matt Stuart è ironia e geometria. Nick Turpin è solitudine urbana e luce. Gus Powell è calore e ambiguità narrativa. Nessuno assomiglia all’altro. Eppure appartengono allo stesso posto.

Questo mi ha fatto pensare a quanto il workshop di street photography sia, nella sua essenza, proprio questo: uno spazio di attrito produttivo. Non un luogo dove si insegna uno stile, ma un luogo dove si impara a riconoscere il proprio attraverso il confronto con quello degli altri. L’aula — o la strada, che è la vera aula — non omologa. Rivela.

Lo stile non è ciò che ti distingue dagli altri. È ciò che rimane quando smetti di preoccuparti di distinguerti.

La domanda vera: cosa tieni quando fotografi insieme a qualcuno?

Pensa a questo: quante volte hai fotografato da solo e quante volte hai fotografato in compagnia? E quante volte, fotografando in compagnia, hai sentito che le tue foto erano diverse — non migliori o peggiori, diverse — rispetto a quelle che avresti fatto da solo? Io lo sento sempre. Quando esco con qualcuno che stimo, c’è una pressione sottile che cambia il mio modo di guardare. Non so se sia competizione, o desiderio di approvazione, o semplicemente la consapevolezza che un altro paio di occhi sta vedendo le stesse strade che vedo io. Ma qualcosa cambia. E non sempre in peggio.

La questione che In-Public pone — senza mai rispondervi esplicitamente — è se quella pressione, quella consapevolezza dell’altro, possa diventare una risorsa invece che un’interferenza. Se il fatto di sapere che le tue foto saranno viste da fotografi che rispetti, che saranno messe accanto alle loro, che faranno parte di un discorso più ampio del tuo singolo sguardo, possa spingerti verso qualcosa che da solo non avresti cercato. La mia risposta onesta è: dipende. Dipende da quanto sei sicuro di quello che stai cercando. Se non lo sai ancora, il gruppo ti trascina. Se lo sai, il gruppo ti affila.

C’è un aspetto di questa dinamica che trovo particolarmente interessante quando penso al rapporto tra storytelling e street photography: la narrazione collettiva. Un singolo fotografo racconta una storia con le sue foto. Un collettivo racconta una storia con le storie dei suoi membri. E quella storia di storie è qualcosa che nessun singolo sguardo potrebbe costruire da solo — non perché sia più completa, ma perché ha una dimensione diversa, una polifonia che la fotografia solitaria, per sua natura, non può avere. In-Public non è la somma degli sguardi dei suoi membri. È lo spazio tra quegli sguardi.

Considera che questo non è un problema che riguarda solo i collettivi famosi. Riguarda chiunque abbia mai condiviso le proprie foto in un gruppo, in una community, in un corso. Ogni volta che mostri il tuo lavoro a qualcuno che lo prende sul serio, stai partecipando a una forma di visione collettiva. La domanda è se quella visione ti apre o ti chiude. Se ti fa vedere di più o ti fa vedere quello che gli altri si aspettano di vedere. Non ho una risposta definitiva. Ho solo la sensazione che la risposta cambi ogni volta, e che valga la pena starci attento.

Lo sguardo che resiste

C’è un’ultima cosa che mi ha colpito, studiando la storia di In-Public. Il collettivo è sopravvissuto a vent’anni di cambiamenti radicali nella fotografia — l’avvento del digitale, l’esplosione dei social, la democratizzazione degli strumenti, la saturazione delle immagini. Molti collettivi nati negli stessi anni non esistono più. In-Public esiste ancora. E quando chiedi ai suoi membri perché, la risposta non è mai “perché abbiamo trovato una formula di successo”. È sempre qualcosa di più vago e più onesto: perché continuiamo a sentire che stare insieme ci fa vedere meglio. Non diversamente. Meglio. Come se l’appartenenza a uno spazio comune affinasse qualcosa che da soli si ottunde.

Io non so se questo sia vero in assoluto. So che è vero per me in certi momenti. So che ci sono mattine in cui esco da solo per le strade di Napoli e sento che il mio sguardo è nitido, autonomo, mio. E so che ci sono altre mattine in cui ho bisogno che qualcuno mi guardi guardare — non per correggermi, ma per ricordarmi che quello che faccio ha un senso al di là di me. Forse è questo che i collettivi offrono, nella loro forma migliore: non uno stile condiviso, ma una testimonianza reciproca. La conferma che stai cercando qualcosa, anche quando non sai ancora cosa.

Se ti stai chiedendo dove si trova il tuo sguardo — se è già definito o ancora in formazione, se ha bisogno di solitudine o di confronto — forse il posto giusto da cui partire è guardare il lavoro degli altri non per imitarlo, ma per capire cosa ti disturba, cosa ti emoziona, cosa ti lascia indifferente. Trovi un punto di partenza concreto nel mio approfondimento sui grandi fotografi: non come modelli da seguire, ma come specchi in cui riconoscere — o non riconoscere — qualcosa di te.

Trovi il contenuto su Youtube

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino