
Daido Moriyama e il caos come grammatica: perché la perfezione tecnica uccide la strada
Il pretesto: Moriyama a 85 anni, ancora per strada
Nelle ultime settimane, diverse riviste fotografiche internazionali — tra cui BJP Online — hanno ripreso l’attenzione globale che circonda Daido Moriyama in occasione di una nuova retrospettiva itinerante che tocca Europa e Asia. A 85 anni, Moriyama non ha smesso di fotografare. Esce ancora per le strade di Tokyo con una compatta, spesso in automatico, senza treppiede, senza assistenti, senza piani. Il suo archivio conta decine di migliaia di immagini, molte delle quali non sviluppate o mai mostrate al pubblico. Un’ossessione silenziosa e continua che dura da oltre sessant’anni.
Quello che colpisce, leggendo le interviste più recenti, non è la quantità. È l’atteggiamento. Moriyama parla di fotografia come di qualcosa che gli accade, non che lui produce. Dice che la macchina fotografica è un’estensione del suo sistema nervoso, non uno strumento di controllo. E in un’epoca in cui ogni corso di fotografia promette di insegnarti a “padroneggiare” la luce, la composizione, il momento — questa postura suona quasi come una provocazione.
Grano, mosso, bruciato: un vocabolario deliberato
Bisogna capire una cosa fondamentale su Moriyama: il suo stile non è il risultato di errori accettati con rassegnazione. È una scelta filosofica portata fino alle estreme conseguenze. Il grano alto, le alte luci bruciate, i neri che mangiano i dettagli, il mosso che trasforma un volto in una macchia — tutto questo è un vocabolario preciso, costruito nel tempo, coerente con una visione del mondo. La strada, per lui, non è un luogo da documentare. È un flusso di energia che si può intercettare, non dominare.
Quando guardo certe sue stampe in bianco e nero — quelle dove l’immagine sembra quasi dissolversi nella carta — penso a quanto coraggio ci voglia per resistere alla tentazione opposta. La tentazione di rendere tutto leggibile, nitido, spiegato. Di fare fotografie che non lasciano dubbi. Moriyama lavora esattamente nell’opposto: lascia che il dubbio si installi nell’immagine, che il senso rimanga sospeso, che lo spettatore debba fare uno sforzo per stare dentro quella visione. Ed è in quello sforzo che nasce qualcosa di autentico.
Ti confesso che per anni ho fatto l’errore di confondere la chiarezza tecnica con la chiarezza espressiva. Credevo che un’immagine nitida, ben esposta, con una composizione equilibrata fosse automaticamente una buona fotografia. Poi ho capito — lentamente, a fatica — che la tecnica è solo il mezzo, e che il mezzo può diventare un ostacolo quando lo trasformi in un fine. Moriyama me lo ha insegnato senza dirmelo: guardando le sue fotografie ho capito che il bianco e nero emozionale non è una questione di contrasto perfetto, ma di tensione interna all’immagine.
La domanda che la sua grammatica pone a tutti noi
Allora mi chiedo — e te lo chiedo — quanto della tua energia fotografica è dedicata al controllo, e quanto alla ricezione? Quanto tempo passi a impostare, a calcolare, a ottimizzare, rispetto al tempo che passi semplicemente a guardare e a lasciarti attraversare da quello che vedi? Non è una domanda retorica. È una tensione reale, che vivo ogni volta che esco con la macchina fotografica a Napoli.
Considera che Moriyama ha sviluppato la sua grammatica del caos in un contesto storico preciso: il Giappone degli anni Sessanta e Settanta, un paese che stava attraversando una trasformazione violenta, culturale e urbana. Il suo stile non è nato in astratto — è nato da una necessità di corrispondere visivamente a un mondo che sembrava stare esplodendo. Il caos nelle sue immagini riflette il caos fuori. E questo mi fa pensare che ogni fotografo debba chiedersi: la mia tecnica corrisponde a quello che voglio dire, o è una gabbia elegante in cui mi sono rinchiuso?
Quando la perfezione diventa un alibi
Ho visto tanti fotografi — e me stesso, in certi periodi — usare la perfezione tecnica come alibi. Si lavora sull’esposizione, sulla messa a fuoco, sulla composizione, ci si esercita sulla regola dei terzi e sulla luce d’oro, si aspetta il momento perfetto — e intanto la strada accade senza di te. Il momento passa. L’energia si disperde. Rimani con un’immagine tecnicamente ineccepibile che non dice niente a nessuno, nemmeno a te.
Pensa a questo: Moriyama non aspetta. Moriyama reagisce. C’è una differenza abissale tra i due verbi, e quella differenza è il cuore della street photography. Reagire significa essere già dentro la situazione, non osservarla dall’esterno con il distacco di chi sta cercando la composizione perfetta. Significa accettare che l’immagine sarà imperfetta — mossa, sgranata, tagliata male — ma che quella imperfezione porterà dentro di sé qualcosa di vivo. Qualcosa che una fotografia “perfetta” non può contenere, perché la perfezione esclude il rischio, e senza rischio non c’è vita.
Questa non è una giustificazione per la sciatteria. Non sto dicendo che la tecnica non conta. Sto dicendo che la tecnica deve essere al servizio di qualcosa, e quel qualcosa deve venire prima. Moriyama conosce perfettamente la tecnica fotografica — la sua scelta del caos è consapevole, non casuale. Ma ha deciso che la tecnica è uno strumento da piegare alla visione, non un obiettivo da raggiungere. Se stai cercando di capire come costruire questa consapevolezza nel tuo percorso, il punto di partenza è sempre la fotografia intenzionale: sapere perché premi il pulsante prima ancora di premerlo.
Il corpo come strumento di visione
C’è un altro aspetto della poetica di Moriyama che mi affascina e che raramente viene discusso: il ruolo del corpo. Lui fotografa in movimento, spesso senza guardare nel mirino, tenendo la macchina bassa o di lato, lasciando che sia il gesto fisico a determinare il frame. Non è una tecnica che si impara in un pomeriggio. È il risultato di anni di presenza totale nella strada, di un rapporto quasi fisico con lo spazio urbano. La sua fotografia è corporea prima ancora che visiva.
Quando cammino per i vicoli di Napoli con la macchina in mano, provo spesso a ricordare questo. A sentire la strada con il corpo, non solo a guardarla con gli occhi. A lasciare che il ritmo dei passi, il rumore, la luce che cambia improvvisamente mi dicano quando è il momento — non il calcolo mentale, non la verifica dell’istogramma. È un esercizio difficile, che richiede di abbassare la guardia, di accettare l’imperfezione come parte del processo. Ma quando funziona, le fotografie che escono da quella modalità hanno qualcosa che le altre non hanno. Una presenza. Un respiro.
Quello che resta dopo Moriyama
Non so se Moriyama abbia mai pensato di lasciare un’eredità. Probabilmente no — sembra il tipo di persona che fotografa perché non può fare altrimenti, non per costruire un lascito. Eppure la sua influenza è ovunque nella fotografia contemporanea, spesso in modi che i fotografi stessi non riconoscono. Ogni volta che qualcuno sceglie di non correggere una foto mossa, di tenere il grano invece di ridurlo, di pubblicare un’immagine “imperfetta” perché è quella che dice di più — c’è un po’ di Moriyama in quella scelta.
Quello che mi porto dietro, ogni volta che torno a guardare il suo lavoro, è una domanda semplice e scomoda: sto fotografando per controllare il mondo, o per abitarlo? La risposta cambia ogni giorno. A volte sono onesto con me stesso, a volte no. Ma la domanda rimane lì, utile come un sasso nella scarpa. Se vuoi esplorare come altri grandi fotografi hanno risposto a questa stessa tensione tra controllo e abbandono, il posto giusto da cui partire è la sezione dedicata ai grandi fotografi che hanno ridefinito il modo di guardare la strada — perché certi maestri non si studiano una volta sola, si rileggono ogni volta che si cambia.