
Diane Arbus e il privilegio dello sguardo: fotografare chi il mondo preferisce non vedere
Il pretesto: una retrospettiva che torna a farci domande scomode
Il San Francisco Museum of Modern Art ha dedicato quest’anno una retrospettiva approfondita al lavoro di Diane Arbus, ripercorrendo oltre vent’anni di immagini che hanno cambiato per sempre il modo in cui la fotografia guarda — o osa guardare — le persone ai margini. La mostra, che ha raccolto stampe vintage, contatti originali e materiali d’archivio mai esposti, ha riportato al centro del dibattito fotografico internazionale una domanda che credevamo di aver già risposto: chi ha il diritto di fotografare chi? Ne ha parlato diffusamente il sito del SFMOMA, ma la conversazione si è allargata rapidamente a LensCulture, ai forum di Magnum, alle community di street photographer di tutto il mondo. Perché Arbus non è mai solo storia della fotografia. Arbus è sempre uno specchio puntato verso chi tiene in mano la macchina.
Quello che colpisce, rileggendo oggi il suo lavoro, è la totale assenza di distanza protettiva. Arbus non fotografava i suoi soggetti da lontano, con un teleobiettivo, come si fa quando si vuole catturare qualcosa senza esserne visti. Si avvicinava. Parlava. Tornava. Costruiva una relazione — spesso lunga mesi — prima di premere il pulsante. Fotografava nani, giganti, nudisti, travestiti, persone con disabilità mentali, coppie ai margini della società americana degli anni Sessanta. E lo faceva con una Rolleiflex puntata verso l’alto, guardando il mirino dall’alto verso il basso, in una posizione che la rendeva visibile, presente, esposta quanto i suoi soggetti.
Un’etica dello sguardo che nessuno aveva ancora nominato
Ti confesso una cosa: la prima volta che ho studiato seriamente il lavoro di Arbus, la mia reazione immediata è stata il disagio. Non il disagio delle immagini — che pure c’è, ed è cercato — ma il disagio di riconoscermi in quella posizione. Anche io fotografo per strada. Anche io mi avvicino a persone che non conosco, che non hanno chiesto di essere fotografate, che vivono la loro vita mentre io cerco la mia fotografia. Qual è la differenza tra me e Arbus? Qual è la differenza tra uno sguardo che rispetta e uno che sfrutta? Non ho una risposta netta. Ma ho imparato che la domanda stessa è già parte del lavoro.
Arbus diceva che fotografare è sempre un atto di crudeltà, almeno in parte. Non lo diceva per giustificarsi — lo diceva per essere onesta. “Ho sempre pensato che la fotografia fosse una cosa cattiva da fare”, scriveva nei suoi appunti. “Non nel senso morale, ma nel senso che è crudele. Quanto più è buona, tanto più è crudele.” Questa lucidità mi sembra ancora oggi rara. Nella street photography contemporanea si parla molto di rispetto, di consenso, di etica — e giustamente. Ma si parla poco di quella zona grigia in cui il rispetto e la crudeltà coesistono, in cui lo sguardo è al tempo stesso dono e appropriazione. Arbus viveva in quella zona grigia senza cercare di uscirne. Anzi: la abitava come se fosse l’unico posto davvero onesto dove stare. Se vuoi esplorare come questo equilibrio si costruisce nella pratica quotidiana, il percorso sul bianco e nero emozionale affronta esattamente questa tensione tra tecnica e responsabilità dello sguardo.
C’è un’altra cosa che mi ha sempre colpito di lei: la sua capacità di restituire dignità senza edulcorare. I suoi soggetti non sono mai pietosi, mai ridicoli, mai esotici nel senso deteriore del termine. Sono presenti. Guardano in camera con una consapevolezza che sembra dire: so che mi stai guardando, e ti lascio guardare. Quella complicità — costruita nel tempo, nel dialogo, nella fiducia reciproca — è forse il contributo più radicale di Arbus alla fotografia. Non la tecnica. Non l’estetica. Ma l’idea che fotografare qualcuno sia un atto che richiede una relazione, non solo un’opportunità.
La domanda che rimane: cosa significa guardare senza fuggire?
Pensa a questo: quante volte hai alzato la macchina e poi l’hai abbassata, perché la scena era “troppo”? Troppo intima, troppo dolorosa, troppo esposta. Io lo faccio spesso. E ogni volta mi chiedo se quella rinuncia sia rispetto o paura. Se stia proteggendo il soggetto o me stesso. Arbus non abbassava la macchina. Non perché fosse insensibile — era, per testimonianza di tutti coloro che la conoscevano, una persona di straordinaria empatia — ma perché aveva deciso che guardare fino in fondo era l’unico modo di onorare ciò che vedeva.
C’è una differenza enorme tra guardare e osservare. Guardare è automatico, passivo, quasi involontario. Osservare richiede una scelta: decidere di stare, di non distogliere gli occhi, di accettare il disagio che viene dal vedere davvero. La street photography, nella sua forma più autentica, è un esercizio di osservazione nel senso di Arbus — non nel senso del cacciatore che aspetta la preda, ma nel senso di chi accetta di essere cambiato da ciò che guarda. Ogni volta che esci per strada con la macchina in mano, stai decidendo quanto sei disposto a lasciarti attraversare da quello che incontri. Arbus si lasciava attraversare completamente. Ed è per questo che le sue fotografie fanno ancora così male, così bene.
Quello che la retrospettiva del SFMOMA ha rimesso in circolazione non è solo un catalogo di immagini straordinarie. È una domanda sul coraggio. Sul coraggio di avvicinarsi invece di scappare, di restare invece di girare l’angolo, di guardare invece di abbassare gli occhi. In un momento in cui la street photography è sempre più discussa nei termini del consenso e della privacy — discussioni legittime e necessarie — il lavoro di Arbus aggiunge una dimensione che rischiamo di perdere: la dimensione del coraggio etico, che non è l’assenza di dubbio ma la capacità di agire nonostante il dubbio. Lo storytelling nella street photography parte esattamente da qui: da quella scelta di non distogliere lo sguardo, e di trasformarla in racconto.
Il margine come centro: una lezione che non passa di moda
Arbus fotografava i margini. Ma i suoi margini erano il centro di qualcosa — di una verità sull’America, sulla normalità, sulla costruzione sociale di ciò che è accettabile e ciò che non lo è. In questo senso, la sua fotografia era profondamente politica, anche quando non voleva esserlo. Ogni immagine di un “freak” — termine che lei stessa usava, con una consapevolezza che oggi richiederebbe molte virgolette — era anche un’immagine di chi decide cosa è normale e cosa non lo è. Era uno specchio puntato non verso il soggetto, ma verso lo spettatore.
Quando cammino per Napoli con la macchina, cerco spesso quelle stesse zone di confine. Non le persone “strane” — questa sarebbe una lettura superficiale e sbagliata di Arbus — ma i momenti in cui la normalità si incrina, in cui il gesto quotidiano rivela qualcosa di inaspettato, in cui lo spazio urbano e il corpo umano entrano in una relazione che non avevi previsto. È lì che la fotografia diventa interessante. È lì che smette di essere documentazione e diventa qualcosa di più difficile da nominare. Puoi vedere come questo approccio si traduce in immagini concrete nel mio portfolio di street photography, dove ogni scatto nasce da quella stessa tensione tra il guardare e l’essere guardati.
Arbus si è tolta la vita nel 1971, a quarantotto anni, pochi mesi prima che le sue fotografie fossero esposte alla Biennale di Venezia — prima fotografa americana a ricevere quell’onore. Non so cosa significhi questo, se significa qualcosa. So che il suo lavoro è sopravvissuto a lei con una forza che poche fotografie hanno. E so che ogni volta che torno a guardare quelle immagini, torno anche a guardare me stesso — il mio sguardo, le mie scelte, il mio coraggio o la mia mancanza di coraggio. Forse è questo il vero lascito di Diane Arbus: non un metodo, non uno stile, ma una domanda che non smette di bruciarti dentro ogni volta che esci per strada con la macchina in mano.
La fotografia che non riesci a smettere di guardare è quella che ti chiede qualcosa. Arbus lo sapeva. E forse è per questo che le sue immagini, a oltre cinquant’anni di distanza, continuano a chiederci qualcosa che non siamo ancora sicuri di voler rispondere. Se senti che questa domanda ti appartiene, che il tuo sguardo cerca ancora la sua forma più onesta, il workshop di street photography è il posto in cui proviamo a costruirla insieme — non attraverso regole, ma attraverso il coraggio di guardare fino in fondo.