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Hasselblad Masters 2026 street photography

Hasselblad Masters 2026: la street photography che smette di correre

Erano le sette di mattina e il mercato era già pieno. Non di gente, non ancora — di luce. Una luce che entrava obliqua tra i tendoni, cadeva sulle cassette di verdura, rimbalzava sul pavimento bagnato e poi spariva. Un uomo anziano stava sistemando arance su un banco con la cura di chi fa una cosa che conosce a memoria da trent’anni. Una bambina stava fissando una cassetta di ciliegie come se contenesse un segreto che gli adulti avevano smesso di vedere. Io stavo guardando loro. E per qualche secondo — prima che la città si svegliasse del tutto, prima che i rumori coprissero i rumori — avevo la sensazione precisa di essere nel posto giusto. Non per fare una foto. Per stare.

Il pretesto: Hasselblad Masters 2026 e il vincitore che non ti aspetti

Ieri sono stati annunciati i vincitori degli Hasselblad Masters 2026, uno dei concorsi fotografici più autorevoli e seguiti al mondo. Sette categorie, settanta finalisti selezionati da migliaia di candidature provenienti da ogni continente, e sette vincitori — uno per ognuna delle categorie in gara: Landscape, Portrait, Street, Architecture, Art, Wildlife, Project. Ogni vincitore porta a casa il titolo di Hasselblad Master, una fotocamera Hasselblad X2D II 100C, due obiettivi XCD a scelta e cinquemila euro in contanti. Non è un concorso qualunque: è uno di quelli che spostano davvero qualcosa nella percezione pubblica di un fotografo.

Nella categoria Street Photography ha vinto un fotografo olandese che si chiama Gosse Bouma, con una serie intitolata Morning Ritual. Le fotografie di Bouma ritraggono i mercati rionali dei Paesi Bassi. Non sono immagini aggressive, non cercano la tensione o la sorpresa. Cercano qualcosa di più difficile: la qualità precisa di un momento ordinario. Una donna che compra fiori. Due uomini che si salutano senza fretta. Una bambina che segue sua madre tra le bancarelle con quella curiosità tranquilla che appartiene solo all’infanzia. Fotografie in cui la strada non è un teatro dell’imprevisto — è un luogo dove le persone si ritrovano, si riconoscono, si scambiano qualcosa di piccolo che conta. Puoi leggere i dettagli completi su PetaPixel.

Cosa ci dice questa scelta

Quando sento parlare di street photography, la prima immagine che mi viene in mente è ancora quella — la fotografia come caccia. Il fotografo che aspetta l’angolo di luce perfetto, il personaggio insolito, il gesto inaspettato, la coincidenza visiva che dura un decimo di secondo. La tensione, il riflesso, il momento decisivo. È un’eredità potente, costruita su decenni di lavoro straordinario, e non la sto mettendo in discussione. Ma quello che ha premiato Hasselblad quest’anno mi dice qualcosa di diverso: che la strada non è solo il posto dove succede qualcosa di spettacolare. È anche — e forse soprattutto — il posto dove la gente vive la propria vita normale. E fotografare quella normalità con rispetto e attenzione richiede tanto quanto fotografare l’eccezionale. Forse di più.

C’è una parola che Bouma usa per descrivere il suo approccio: “calma”. Non calma come assenza di tensione, ma calma come presenza piena. La capacità di stare in un posto abbastanza a lungo da smettere di essere un osservatore esterno e diventare parte del ritmo di quel posto. Chiunque abbia fatto street photography sul serio sa quanto sia difficile raggiungere questo stato. La prima mezz’ora in un luogo nuovo sei ancora un turista — lo senti nel modo in cui tieni la fotocamera, nel modo in cui guardi le persone con quella sottile urgenza di chi cerca qualcosa da portare a casa. La terza ora, forse, cominci a vedere davvero. Il collegamento con quello che insegno nei miei workshop di street photography è diretto: la fotografia di strada non inizia quando premi il pulsante. Inizia quando smetti di cercare.

Quello che mi colpisce di più, guardando il lavoro di Bouma, è l’assenza di ironia. La street photography contemporanea è spesso ironica — gioca con gli accostamenti visivi imprevisti, con i paradossi, con le situazioni grottesche o surreali. E anche questo ha il suo valore, non mi fraintendere. Ma Morning Ritual non è ironico. È serio nel senso più bello della parola: prende le persone sul serio, prende i loro gesti quotidiani sul serio, prende il mercato sul serio come spazio di vita condivisa. In un momento storico in cui tutto tende all’eccesso visivo, alla sovrastimolazione, all’immagine che deve colpire entro tre secondi o viene ignorata — questa è una scelta radicale. E il fatto che abbia vinto uno dei premi più importanti del settore mi sembra un segnale che vale la pena leggere con attenzione.

La domanda: cosa stiamo cercando davvero quando usciamo con la fotocamera

Me lo chiedo spesso, quando mi fermo a guardare i miei archivi. Non cosa stavo fotografando — quello è sempre evidente. Ma cosa stavo cercando. La risposta ovvia è: immagini. Ma non è questa. Le immagini sono il risultato, non il motore. Il motore è qualcosa di più sottile — un modo di stare nel mondo con gli occhi aperti, una forma di attenzione che si allena nel tempo e che, alla fine, cambia il modo in cui percepisci le cose anche quando non hai la macchina fotografica con te. I fotografi seri lo sanno. Chi fa street photography da anni sa che il vero allenamento non è tecnico.

I concorsi internazionali come gli Hasselblad Masters hanno il merito di portare visibilità a lavori che altrimenti rimarrebbero confinati in nicchie. Ma hanno anche un limite strutturale — lo stesso limite di tutti i premi: condensano in un’immagine singola o in una serie breve quello che è invece un processo lungo, fatto di tentativi e fallimenti accumulati nel tempo. Gosse Bouma non ha vinto perché un giorno si è trovato in un mercato di Amsterdam con la luce giusta. Ha vinto perché, probabilmente, è tornato decine di volte in quei mercati, con tutte le luci e tutte le stagioni possibili, finché non ha capito cosa stava cercando — e ha smesso di cercarlo. La fotografia premiata è sempre la fotografia di qualcuno che ha già fallito centinaia di volte. Questa è la cosa che non si vede mai nelle pagine dei concorsi.

Non si vede il tempo. Il tempo speso a guardare senza fotografare, il tempo speso a fotografare male, il tempo speso a capire perché quella foto che sembrava perfetta sul campo non funziona sul monitor, il tempo speso a tornare nello stesso posto con un’idea diversa. Il lavoro di Bouma mi fa pensare a questo — a quante mattine silenziose nei mercati siano state necessarie prima che Morning Ritual diventasse una serie con una sua identità coerente. La fotografia di strada seria — quella che vince premi, ma anche e soprattutto quella che non ne vincerà mai nessuno — è fatta di tempo accumulato più che di istanti catturati. Se vuoi esplorare questo approccio su un tuo progetto personale, il corso Storytelling e Street Photography parte esattamente da qui: non dalla tecnica, ma dalla costruzione di uno sguardo coerente nel tempo.

C’è anche una domanda più grande che questo lavoro mi suggerisce, e riguarda il modo in cui guardiamo le persone. Il mercato di Bouma non è esotico — è olandese, è un posto ordinario per la cultura nordeuropea. Eppure nelle sue fotografie quelle persone sembrano degne di attenzione. Degne di uno sguardo lento. E questa, credo, è la definizione più onesta di fotografia umanista: non idealizzare le persone, non trasformarle in simboli di qualcosa di più grande, non usarle come pretesti estetici. Ma guardarle come se contassero. Come se il fatto che un uomo stia sistemando arance su un banco alle sette di mattina fosse qualcosa che vale la pena registrare. Qualcosa che, tra vent’anni, qualcuno sarà contento di vedere. Se ti interessa capire cosa vuol dire costruire un portfolio con questo tipo di coerenza visiva, puoi dare un’occhiata al mio portfolio di street photography — non per imitarlo, ma per vedere cosa significa avere una voce riconoscibile nel tempo.

Venticinque anni di fotografia di strada mi hanno insegnato una cosa sola che vale davvero: la differenza tra chi fa street photography e chi la vive sta nel fatto che il secondo non cerca momenti. Abita i luoghi. E i luoghi, prima o poi, gli restituiscono qualcosa. Non sempre quello che si aspettava. Quasi mai, a dire il vero. Ma qualcosa di reale.

Gli Hasselblad Masters 2026 hanno scelto, tra migliaia di fotografie da ogni parte del mondo, un uomo olandese che fotografa i mercati del mattino con calma e rispetto. Potrebbe sembrare una scelta conservativa — premiare la quiete invece dell’urlo. Io credo che sia esattamente il contrario: in un panorama visivo saturo di immagini che gridano per farsi notare, premiare qualcuno che sussurra è l’atto più coraggioso che una giuria fotografica possa compiere oggi.

Il prossimo mercato che incontri — quello sotto casa tua, quello che attraversi ogni sabato mattina senza alzare gli occhi — merita uno sguardo lungo almeno quanto quello che ha dato Gosse Bouma ai mercati dei Paesi Bassi. Portaci la macchina fotografica. Lasciala abbassata per i primi venti minuti. Torna il giorno dopo. E poi ancora.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino