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street photography collettiva

In-Public e la street photography collettiva: quando lo sguardo ha bisogno di una tribù

Il pretesto: In-Public e l’idea di collettivo nella street photography

In-Public è uno dei collettivi di street photography più longevi e rispettati al mondo. Fondato nel 2000 da Nick Turpin a Londra, ha riunito nel corso degli anni nomi come Matt Stuart, Dougie Wallace, Richard Bram, Nils Jorgensen — fotografi con stili radicalmente diversi, accomunati da una sola cosa: la strada come spazio di indagine visiva e umana. Il sito in-public.com è da anni un punto di riferimento per chiunque voglia capire cosa significhi fare street photography con intenzione, rigore e una precisa coscienza estetica. Non un’agenzia, non una scuola: un collettivo nel senso più autentico del termine, in cui l’identità individuale non si dissolve, ma si confronta.

Quello che colpisce, guardando la storia di In-Public, non è tanto la qualità delle singole fotografie — che pure è altissima — quanto il fatto che il collettivo abbia resistito nel tempo senza perdere la sua natura. In un’epoca in cui tutto tende a diventare brand, In-Public è rimasto una conversazione. E una conversazione, per definizione, richiede almeno due voci. Questo mi ha fatto pensare a lungo a cosa significhi, per un fotografo di strada, scegliere di non camminare da solo.

Lo sguardo solitario e i suoi limiti

Ti confesso una cosa. Per anni ho creduto che la street photography fosse per definizione una pratica solitaria. Uscire da soli, camminare da soli, vedere da soli. C’era qualcosa di romantico in questa idea — il fotografo come flaneur, come osservatore invisibile che scivola nella città senza lasciare traccia. E in parte è ancora così. Nessuno può camminare al posto tuo. Nessuno può premere il tasto di scatto nel momento in cui lo vedi tu. Lo sguardo, alla fine, è sempre singolare.

Eppure. C’è un limite in questa solitudine, e ho impiegato anni a riconoscerlo. Il limite non è tecnico, non è compositivo: è un limite di prospettiva. Quando cammini sempre da solo, con il tempo rischi di fotografare le stesse cose nello stesso modo. Non perché manchi di talento, ma perché lo sguardo, come un muscolo, ha bisogno di resistenza esterna per crescere. Ha bisogno di qualcuno che ti dica: “Io quella scena l’avrei vista diversamente.” Non per correggere, ma per aprire.

È qui che entra in gioco il concetto di collettivo. Non come struttura gerarchica, non come accademia — ma come spazio di confronto orizzontale tra pari. In-Public funziona così: fotografi con visioni diverse che si riconoscono in una pratica comune senza omologarsi. Studiare i grandi fotografi è fondamentale, ma confrontarsi con i contemporanei — con chi sta camminando le strade oggi, con le stesse domande aperte — è un’altra cosa. È più scomodo, più vivo, meno consolatorio.

Cosa cambia quando fotografi con qualcuno accanto

Ho fatto diversi workshop in cui uscivo in strada con altri fotografi, e ogni volta tornavo con immagini diverse da quelle che avrei fatto da solo. Non migliori, necessariamente — diverse. Come se la presenza di un altro sguardo modificasse il mio campo visivo, mi costringesse a cercare qualcosa che non avrei cercato. È un fenomeno strano, quasi paradossale: sei ancora da solo davanti alla scena, ma sai che qualcun altro sta guardando la stessa città con occhi diversi, e questo ti sposta. Ti sposta fisicamente — vai in angoli che da solo non avresti esplorato — e ti sposta mentalmente, nel modo in cui elabori ciò che vedi.

Pensa a questo: la street photography è spesso descritta come una pratica reattiva. Vedi, reagisci, scatti. Ma c’è una parte di essa che è profondamente intenzionale, costruita nel tempo, attraverso la ripetizione e la riflessione. Ed è proprio in questa parte — quella più lenta, più meditativa — che il confronto con gli altri diventa prezioso. Non nel momento dello scatto, ma prima e dopo. Prima, quando costruisci il tuo modo di guardare. Dopo, quando cerchi di capire cosa hai fatto e perché.

La domanda vera: un collettivo cambia il tuo sguardo o lo annulla?

Qui si apre la tensione più interessante, quella che non ha una risposta semplice. Perché il rischio del collettivo esiste, ed è reale. Il rischio è l’omologazione: entrare in un gruppo con uno stile riconoscibile e finire per fotografare come il gruppo, non come te stesso. È successo, nella storia della fotografia. È successo con scuole, movimenti, tendenze. Lo stile diventa gabbia quando smette di essere una scelta e diventa un’aspettativa.

Ma è anche vero il contrario. I fotografi di In-Public non si assomigliano. Matt Stuart ha un senso dell’umorismo visivo che è inconfondibilmente suo. Dougie Wallace ha una fisicità, una brutalità dello sguardo, che non ha niente a che fare con la leggerezza di Stuart. Eppure stanno dentro lo stesso collettivo da anni. Come è possibile? Perché il collettivo, quando funziona davvero, non chiede uniformità — chiede presenza. Chiede che tu porti il tuo sguardo, non una copia dello sguardo degli altri. E questa è una differenza enorme, che cambia tutto.

Mi chiedo spesso cosa significherebbe, per chi fa street photography come forma di racconto visivo, costruire qualcosa di simile in Italia. Non una scuola, non un’associazione con statuto e tessere. Qualcosa di più organico, più informale. Una conversazione continuata nel tempo tra fotografi che si rispettano abbastanza da dirsi la verità. Perché la verità — quella che ti dice che una foto non funziona, o che stai girando in tondo, o che il tuo sguardo si è addormentato — è il regalo più difficile da fare e il più prezioso da ricevere.

La comunità come specchio, non come convalida

C’è una differenza fondamentale tra cercare una comunità che ti convalidi e cercare una comunità che ti specchi. La prima ti dice sempre che stai andando bene. La seconda ti mostra cosa stai facendo davvero, con tutte le contraddizioni e le zone d’ombra. I social media hanno costruito un’enorme infrastruttura per la prima modalità — like, commenti entusiasti, follower — e quasi nessuno spazio per la seconda. Il risultato è che molti fotografi hanno migliaia di persone che li seguono e nessuno con cui parlare davvero del proprio lavoro.

Questo non è un problema di numeri. È un problema di qualità del confronto. Un collettivo come In-Public funziona perché i suoi membri si conoscono, si frequentano, si mostrano il lavoro nel tempo — non solo le foto migliori, ma anche i fallimenti, i dubbi, le serie che non sono decollate. È in questo spazio di vulnerabilità condivisa che lo sguardo cresce. Non nella vetrina, ma nel retrobottega.

Considera che ogni volta che mostro il mio lavoro — in un workshop di street photography o in una conversazione privata con un collega — imparo qualcosa che non avrei imparato da solo. Non perché gli altri sappiano più di me sulla mia fotografia, ma perché il loro sguardo esterno mi restituisce qualcosa che io, dall’interno, non riesco a vedere. È come cercare di descrivere la forma della propria faccia senza uno specchio. Puoi farlo, ma con molti errori.

Soli nella folla, insieme nella visione

La street photography ti mette in mezzo alla gente e, allo stesso tempo, ti isola. Sei nella folla ma non della folla. Guardi senza essere guardato — o almeno, ci provi. Questa condizione di osservatore separato è parte dell’identità del fotografo di strada, e non va negata. Ma c’è un momento, fuori dalla strada, in cui quella separazione può diventare un problema. Quando non hai nessuno con cui elaborare ciò che hai visto. Quando le tue fotografie restano chiuse nel disco rigido perché non sai a chi mostrarle. Quando il tuo sguardo si abitua a se stesso e smette di sorprenderti.

È in quel momento che hai bisogno di una tribù. Non per smettere di essere solo in strada — quello rimarrà, e deve rimanere. Ma per tornare da quella solitudine con qualcosa da portare in una conversazione. In-Public mi ha insegnato, guardandolo da fuori, che i fotografi più interessanti non sono quelli che lavorano nel vuoto, ma quelli che sanno stare in dialogo senza perdere la propria voce. È una capacità rara. Ed è, forse, la più difficile da sviluppare.

Alla fine, la domanda che mi porto dietro non è se sia meglio fotografare da soli o in compagnia. È un’altra: con chi stai parlando del tuo lavoro? Non chi ti mette like. Chi ti fa le domande che non vorresti sentirti fare. Se hai una risposta, hai già qualcosa di prezioso. Se non ce l’hai, forse è il momento di cercarlo — nelle strade, nei collettivi, nei luoghi in cui lo sguardo smette di essere solo tuo e diventa, finalmente, una conversazione.


Francesco Verolino

Fotografo di strada, autore e formatore italiano. Racconta la vita urbana attraverso la street photography da oltre 9 anni. Autore di Vita da Street Photographer, La Luce e Slow Photographer. Fondatore di NapoliVelata e di una Academy di fotografia online.