Passa al contenuto principale
Vivian Maier fotografia segreto

Vivian Maier e il segreto come metodo: cosa significa fotografare senza voler essere visti

Il ritrovamento che ha cambiato una domanda

Nel 2007, un giovane agente immobiliare di Chicago di nome John Maloof acquista per poche centinaia di dollari il contenuto di un box di un’asta fallimentare. Dentro trova scatole di rullini, negativi e stampe. Migliaia. Decine di migliaia. Appartengono a una certa Vivian Maier, nome che non dice nulla a nessuno. Maloof comincia a sviluppare, a guardare, a capire che ha tra le mani qualcosa di raro. La storia esplode, il documentario Finding Vivian Maier arriva nelle sale nel 2013, e il mondo della fotografia si trova improvvisamente a fare i conti con un’autrice che non aveva mai cercato il mondo della fotografia. Puoi leggere la ricostruzione originale di questa vicenda su LensCulture, che ha dedicato ampio spazio all’eredità di Maier e alle domande etiche che il suo caso ha sollevato nel tempo.

Quello che colpisce non è solo la qualità delle immagini — che è altissima, indiscutibile, capace di reggere il confronto con chiunque. È il fatto che Vivian Maier lavorasse come bambinaia, che scattasse di nascosto quasi, che portasse la fotocamera ovunque come si porta un diario segreto. Non un portfolio. Non una carriera. Non una mostra. Un atto privato, ripetuto ogni giorno per decenni, senza pubblico e senza aspettativa di pubblico. Questo è il punto che mi interessa davvero.

Un’autrice che non voleva essere autrice?

Ho riletto di recente alcune interviste con le famiglie per cui Maier ha lavorato. Nessuno sapeva davvero cosa ci fosse in quelle scatole. Lei non ne parlava, non mostrava le stampe, non chiedeva opinioni. Qualcuno ricorda di averla vista fotografare in strada, di aver percepito una certa intensità nel gesto, ma niente di più. È come se avesse costruito una doppia vita in cui la fotografia era la parte vera — e il resto, compreso il rapporto con gli altri, fosse il contorno necessario per poterla praticare.

Ti confesso che questa cosa mi ha tenuto sveglio. Perché io faccio l’opposto: pubblico, condivido, insegno, costruisco un dialogo con chi guarda le mie immagini. E mi sono chiesto se questo — il bisogno di essere visto — sia una forza o una deformazione. Se la necessità di un pubblico purifichi il gesto fotografico o lo contamini. Maier sembra dire che si può fare fotografia della vita altissima senza mai cercare conferma da nessuno. Ma lo dice da morta, attraverso scatole che lei non ha mai aperto. Ed è proprio questo il cortocircuito che non riesco a risolvere.

Nel mio percorso tra i grandi fotografi ho incontrato molte storie di ossessione, di dedizione totale, di vite spese a inseguire un’immagine. Ma la storia di Maier è diversa perché non ha una direzione narrativa chiara. Non c’è il sacrificio in nome del riconoscimento. Non c’è nemmeno il rifiuto consapevole del sistema, come in certi artisti maledetti che costruiscono la propria marginalità come brand. C’è solo il gesto, ripetuto, silenzioso, accumulato.

Fotografare per chi? La domanda che non ha risposta facile

Ogni volta che tengo un workshop chiedo ai partecipanti: perché scatti? Le risposte sono sempre oneste e sempre parziali. C’è chi dice “per fermare il tempo”, chi “per comunicare”, chi “per capire cosa vedo”. Raramente qualcuno dice “per me”. E quando lo dicono, lo dicono con una certa timidezza, come se fosse una risposta meno legittima delle altre. Come se la fotografia dovesse giustificarsi con un destinatario esterno per avere senso.

Vivian Maier smonta questa gerarchia. O almeno sembra farlo. Perché lei scattava — questo è certo — ma non sviluppava tutto. Centinaia di rullini sono stati trovati ancora chiusi, mai passati in camera oscura. Quindi non è nemmeno corretto dire che fotografasse solo per sé, nel senso di guardare le proprie immagini in privato. Fotografava e basta. Il gesto era sufficiente. Questo mi ha fatto pensare a qualcosa che dico spesso durante i miei workshop di street photography: lo scatto avviene prima della fotografia. C’è un momento — una frazione di secondo — in cui vedi qualcosa e il corpo reagisce prima della mente. Maier sembra aver vissuto tutta la sua pratica in quel momento. Prima. Senza dopo.

Il segreto come forma di libertà o come prigione?

Qui si apre la tensione che trovo più produttiva. Il segreto di Maier può essere letto in due modi completamente opposti, e nessuno dei due è sbagliato. Il primo: fotografare senza pubblico è la forma più pura di libertà visiva. Nessuna aspettativa, nessun mercato, nessuna tendenza da inseguire. Solo l’occhio e il mondo. In questo senso, Maier è più libera di qualunque fotografo che abbia mai cercato una galleria o un editore. Il secondo: fotografare senza mostrare è anche una forma di trattenere, di non fidarsi, forse di non credersi abbastanza. E allora il segreto diventa una prigione silenziosa, una forma di autosabotaggio che ha privato il mondo di un’autrice per tutta la sua vita.

Considera che noi non sappiamo cosa pensasse davvero Vivian Maier. Non ha lasciato scritti teorici, non ha rilasciato interviste sulla propria poetica. Sappiamo che era una persona complessa, difficile per molti versi, con una storia personale segnata da precarietà e solitudine. Proiettare su di lei la figura della fotografa-genio incompresa è comodo ma forse disonesto. Potrebbe semplicemente aver avuto paura. O potrebbe aver trovato nella fotografia qualcosa che non aveva bisogno di parole né di sguardi altrui per essere reale.

Pensa a questo: quante immagini hai scattato e non hai mai mostrato a nessuno? Non perché siano brutte — ma perché sono troppo vere, troppo personali, troppo vicine a qualcosa che non sai ancora nominare? Io ne ho molte. E ogni volta che le riguardo mi chiedo se il problema sia la fotografia o la mia capacità di stare con quello che vedo. Maier forse non si faceva questa domanda. O forse se la faceva ogni giorno, e la risposta era sempre la stessa: tieni la scatola chiusa.

Cosa ci insegna davvero questa storia

C’è una questione etica che accompagna la vicenda di Maier e che il mondo della fotografia ha affrontato in modo ancora incompleto. Chi aveva il diritto di aprire quelle scatole? Chi aveva il diritto di costruire una carriera postuma per qualcuno che non l’aveva mai cercata? Maloof ha fatto qualcosa di straordinario e qualcosa di discutibile allo stesso tempo. Ha portato alla luce un’autrice che altrimenti sarebbe scomparsa. Ma l’ha fatto secondo i propri criteri, selezionando, narrando, costruendo un personaggio. La Vivian Maier che conosciamo è anche una sua creazione.

Questo mi interessa perché tocca qualcosa di fondamentale nel rapporto tra fotografo e immagine. Le fotografie che produciamo ci sopravvivono. E una volta che escono dalle nostre mani — o dalle nostre scatole — non ci appartengono più. La street photography, in particolare, lavora su questo confine: cattura momenti di vita altrui senza chiedere permesso, li trasforma in qualcosa d’altro, li consegna a uno sguardo futuro. Maier lo sapeva? Probabilmente sì. E forse è anche per questo che teneva tutto chiuso.

Se vuoi esplorare come il bianco e nero possa diventare uno strumento per andare più in profondità in questo tipo di tensioni visive, il percorso che ho costruito attorno a il bianco e nero emozionale parte esattamente da qui: dall’idea che la tecnica non sia mai neutrale, che ogni scelta formale sia anche una scelta etica e personale. Vivian Maier, con la sua Rolleiflex puntata verso il basso, lo sapeva meglio di chiunque. Anche se non lo ha mai detto a nessuno.


Francesco Verolino

Fotografo di strada, autore e formatore italiano. Racconta la vita urbana attraverso la street photography da oltre 9 anni. Autore di Vita da Street Photographer, La Luce e Slow Photographer. Fondatore di NapoliVelata e di una Academy di fotografia online.