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Le Madri di Srebrenica

Le Madri di Srebrenica

Ogni anno, l’11 luglio, la Bosnia-Erzegovina si ferma per ricordare il massacro di Srebrenica. È un giorno che risuona di silenzio, dolore e dignità. In quel silenzio ho scelto di immergermi, macchina fotografica al collo, per ascoltare, osservare e documentare. Ho attraversato i luoghi della memoria e della sopravvivenza: Srebrenica, Sarajevo, e le voci spezzate ma determinate de le Madri di Srebrenica.

Questo viaggio è diventato parte del mio progetto “Le Madri di Sebrenica” su le Madri di Srebrenica, una galleria fotografica che tenta di restituire frammenti di umanità, di dolore e di verità. Ho voluto guardare oltre la storia scritta, oltre la cronaca, per concentrarmi sui volti, sulle mani, sulle parole di chi ha vissuto l’orrore e ora vive la memoria come resistenza.

Fotografare il vuoto lasciato dall’assenza

La mia compagna di viaggio è stata la OM System OM-3, una macchina analogica con cui lavoro da tempo. In un’epoca in cui la velocità e la saturazione delle immagini ci rendono spesso insensibili, ho voluto rallentare, ascoltare la luce, aspettare il momento. Non c’è nulla di istintivo in queste fotografie: ogni scatto è il risultato di un dialogo, spesso silenzioso, con chi mi stava davanti.

Fotografare in Bosnia durante il memoriale non è semplice: si cammina su un terreno impregnato di storia recente, ancora viva. Le Madri di Srebrenica, figure simboliche e reali al tempo stesso, portano cucita addosso la tragedia. I loro sguardi non sono vuoti, ma pieni: pieni di assenze, di figli scomparsi, di mariti uccisi. Fotografarle è stato un atto di rispetto, un gesto lento, pensato, accompagnato sempre da una conversazione, da una richiesta di permesso, da un tentativo di comprensione.

Le Madri di Srebrenica: custodi della memoria

Le Madri di SrebrenicaLe interviste che ho raccolto tra Srebrenica e Sarajevo sono state l’aspetto più intenso del mio lavoro. Non ho cercato la dichiarazione sensazionalistica, ma il racconto quotidiano, la prospettiva personale, la memoria individuale.

Una donna, tra le madri di Srebrenica, mi ha detto:

“Quando mi chiedono se ho perdonato, rispondo: posso perdonare solo chi si è scusato. Ma qui nessuno lo ha fatto davvero.”
Un’altra ha sussurrato:

“Non cerco vendetta. Cerco mio figlio. Voglio sapere dove l’hanno messo.”
Queste parole non sono solo testimonianze, sono atti politici, sono il tentativo di sottrarre all’oblio una verità che fa ancora paura.

Le Madri di Srebrenica non sono solo vittime: sono attiviste, sono custodi della memoria, sono voci scomode per chi vorrebbe che tutto fosse già archiviato. La loro presenza ogni anno, nel giorno del memoriale, è una forma di resistenza civile e morale.

Srebrenica oggi: tra turismo della memoria e silenzio ufficiale

Camminare oggi a Srebrenica è un’esperienza ambigua. Da un lato, ci sono i visitatori internazionali, le delegazioni ufficiali, le telecamere. Dall’altro, la popolazione locale vive in una precarietà esistenziale e identitaria. Alcuni serbi bosniaci negano ancora il genocidio, molti giovani non hanno mai ricevuto un’educazione storica completa. In questa tensione, la memoria diventa un campo di battaglia.

Ho parlato con alcuni ragazzi a Sarajevo che mi hanno confidato di sapere poco o nulla sul massacro. “Non ce ne parlano a scuola”, mi ha detto uno studente universitario. “È come se non fosse mai successo.”
Eppure, il dolore è ovunque: nei cimiteri improvvisati, nei volti degli anziani, nei nomi incisi sulle lapidi, nei silenzi lunghi delle persone.

Fotografia come testimonianza

Le Madri di SrebrenicaCon “La cenere nel bosco” ho cercato di dare forma a tutto questo. Le immagini non vogliono spiegare, ma evocare. Vogliono lasciare spazio allo spettatore per ascoltare ciò che io stesso ho ascoltato: la voce della perdita, ma anche quella della dignità. Le Madri, in particolare, mi hanno insegnato che si può essere forti anche quando si è spezzati.

Ho scelto un bianco e nero ruvido, poco post-prodotto, lasciando spazio alla grana della pellicola, agli errori, alla luce naturale. Non volevo estetizzare il dolore, ma testimoniarlo. L’OM-3, con la sua lentezza e la necessità di concentrazione, mi ha permesso di restare presente, attento, coinvolto.

Un viaggio che continua

Questo lavoro non finisce con il memoriale. È un percorso che mi ha cambiato profondamente, che continua a interrogarmi, a spingermi verso altre storie. Credo che il nostro compito, come fotografi e come esseri umani, sia quello di restare svegli, di non smettere mai di fare domande.

Nel bosco della memoria, tra le ceneri lasciate dalla violenza, ho incontrato donne che hanno trasformato il lutto in lotta, il dolore in parola. E quelle parole, quelle immagini, ora mi accompagnano. Non ho trovato risposte, ma una consapevolezza: raccontare è un gesto di responsabilità. E io, con la mia macchina fotografica, ho solo cominciato.

Conclusione – Le Madri di Srebrenica

Le Madri di SrebrenicaSrebrenica non è solo un luogo, è una ferita aperta. Fotografare lì, ascoltare lì, è un atto che va oltre il reportage. È entrare in una storia collettiva e farsi carico di una parte di essa. Con questo articolo e con il progetto fotografico “La cenere nel bosco”, ho voluto rendere omaggio a le Madri di Srebrenica, alle loro voci, e offrire a chi guarda le mie immagini un’occasione per fermarsi, riflettere e — forse — ricordare.

Puoi guardare il reportage video sul mio canale Youtube: La Cenere nel Bosco

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino