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fotografare gli sconosciuti

Quando puntare l’obiettivo fa paura: fotografare gli sconosciuti oggi

C’e un gesto che ripeto da quasi vent’anni e che, fino a poco tempo fa, non mi costava nulla: alzo la macchina, inquadro uno sconosciuto, scatto. Ieri pomeriggio l’ho fatto in una via affollata e, per la prima volta, ho sentito il bisogno di abbassare gli occhi subito dopo. Come se avessi sottratto qualcosa. Non l’immagine: la calma di un’altra persona.

Quando lo sconosciuto diventa una minaccia

Qualche settimana fa PetaPixel ha pubblicato un articolo dal titolo brutale: Street Photography Has a Predator Problem. Il pezzo racconta un clima che chiunque scenda in strada con una fotocamera ormai conosce bene: fotografare uno sconosciuto, oggi, e diventato un atto sospetto. Lo spazio pubblico si e fatto piu sorvegliato e, allo stesso tempo, piu diffidente. Chi punta un obiettivo verso un volto sconosciuto non viene piu letto come qualcuno che osserva, ma come qualcuno che prende. Un predatore, appunto.

Non e solo una questione di leggi o di regolamenti, che pure si moltiplicano citta dopo citta. E un cambiamento dell’aria. Cartelli, telecamere, telefoni in ogni mano: viviamo immersi in immagini che nessuno ci ha chiesto di autorizzare. E proprio in mezzo a questa marea, abbiamo paura dell’unico che quell’immagine la costruisce con intenzione, lentamente, guardando davvero. Il fotografo di strada e diventato il capro espiatorio di un’ansia molto piu grande, che riguarda tutti noi e il nostro rapporto con l’essere guardati.

C’e un paradosso che mi tiene sveglio. Nella stessa giornata in cui qualcuno mi chiede con durezza perche lo abbia fotografato, quella persona pubblichera decine di scatti di estranei finiti per caso dentro le sue storie, sullo sfondo di un selfie, nel video di un concerto. La differenza non e nel numero di immagini prodotte, che anzi gioca contro di me. La differenza e che io mi assumo la responsabilita di quello che faccio. Metto la firma. E forse e proprio questo che, oggi, fa paura: non l’immagine in se, ma il fatto che qualcuno la rivendichi.

La differenza tra rubare e ricevere

Ti confesso che leggere quel titolo mi ha messo a disagio, e non perche lo trovassi ingiusto. Mi ha messo a disagio perche, in una piccola percentuale, conteneva qualcosa di vero. Esiste un modo predatorio di fare street photography, e l’ho visto con i miei occhi: il fotografo che caccia, che insegue, che tratta la persona come una preda da incassare nel mirino. Quel modo esiste e fa danni a tutti gli altri. Riconoscerlo non e tradire la disciplina, e l’unico modo per difenderla davvero.

Ma confondere quel modo con la disciplina intera e come giudicare la scrittura a partire da chi usa le parole per insultare. Quando guardo il mio lavoro di street photography, non ci trovo prede. Ci trovo persone che, anche senza saperlo, mi hanno concesso un istante della loro vita. E ogni volta che insegno in un percorso di storytelling e street photography ripeto la stessa cosa: la differenza tra rubare e ricevere non sta nella tecnica, sta nell’intenzione con cui ti avvicini.

Mi torna in mente un pomeriggio a Napoli, qualche anno fa. Un uomo anziano, seduto sulla soglia di casa, mi vede mentre alzo la macchina. Non si irrigidisce. Mi guarda, capisce, e con un gesto minimo del mento mi dice di andare avanti. Quello scatto e tra i miei preferiti, e non per la luce o per la composizione. E perche dentro c’e un patto. Per un secondo, due estranei hanno deciso di fidarsi. Nessuna liberatoria avrebbe potuto produrre quella verita; semmai l’avrebbe uccisa.

Quel ricordo mi ha insegnato una cosa che ripeto spesso: la lentezza e una forma di rispetto. Il predatore ha fretta, scatta e sparisce, non vuole essere visto perche sa di star prendendo qualcosa. Chi invece rallenta, si lascia notare, accetta lo sguardo di ritorno, compie un gesto completamente diverso, anche se la macchina e la stessa. La street photography che mi interessa non e quella del colpo rubato e portato via di corsa. E quella in cui resti, abbastanza a lungo da farti riconoscere come persona e non come minaccia.

Il punto, allora, e che l’intenzione non si vede. Una macchina alzata verso un volto ha lo stesso aspetto, che dietro ci sia rispetto o avidita. Ed e questo il nodo che non possiamo sciogliere con una buona coscienza: chi sta dall’altra parte non puo leggere il tuo cuore. Vede solo l’obiettivo. E in un’epoca che ha imparato a temere lo sguardo, quell’obiettivo basta a farti diventare, agli occhi di chi non ti conosce, il problema.

A chi appartiene un volto in strada

Allora la domanda vera non e “posso fotografare uno sconosciuto?”. La domanda e: a chi appartiene un volto quando attraversa uno spazio pubblico? Per secoli abbiamo dato per scontato che apparire in strada significasse accettare di essere visti, e che essere visti e essere fotografati fossero, in fondo, la stessa cosa. Oggi quella convinzione si e incrinata. La strada e ancora pubblica, ma il volto sembra essere tornato privato.

Non ho una risposta netta, e diffido di chi ce l’ha. Da un lato penso che togliere alla fotografia il diritto di guardare lo sconosciuto significhi spegnere la sua funzione piu antica: essere memoria collettiva, testimonianza di come eravamo. Cartier-Bresson, Vivian Maier, Garry Winogrand non avrebbero potuto chiedere il permesso senza distruggere proprio l’istante che cercavano. Le citta del Novecento che amiamo guardare esistono per noi perche qualcuno, allora, ha avuto il coraggio di puntare l’obiettivo senza chiedere. Dall’altro lato non posso ignorare che ogni mia foto e una decisione presa su qualcuno, e al posto di qualcuno.

C’e poi un’aggravante che il pezzo di PetaPixel sfiora appena. La paura dello sconosciuto cresce nello stesso momento in cui le immagini diventano manipolabili come mai prima. Se un volto puo essere generato, alterato, spostato di contesto con un clic, allora ogni fotografia di una persona reale porta con se un sospetto nuovo: cosa ne farai? Dove finira? La diffidenza che incontro in strada, in fondo, non riguarda solo me. Riguarda un mondo che ha smesso di fidarsi delle immagini, e che proietta su chi le fa la paura di non avere piu controllo sul proprio volto.

Forse la via d’uscita non sta nel diritto, ma nella postura. C’e differenza tra fotografare contro una persona e fotografare con lei, anche quando non scambiate una parola. Quando lavoro con un approccio intenzionale alla fotografia, mi accorgo che chi ho davanti, quasi sempre, sente da che parte stai. Non legge la tua mente, ma legge il tuo corpo, la tua esitazione, il modo in cui resti o scappi dopo lo scatto. Chi fugge confessa. Chi resta, e regge lo sguardo, dice un’altra cosa.

Ed e qui che la paura di cui parla PetaPixel ci restituisce qualcosa di prezioso. Ci costringe a non dare piu niente per scontato. Quel disagio che ho provato ieri, abbassando gli occhi, non e il segnale che dovrei smettere. E il segnale che ho ancora a cuore la persona dietro l’immagine. Il giorno in cui scattero senza piu sentire quel peso, saro diventato esattamente il predatore che tutti temono. La paura, finche resta tua e non degli altri, e una bussola.

Pensa a quante volte, da quando esisti, sei finito dentro la fotografia di qualcun altro senza saperlo. Sullo sfondo di una piazza, dietro la spalla di un turista, nell’angolo di uno scatto di matrimonio tra sconosciuti. Non e mai successo nulla, e quelle immagini, se le ritrovassi, ti racconterebbero un giorno della tua vita che hai dimenticato. La paura di essere fotografati e in larga parte la paura di un uso, non dello sguardo in se. E sull’uso, non sullo sguardo, che dovremmo imparare a discutere, da una parte e dall’altra dell’obiettivo.

Considera questo: la diffidenza che incontriamo in strada non e soltanto un muro contro la fotografia. E anche uno specchio. Ci chiede di meritare lo sguardo che pretendiamo di avere. Ci chiede di essere, ogni volta, un po’ meno cacciatori e un po’ piu testimoni. Non e una limitazione del mestiere, e la sua coscienza che torna a parlare dopo decenni di silenzio.

Per questo continuo a uscire, a sbagliare, a scattare. E per questo, quando accompagno qualcuno in un workshop di street photography, la prima cosa che gli insegno non e dove mettere i piedi o come regolare i tempi. E come stare davanti a uno sconosciuto senza ridurlo a bersaglio. La macchina viene dopo. Molto dopo. Quel volto che hai paura di fotografare non e un ostacolo al tuo lavoro: e la ragione per cui quel lavoro, ancora oggi, vale la pena di essere fatto.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino