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La prospettiva in fotografia è tutto, e il 6 aprile 2026 l’equipaggio della missione Artemis II lo ha dimostrato in modo che non dimenticherò facilmente. Si trovavano a 407.000 chilometri dalla Terra, a 6.550 chilometri dalla superficie lunare, e da quella posizione hanno guardato il Sole sparire dietro la Luna per 54 minuti interi. Sulla Terra una eclissi totale dura al massimo qualche minuto. Da là fuori è durata quasi un’ora. La stessa eclissi, un punto di vista diverso, un risultato completamente diverso. Quando ho letto la notizia non ho pensato alla NASA, non ho pensato alla tecnologia, non ho pensato nemmeno alle Nikon Z9 che hanno usato per fotografare la corona solare. Ho pensato a quanto quella parola, prospettiva, contenga davvero tutto quello che serve sapere sulla fotografia.
La prospettiva in fotografia è tutto, lo so da quando ho iniziato e lo ripeto ogni volta che lavoro con qualcuno, ma ogni tanto arriva qualcosa che te lo ricorda in modo così netto da toglierti il fiato. Quegli astronauti hanno fotografato la stessa cosa che milioni di persone sulla Terra stavano guardando in quel momento. Stessa Luna, stesso Sole, stessa eclissi. Eppure le loro fotografie sono completamente diverse, non solo esteticamente ma nella sostanza di quello che mostrano. Dalla posizione di Artemis II la corona solare appare senza nessun filtro atmosferico, con una chiarezza impossibile da ottenere dalla Terra. Le stelle di fondo che in condizioni normali non riesci nemmeno ad avvicinare con una lunga esposizione appaiono nel cielo reso buio dalla totalità. Venere è chiarissimo. I dettagli coronali che nei libri di astrofotografia vedi solo nelle immagini dei telescopi spaziali qui sono stati catturati da una macchina fotografica tenuta in mano da un essere umano. Puoi leggere tutti i dettagli della missione direttamente su PetaPixel.
54 minuti di totalità contro 4 minuti al massimo dalla Terra. Stessa scena, prospettiva diversa, fotografia diversa. Questo è il punto su cui voglio fermarmi, perché riguarda ogni singolo fotografo ogni singola volta che esce con la macchina fotografica.
Un fotografo non scatta la realtà. Un fotografo sceglie da dove guardarla, e quella scelta determina tutto quello che viene dopo, il soggetto, la luce, la composizione, l’emozione. Ci penso spesso quando sono in giro, specialmente quando sento quella sensazione di blocco che arriva quando una scena non ti convince ma non riesci a capire perché. Di solito il problema non è la scena, è dove mi sono messo a guardarla. La scelta del punto di vista è la decisione più importante che fai prima di premere il pulsante, prima ancora dell’obiettivo che metti in macchina, prima ancora della luce che hai deciso di aspettare, prima ancora del momento che stai cercando. Dove ti metti tu determina cosa vedrà chi guarda la fotografia, e determina anche cosa sarai in grado di vedere tu nel mirino.
Gli astronauti di Artemis II non hanno fatto niente di concettualmente diverso da quello che fai tu quando ti abbassi per fotografare un bambino a livello degli occhi invece che dall’alto. O quando cammini per mezz’ora intorno a un edificio cercando il lato in cui la luce cade nel modo che hai in testa. O quando decidi di mettere il soggetto ai margini dell’inquadratura invece che al centro perché da lì racconta qualcosa di diverso. Loro si trovavano a 407.000 chilometri di distanza e il punto di partenza era una missione spaziale, ma la logica della prospettiva in fotografia è esattamente la stessa: hai capito da dove vuoi guardare, quindi vai lì.
La prospettiva non è un accidente, non è fortuna, non è trovarsi nel posto giusto al momento giusto. È una scelta che si prende prima, consapevolmente, e che richiede di muovere i piedi più che di muovere i dials della macchina fotografica. Se vuoi approfondire come questa consapevolezza si traduce in un metodo di lavoro concreto, ti consiglio di leggere il mio articolo su essere, pensare e fare nella fotografia consapevole. Nella mia esperienza i fotografi che migliorano più rapidamente non sono quelli che comprano l’obiettivo migliore o imparano prima gli istogrammi, sono quelli che hanno capito che la fotografia inizia con il decidere dove mettersi, e che quella decisione vale più di qualsiasi impostazione tecnica.
La prossima volta che esci con la macchina fotografica e una scena non ti convince, prima di cambiare le impostazioni o aspettare che cambi la luce, chiediti se hai davvero trovato il posto da cui guardarla. Sposta i piedi, abbassati, alzati, gira intorno al soggetto fino a quando il mirino non ti dice che sei nel posto giusto. Quella eclissi fotografata dalla Luna, con 54 minuti di corona solare visibile e le stelle sullo sfondo, lo dimostra meglio di qualsiasi libro di fotografia che io abbia mai letto: il mondo è lo stesso per tutti, quello che cambia è dove decidi di metterti a guardare.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.