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LensCulture Art Photography Awards 2026

LensCulture Art Photography Awards 2026: cosa ci dice la fotografia che vale

I LensCulture Art Photography Awards 2026 hanno appena annunciato i loro quaranta vincitori, e come ogni anno mi fermo a guardare con attenzione non tanto i singoli scatti, ma quello che l’insieme di queste scelte racconta. Un concorso internazionale di questo livello, con una giuria composta da curatori, direttori di gallerie e photo editor che vivono dentro il mondo della fotografia d’autore, è uno specchio fedele di cosa la fotografia contemporanea considera importante, autentico, necessario. Non mi interessa stilare classifiche o applaudire i vincitori di turno. Mi interessa capire cosa ci stanno dicendo.

Il primo premio nella categoria serie è andato all’australiana Lisa Murray con un progetto intitolato “This Too Shall Pass”, un’esplorazione visiva dell’impermanenza e della transizione emotiva. Il titolo stesso — questa anche passarà — è un motto che appartiene alla saggezza popolare di molte culture, e Murray lo trasforma in un corpo di lavoro che attraverso immagini costruite con precisione comunica qualcosa che la filosofia e la psicologia dicono con molte più parole. Questo mi colpisce sempre, nella fotografia che funziona davvero: la capacità di contenere un’idea complessa in una forma visiva che non spiega, ma mostra. Il secondo premio è andato a Jonah Reenders con “Armillaria”, un lavoro sul mondo naturale e biologico che usa la fotografia per guardare da vicino ciò che normalmente ignoriamo. Il terzo ad Anastasia Sierra con “The Witching Hour”, un lavoro atmosferico e narrativo che vive sul confine tra realtà e racconto.

Tre lavori molto diversi tra loro, ma con qualcosa in comune: nessuno di questi fotografi ha fotografato per convincere qualcuno della propria bravura tecnica. Tutti e tre hanno fotografato perché avevano qualcosa da dire, e hanno cercato il modo visivo più efficace per dirlo. È questa la differenza che separa la fotografia d’autore da tutto il resto. Non la nitidezza, non la composizione da manuale, non il post-produzione impeccabile. La necessità. La sensazione che quell’immagine, quel progetto, quel corpo di lavoro non potesse non esistere, perché esisteva prima nella mente e nella sensibilità di chi l’ha fatto.

Guardando i lavori delle menzioni speciali della giuria, emerge un’altra costante che vale la pena notare. Cesar Blay con “Tired of Goodbyes” usa surrealismi e delicatezza per parlare di dolore; Chloe Ronco con “Pinfeathers” sceglie la ritrattistica familiare più intima possibile, costruita su interazioni autentiche; Andrew Kung con “A River Once Dreamed” esplora appartenenza, mascolinità e amicizia; Emmi Minkkinen con “Hidden Mother” mette insieme genere, maternità e femminismo in un lavoro che non avrebbe potuto essere fatto da nessun altro, nel senso più preciso del termine. C’è una diversità tematica straordinaria in questi quaranta lavori, e tuttavia tutti condividono una caratteristica: sono irriducibilmente personali. Non imitano nessuno. Non cercano di assomigliare a quello che ha funzionato prima. Partono da un punto di vista talmente specifico che diventano universali.

È il paradosso che ho capito dopo anni di fotografia e di formazione con fotografi di ogni livello: più sei specifico, più riesci a comunicare con tutti. Quando un fotografo cerca di fare qualcosa di universale in senso generico — belle luci, belle composizioni, soggetti che piacciono a tutti — ottiene il contrario: un lavoro che non parla davvero a nessuno. Quando invece parte da qualcosa di strettamente personale, da una domanda che sente urgente, da un’ossessione visiva che non riesce a ignorare, produce immagini che arrivano lontano. Come Saul Leiter faceva con le finestre appannate di New York, trasformando il banale in invisibile e l’invisibile in indimenticabile.

Un altro elemento che mi ha colpito di questa edizione dei LensCulture Art Photography Awards 2026 è la provenienza geografica dei vincitori: Australia, Stati Uniti, Slovenia, India, Colombia, Spagna, Finlandia. La fotografia d’autore oggi non ha una capitale geografica. Non è Parigi o New York o Londra a dettare cosa vale e cosa no. Questo è un cambiamento profondo rispetto a vent’anni fa, e cambia anche il modo in cui dobbiamo guardare al nostro percorso. Non dobbiamo aspirare a un modello centralizzato di fotografia. Dobbiamo sviluppare una voce che venga dal nostro luogo, dalla nostra storia, dal nostro sguardo specifico.

Come fotografo italiano che lavora su storytelling visivo e autorialità, trovo in questi premi una conferma di qualcosa che dico da anni: il percorso verso una fotografia che vale non passa dall’accumulo di tecnica, ma dalla costruzione di una visione. La tecnica è uno strumento, e va padroneggiata, ma il momento in cui diventa fine a se stessa è il momento in cui la fotografia smette di comunicare e diventa esercizio. I quaranta lavori premiati da LensCulture in questa edizione sono tutti, senza eccezione, lavori in cui la tecnica è al servizio di qualcosa di più grande. E questo qualcosa di più grande ha sempre il nome di chi ha premuto il tasto di scatto.

Se c’è una cosa concreta che ti chiedo di portare con te da questo articolo, è questa: la prossima volta che esci a fotografare, invece di chiederti “cosa posso fotografare di interessante”, chiediti “cosa sento urgente da mostrare”. La differenza tra queste due domande è la differenza tra la fotografia che accumula file sul disco fisso e la fotografia che costruisce nel tempo un corpo di lavoro che ti appartiene davvero.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino