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Sony World Photography Awards 2026: Citlali Fabián e la fotografia che restituisce voce

I Sony World Photography Awards 2026 hanno svelato i loro vincitori il 16 aprile, e come faccio ogni anno mi sono messo a guardare il lavoro premiato cercando di capire qualcosa oltre il comunicato stampa. Non mi interessa la lista dei nomi come un bollettino sportivo. Mi interessa cosa quegli scatti dicono sulla direzione che sta prendendo la fotografia come linguaggio, su cosa il mondo—o almeno una parte colta e attenta di esso—considera oggi degno di riconoscimento.

Quest’anno la vittoria più significativa porta il nome di Citlali Fabián, fotografa messicana originaria della comunità indigena Yalalteca, oggi basata a Londra. La sua serie “Bilha, Stories of my Sisters” le ha consegnato sia il titolo di Photographer of the Year 2026—con un premio di 25.000 dollari e una mostra personale nel 2027—sia il primo posto nella categoria Creative. Non è un lavoro che si spiega in due righe, e sarebbe sbagliato provarci. È una serie di ritratti artistici in cui alle fotografie si sovrappongono disegni a mano: figure, note musicali, foglie, elementi decorativi che non decorano per il gusto di decorare, ma raccontano qualcosa di preciso sulle donne ritratte, sulle loro storie, sulla loro cultura.

Quello che mi ha colpito leggendo il lavoro di Fabián non è tanto la tecnica—anche se la scelta di ibridare fotografia e illustrazione è coraggiosa e ben riuscita—ma l’impostazione concettuale. Le donne fotografate non sono soggetti. Sono coautrici. Fabián costruisce ogni immagine in dialogo con chi ritrae, lasciando che la storia emerga da una conversazione invece che dall’occhio di chi tiene la macchina in mano. Monica Allende, presidente della giuria professionale, ha usato una frase che vale la pena tenere a mente: in molte culture indigene le storie nascono da conversazioni collettive, non da voci singole. Questo non è solo un principio etico, è un modo di fare fotografia che mette in discussione tutta la tradizione del ritratto come atto di potere del fotografo sul soggetto.

Può sembrare una questione distante da chi fa fotografia nel quotidiano, da chi esce la domenica con la reflex o costruisce un progetto personale nelle proprie città. Ma non lo è. Ogni volta che ci mettiamo davanti a qualcuno con una macchina fotografica stiamo prendendo una decisione su chi ha il controllo della storia. Fabián ha scelto di condividerlo, e il risultato è un lavoro che trasmette qualcosa di autentico proprio perché le persone ritratte ci si riconoscono davvero. Vale la pena fermarsi su questo prima di fare l’ennesima sessione in cui il fotografo decide tutto—composizione, luce, posa, interpretazione—e il soggetto è solo il materiale grezzo.

Tra i vincitori c’è anche un nome che per chi ha a cuore la storia della fotografia suona diversamente dagli altri: Joel Meyerowitz ha ricevuto il riconoscimento Outstanding Contribution to Photography. Uno dei grandi della fotografia di strada americana, uno di quelli che ha lavorato in un’epoca in cui uscire con una macchina fotografica per le strade significava scontrarsi con i passanti, con la diffidenza, con la domanda di fondo che ogni street photographer conosce bene: cosa ci fai con la mia faccia? Meyerowitz ha risposto con decenni di lavoro straordinario. Riconoscerlo ora è giusto, anche se questi premi arrivano sempre un po’ in ritardo rispetto all’influenza reale che un autore ha esercitato sulla generazione successiva.

Il panorama degli altri vincitori 2026 racconta qualcosa di interessante sulla geografia della fotografia contemporanea: Bangladesh, Colombia, Ecuador, Corea del Sud, Italia, Norvegia, Australia, Svezia. Non c’è un dominio geografico evidente. C’è invece una tendenza chiara: i lavori premiati tendono a parlare di comunità, di identità, di rapporto con il territorio. Il vincitore nella categoria Documentary Projects è Santiago Mesa, colombiano, con un progetto che esplora il paesaggio umano del suo paese. Isadora Romero dell’Ecuador ha vinto nella categoria Environment. È fotografia che nasce da un radicamento preciso in un luogo e in una storia. Non fotografia apolide, non estetismo decorativo.

Questo mi porta a una riflessione che porto avanti da tempo e che avevo già sviluppato parlando dei LensCulture Art Photography Awards 2026: i grandi concorsi fotografici internazionali stanno diventando uno specchio abbastanza fedele di quello che la critica e la curatela considerano fotografia rilevante oggi. Non è detto che coincida con quello che vende, con quello che piace al grande pubblico, con quello che funziona sui social. Ma chi vuole capire dove si sta muovendo il linguaggio fotografico ai suoi livelli più alti non può ignorare questi appuntamenti. Sono bussole imperfette, ma sono bussole.

La mostra dei Sony World Photography Awards 2026 è aperta alla Somerset House di Londra dal 17 aprile al 4 maggio. Se sei in zona, vai a vederla di persona. Guardare stampe fisiche di un lavoro come quello di Fabián è un’esperienza completamente diversa dallo schermo—e in questo caso, dove i dettagli dei disegni a mano interagiscono con la fotografia, la differenza è ancora più marcata. Se non puoi, PetaPixel ha documentato i vincitori con una galleria completa. Prenditi il tempo di guardarli con attenzione, non di scorrerli. Quella è la differenza tra consumare immagini e imparare da esse.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino