Joel Meyerowitz: gli smartphone democratizzano la fotografia, l’intelligenza artificiale è un’altra cosa
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Joel Meyerowitz e fotografia sono due concetti che per chiunque ami davvero questo mestiere evocano qualcosa di preciso: il colore come scelta consapevole, la strada come campo di battaglia quotidiano, New York come laboratorio permanente. A 88 anni, questo signore che ha trasformato il modo in cui guardiamo le fotografie a colori continua a essere una presenza attiva nel dibattito fotografico mondiale. Le dichiarazioni che ha rilasciato durante i Sony World Photography Awards 2026 — dove ha ricevuto il premio Outstanding Contribution to Photography — mi hanno colpito per la loro chiarezza, quella stessa chiarezza che ritrovo sempre in chi ha passato decenni a guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Joel Meyerowitz fotografia sono due concetti che per chiunque ami davvero questo mestiere evocano qualcosa di preciso: il colore come scelta consapevole, la strada come campo di battaglia quotidiano, New York come laboratorio permanente. A 88 anni, questo signore che ha trasformato il modo in cui guardiamo le fotografie a colori continua a essere una presenza attiva nel dibattito fotografico mondiale. Le dichiarazioni che ha rilasciato durante i Sony World Photography Awards 2026 — dove ha ricevuto il premio Outstanding Contribution to Photography — mi hanno colpito per la loro chiarezza, quella stessa chiarezza che ritrovo sempre in chi ha passato decenni a guardare il mondo attraverso un obiettivo.
Meyerowitz ha detto una cosa che a prima vista potrebbe sembrare sorprendente, se non si conosce bene il personaggio: gli smartphone gli sembrano una buona cosa. Attenzione però, non nel senso banale della tecnologia che avanza e quindi va accettata. Il senso è più profondo e ha a che fare con la democratizzazione dell’atto fotografico. Miliardi di persone che ogni giorno fanno fotografie stanno costruendo una cultura dell’immagine che insegna valori — sulla fotografia, sull’umanità, sulla dignità. È un’idea potente. Meyerowitz è stato lui stesso un pioniere controverso: negli anni in cui la fotografia d’autore parlava quasi esclusivamente in bianco e nero, lui scelse il colore e si scontrò con la resistenza dell’ambiente. Sa bene cosa vuol dire difendere una visione minoritaria contro il senso comune. E sa anche cosa vuol dire quando qualcosa di nuovo apre porte che prima erano chiuse.
Quello che mi interessa della sua posizione sugli smartphone non è tanto l’approvazione tecnologica in sé, ma il ragionamento sottostante. Il numero di persone che fotografa ogni giorno non è un rumore di fondo: è un ecosistema che produce sensibilità, attenzione, consapevolezza visiva. Certo, la maggior parte di quelle fotografie non raggiungerà mai la potenza di uno dei suoi scatti storici. Ma il fatto che sempre più persone si fermino davanti a una luce particolare, a un momento di vita che sta per dissolversi, a un gesto che dice qualcosa di vero — questo conta. Conta per la fotografia come linguaggio, e conta per chi fa fotografia come mestiere o come vocazione profonda. C’è qualcosa di generativo in questa moltiplicazione degli sguardi, qualcosa che non si può liquidare con il giudizio estetico sulle singole immagini prodotte.
Sull’intelligenza artificiale, invece, Meyerowitz si ferma. Non con arroganza, non con la nostalgia difensiva di chi non vuole accettare il cambiamento. Si ferma con una lucidità che trovo esemplare. La definisce “lensless photography” — fotografia senza obiettivo — e aggiunge che capiremo in futuro cosa significa oggi. Ha scelto di non usarla. Punto. Nessuna spiegazione difensiva, nessuna arringa contro il progresso. Solo una scelta, comunicata con la stessa semplicità con cui si sceglie un obiettivo invece di un altro. Questa posizione mi appartiene in modo profondo. L’intelligenza artificiale applicata alla fotografia pone una domanda che non è tecnica ma ontologica: cosa rimane dell’atto fotografico quando l’occhio, la luce e il momento — quella triade irripetibile — vengono sostituiti da un sistema che genera immagini a partire da pattern statistici?
Meyerowitz ha descritto la fotografia di strada come l’energia della vita in strada, il modo in cui le persone si portavano, le interazioni tra le persone, gli eventi istantanei che accadono e scompaiono. È una definizione che non invecchia, perché tocca qualcosa di strutturale: la fotografia nasce da una presenza fisica nel mondo. Tu sei lì. La luce è quella, non un’altra. La persona che cammina verso di te non ripeterà mai esattamente quel passo, quell’espressione, quella postura. L’immagine generata da un sistema di machine learning non proviene da nessuna presenza, da nessuna attesa, da nessuna decisione presa in un decimo di secondo. Può essere bella, interessante, utile per altri scopi. Ma non è fotografia nel senso in cui questo mestiere si è definito nel corso di quasi due secoli di storia.
Ho scritto in passato di quanto il tempo di attesa, la lettura della luce, la relazione con lo spazio urbano siano elementi non separabili dal fare fotografia. Ne ho parlato, tra le altre cose, analizzando il lavoro di Phil Penman, un altro fotografo che ha costruito la sua intera carriera sulla presenza costante nella strada. Quello che Meyerowitz conferma, con la sua carriera e con le sue parole di questo aprile 2026, è che questi elementi non sono romantici relitti del passato: sono la sostanza del fare fotografia. La tecnologia può cambiare gli strumenti. Non può cambiare il fatto che un’immagine vera, un’immagine che resiste al tempo, nasce sempre da un essere umano che ha guardato il mondo con attenzione e ha premuto il pulsante nel momento giusto. Tutto il resto è produzione di immagini. Affascinante forse, spesso interessante. Ma è un’altra cosa.
Se sei un fotografo — o stai cercando di diventarlo — il consiglio che mi sento di darti è di prendere sul serio questo tipo di posizioni. Non perché Meyerowitz abbia ragione su tutto, ma perché ha costruito una visione lunga decenni, l’ha difesa quando non era di moda, e oggi a 88 anni continua a fotografare.
C’è qualcosa in quella coerenza che vale la pena studiare e, soprattutto, vale la pena portare con sé la prossima volta che esci con la fotocamera. Che sia una mirrorless da tremila euro o lo smartphone che hai in tasca, stai cercando qualcosa che i sistemi generativi non possono cercare: un momento vero, nella luce giusta, con lo sguardo che riconosce il gesto prima che scompaia. Quella è ancora, e resterà sempre, la fotografia.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.