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Ansel Adams AI fotografia

Vedere prima di fotografare: il concorso che ha rimesso al centro l’occhio che conta

C’è un momento preciso, in ogni uscita fotografica, in cui smetti di guardare e cominci a vedere. Per me succede di solito dopo venti, venticinque minuti. All’inizio cammino come un turista con la macchina fotografica al collo — registro volti, edifici, luce. Poi qualcosa cambia. Non so dire esattamente cosa. Il rumore di fondo si abbassa. Il corpo rallenta. E comincio a notare cose che prima erano invisibili: l’ombra di una ringhiera che taglia una figura, la tensione tra due sconosciuti che si sfiorano, il modo in cui la luce del mattino trasforma un marciapiede banale in qualcosa che sembra antico. Quello che cambia non è la strada. Sono io.

Quando un concorso fa la domanda giusta

Qualche giorno fa, il sito americano All About Photo ha annunciato i vincitori dell’undicesima edizione del suo concorso annuale. Il tema scelto quest’anno era The Mind’s Eye — l’occhio della mente — e a selezionare le immagini è stato chiamato Steve McCurry, uno dei fotografi più riconoscibili al mondo, autore di trent’anni di immagini capaci di fermare il tempo. Quarantacinque fotografie selezionate da oltre cinquecento candidature provenienti da quindici paesi e quattro continenti.

Il primo premio è andato a Matt McClain per un’immagine scattata a Colonial Williamsburg, in Virginia: una finestra appannata con il riflesso di un interprete storico, passato e presente sovrapposti in un unico fotogramma. Una fotografia che non documenta — evoca. Ed è stata esattamente questa distinzione a colpirmi mentre leggevo il comunicato dei vincitori degli All About Photo Awards 2026. Non la tecnica, non il soggetto: l’evocazione.

La locuzione Mind’s Eye nel mondo anglosassone indica la capacità di vedere con la mente, di immaginare qualcosa di assente, di evocare un’immagine prima ancora che esista nel mondo fisico. Nel contesto della fotografia, il Mind’s Eye è quella facoltà che lavora in anticipo rispetto all’otturatore. È l’occhio che vede la fotografia prima che venga scattata. Non è un concetto astratto o poetico. È la differenza concreta tra chi fotografa e chi vede — e tra queste due cose c’è una distanza che non si misura in millimetri di focale.

La domanda che i partecipanti ai workshop non fanno

Ho pensato a questo tema per giorni, perché tocca esattamente quello che cerco di trasmettere ogni volta che insegno fotografia. La domanda che più spesso mi rivolgono i partecipanti ai workshop è: “Come faccio a sapere quando scattare?” È la domanda giusta, ma posta nel posto sbagliato. La risposta non sta nella tecnica, non sta nell’esperienza accumulata, non sta nemmeno nella velocità di reazione. Sta nell’educazione dell’occhio interiore — quello che percepisce il potenziale di una scena prima che la scena si manifesti completamente davanti all’obiettivo.

McCurry ha costruito la sua carriera su questo principio. Le sue fotografie più forti — dall’Afghanistan al Rajasthan, dalle strade del Vietnam ai mercati dell’India — non raccontano semplicemente quello che era davanti a lui. Raccontano quello che lui era capace di vedere in quello che aveva davanti. C’è sempre una distanza tra la realtà documentata e la realtà fotografata, e in quella distanza vive l’occhio interiore del fotografo. Quella distanza è il suo stile. È la sua firma invisibile su ogni immagine.

La fotografia che resiste nel tempo non è quella che mostra di più, ma quella che fa immaginare di più.

Questa idea mi accompagna da anni. Perché spinge verso una domanda scomoda: nelle mie fotografie, quanto spazio lascio all’immaginazione di chi guarda? Ho cercato di rispondere in La Luce, il libro in cui ho provato a capire cosa succede nel momento tra il vedere e lo scattare. La fotografia non è registrazione — è selezione. Ogni volta che premi il pulsante stai dicendo: questo è importante, e tutto il resto no. Questa scelta non la fa la macchina fotografica. La fa il tuo occhio interiore. E la macchina registra soltanto ciò che lui, già, ha deciso di vedere.

L’occhio che conta si può davvero allenare?

Eccola, la domanda che davvero mi interessa. Ed è una di quelle domande a cui non sono sicuro di avere ancora una risposta definitiva, anche dopo nove anni di lavoro sul campo. Perché si scontra con un’idea romantica molto diffusa nel mondo della fotografia: quella che il “buon occhio” sia qualcosa che hai o non hai. Un dono. Una predisposizione innata. O ce l’hai oppure sei condannato a fare fotografie mediocri per sempre, qualunque macchina tu usi, qualunque corso tu frequenti.

La realtà è che questa idea è allo stesso tempo vera e completamente fuorviante. Vera, perché c’è qualcosa nel temperamento di un fotografo che non si costruisce a tavolino — una certa propensione all’osservazione, una tolleranza per l’ambiguità, un interesse genuino per l’altro che non si insegna in aula. Fuorviante, però, perché trasforma quello che è un percorso educativo in un giudizio di valore definitivo. “Non hai l’occhio” diventa una sentenza invece che un punto di partenza. E io ho visto troppi fotografi smettere di crescere perché qualcuno aveva formulato questa sentenza su di loro — o perché l’avevano formulata da soli, nel silenzio di una serata davanti al monitor.

Quello che posso dire con certezza — e lo dico dopo aver osservato centinaia di fotografi nei miei workshop negli anni — è che l’occhio interiore si affina. Non si costruisce da zero, ma si educa, si espande, si radica. E lo strumento principale di questa educazione non è la macchina fotografica. È la visione. Guardare fotografie con attenzione critica, guardare dipinti, guardare cinema. Sviluppare un vocabolario visivo ricco e vario. Costruire un archivio mentale di immagini che diventano, nel tempo, il filtro attraverso cui leggi la realtà prima ancora di alzare la macchina al volto.

Il rischio di scattare senza vedere

Tuttavia c’è un rischio che vedo spesso, e che trovo particolarmente subdolo: si può scattare per anni senza davvero allenare l’occhio. Si può accumulare esperienza tecnica, conoscere tutte le impostazioni a memoria, padroneggiare la luce in ogni condizione — e rimanere fermi allo stesso livello di visione del primo giorno. Perché allenare l’occhio non significa scattare molto. Significa guardare con intenzione. Tornare sulle proprie immagini con onestà radicale. Chiedersi non “questa foto è bella?” ma “questa foto dice qualcosa di vero? Rivela qualcosa che non era visibile prima che io premessi il pulsante?”

Ne parlo in modo approfondito nel mio Slow Photographer — l’idea che rallentare sia l’atto più radicale che un fotografo possa compiere in un’epoca di sovrapproduzione visiva. Rallentare non per fare meno fotografie, ma per tornare a quella connessione tra occhio interiore e mondo esterno che è, in fondo, l’essenza di qualsiasi fotografia che valga la pena guardare due volte. La velocità è il nemico dell’occhio interiore. Non perché le fotografie veloci siano sempre superficiali, ma perché la velocità riduce lo spazio mentale in cui il Mind’s Eye può lavorare davvero.

La cosa che mi ha convinto guardando le immagini selezionate da McCurry per questo concorso è che nessuna di esse ti dice immediatamente cosa vedere. Ciascuna ti invita in uno spazio aperto, una zona di possibilità. La finestra appannata di McClain non racconta una storia compiuta: apre una domanda. E questa apertura — questa deliberata incompletezza — è, credo, la firma di un occhio interiore davvero educato. Non il fotografo che vuole mostrare tutto, ma quello che ha imparato a selezionare con precisione cosa lasciare nell’ombra. E nel farlo, paradossalmente, illumina di più.

Quando torno dai miei giri di street photography e guardo le immagini sul monitor, le fotografie che mi emozionano di più sono quasi sempre quelle in cui c’è qualcosa che non ho capito del tutto nel momento in cui ho scattato. Qualcosa che l’occhio interiore ha intercettato prima della mente razionale. Qualcosa che è rimasto lì, latente, e che solo dopo — a casa, con la distanza di qualche ora — riesce a rivelarsi pienamente. Non so se questo confermi che il Mind’s Eye si possa allenare, o se invece dimostri che lavora in modo indipendente dalla volontà consapevole. Forse entrambe le cose insieme.

Quello che so è che vale la pena continuare a chiedersi dove vive, quel momento. Tra l’occhio e l’obiettivo. Tra il vedere e il fotografare. In quello spazio sottilissimo — che non dura più di un respiro — c’è tutto quello che conta davvero.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino