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momento decisivo fotografia

L’imperfezione come manifesto: quando la fotografia torna a essere umana

Una mattina di gennaio a Napoli. Lunga esposizione, pioggia, la folla che si muove come liquido lungo via Toledo. Scatto undici, dodici fotografie. Tutte corrette. La tredicesima è mossa: la gente sfuma, le luci si allungano fino all’assurdo, il punto di fuoco è sbagliato. Quella è la foto. Non perché sia perfetta. Perché è vera. Me ne rendo conto solo dopo, seduto al tavolo di un bar con un caffè che si raffredda, mentre scorro le immagini sullo schermo della macchina. E mi chiedo — non per la prima volta — perché ci voglia così tanto tempo per imparare ad accettare quello che abbiamo davanti.

Il trend che non è un trend

All’inizio di quest’anno, l’azienda Aftershoot ha pubblicato una ricerca sulle cinque tendenze fotografiche del 2026. Il pezzo è uscito su PetaPixel con un sottotitolo che mi ha colpito: la gente cerca imperfezione nelle proprie fotografie. Prima tendenza: emotion over perfect. La fotografia che si allontana dall’immagine controllata e si avvicina al momento grezzo, intimo, reale. Imperfection becomes a feature, not a flaw, scrivono.

Il fotografo di matrimoni Fran Ortiz lo dice con una frase che ho dovuto rileggere due volte: “Quello che arriva è più umanità e meno postura. Foto sfocate che ti stringono il petto, lacrime che non vengono ritoccate, abbracci che quasi si sentono.” Non stava parlando di street photography. Stava parlando di matrimoni. Eppure descriveva esattamente quello che mi porto dietro ogni volta che esco in strada con la macchina in spalla.

Mi ha fermato non perché sia una rivelazione. Mi ha fermato perché me lo chiedo da anni — e fino a poco fa sembrava una posizione di nicchia, quasi difensiva, da giustificare ogni volta che la nominavi. Adesso il mercato dice che è una tendenza. E quando il mercato dice che qualcosa è una tendenza, significa quasi sempre che quella cosa era già vera da molto tempo prima che qualcuno si decidesse a nominarla ad alta voce.

La seconda tendenza identificata dalla ricerca riguarda la fotografia narrativa: immagini che raccontano, che scelgono la sostanza prima dello stile. La terza è il ritorno alla pellicola — non per nostalgia, ma perché il film è imperfetto per definizione, e quella imperfezione ha un’anima che il digitale levigato fatica a replicare. Tre tendenze diverse che puntano tutte nella stessa direzione. Non è una moda. È una correzione di rotta.

Quello che la strada sapeva da sempre

La fotografia di strada non ha mai avuto la possibilità di essere controllata. Non puoi chiedere a un venditore ambulante di aspettare. Non puoi sistemare la luce. Non puoi fare una seconda ripresa se il momento è già scivolato nell’angolo di una via e non tornerà. Questa è sempre stata la sua forza e la sua fragilità insieme. Ogni scatto è definitivo. Ogni errore è parte del risultato.

Eppure anche nel mondo della street photography è entrata, negli anni, l’idea di una certa perfezione. Non la perfezione del momento — quella giusta, quella inevitabile — ma la perfezione estetica. La composizione geometricamente ineccepibile, le luci dove devono stare, il soggetto che occupa esattamente un terzo del fotogramma. Una perfezione che uccide il rischio. E senza rischio, la strada non è più strada: è scenografia. È una strada ricreata in studio con luce modificata e comparse che camminano al ritmo giusto.

Ho passato anni nei workshop di street photography a spiegare questa cosa in mille modi diversi. La foto che trema un poco e cattura qualcosa di reale vale più di quella perfettamente a fuoco che non dice niente. La gente annuisce. Poi torna a casa e scarta le foto mosse. Non perché non abbia capito il concetto. Perché c’è qualcosa, dentro il processo di selezione, che resiste al disordine — anche quando è proprio il disordine a portare la verità.

Il problema non è mai stato il pixel o il rumore digitale. Il problema è stato fotografare pensando a come sarebbe sembrata l’immagine sullo schermo piuttosto che vivere il momento che si apriva davanti all’obiettivo.

Perché è così difficile accettare l’imperfezione quando sei tu a fare la foto

C’è una domanda che non mi ha ancora dato pace. Se tutti sappiamo — fotografo di matrimoni, fotoreporter, street photographer — che l’imperfezione ha un valore proprio, perché continuiamo a scartarla sistematicamente? Perché il processo di selezione tende sempre verso il pulito, il definito, il sicuro? Cosa succede tra il momento in cui scattiamo e il momento in cui decidiamo quali fotografie tenere e quali eliminare per sempre?

Ti confesso che ho cancellato fotografie che adesso mi mancano fisicamente. Le ho cancellate perché sembravano sbagliate. Sfocate, sovraesposte, tagliate male. Non avevo ancora capito che quelle fotografie erano sbagliate secondo un codice che avevo interiorizzato senza sceglierlo davvero. Un codice costruito di riviste patinate, di profili Instagram calibrati al millimetro, di concorsi che premiano la tecnica prima ancora di interrogarsi sul contenuto. Un codice che non avevo scritto io, ma che applicavo come se fosse nato insieme a me.

La ricerca Aftershoot lo dice senza troppi giri di parole: fotografi e clienti hanno cominciato a chiedere immagini che sentono vere. Non lo chiedevano prima? Sì, lo chiedevano. Ma il mercato li convinceva che la verità fosse meno vendibile della bellezza levigata. Che l’imperfezione fosse una mancanza da correggere in postproduzione, non un linguaggio da sviluppare con consapevolezza. Adesso il mercato si è accorto che la gente è stanca di guardare immagini belle che non riesce a riconoscere come proprie.

Nell’era della perfezione artificiale, l’errore umano è diventato lusso

Considera questo: nell’era dei filtri, dell’intelligenza artificiale che leviga ogni imperfezione, dell’editing che porta ogni fotografia a una neutralità impeccabile — la cosa più rara che puoi offrire è la traccia evidente di qualcosa che è successo davvero. Il grano della pellicola, la mossa sul soggetto in movimento, la luce che non era dove doveva essere: sono la prova materiale che lì c’era qualcuno con una macchina in mano e un’emozione nel corpo. Sono la firma del momento reale. E le firme, per definizione, non si replicano.

Questo è esattamente quello che cerco di trasmettere quando parlo di fotografia intenzionale: non si tratta di fotografare tutto, ma di fotografare con intenzione autentica. E l’intenzione include — deve includere — accettare ciò che il momento ti dà, anche quando non è quello che avevi pianificato. Soprattutto quando non è quello che avevi pianificato. È in quell’esatto spazio, tra l’aspettativa e la realtà di quello che hai davanti, che le fotografie più interessanti tendono a nascere.

C’è però una distinzione che vale la pena fare con chiarezza, perché altrimenti si rischia di usare “imperfezione” come alibi universale. Non sto difendendo la mediocrità tecnica. Non sto dicendo che non importa imparare a usare la macchina fotografica, capire come funziona la luce, costruire una composizione con intenzione. Queste cose contano enormemente. Ma contano come strumenti al servizio di qualcosa, non come obiettivi in sé stessi. L’imperfezione autentica è diversa dall’imperfezione pigra. Quella autentica è il risultato di un fotografo che era completamente dentro il momento, che ha scelto di seguire l’istinto piuttosto che il protocollo. Quella pigra è semplicemente non aver imparato abbastanza. La differenza si avverte nell’immagine intera, non nel pixel.

Pensa alle fotografie di Saul Leiter. Sfocate, velate, spesso deliberatamente ambigue, con riflessi e vetri e persone che scompaiono nel colore. Ogni imperfezione apparente è scelta. Ogni bordo tagliato in modo insolito è tagliato con intenzione precisa. Quella è l’imperfezione come linguaggio — non come scusa. Ed è esattamente lì che si trova la linea tra una fotografia che sembra sbagliata perché ha qualcosa da dire e una fotografia che è semplicemente sbagliata.

Quello che il 2026 sta riscoprendo non è, in fondo, niente di nuovo. È la fotografia che torna a fare quello per cui era nata: registrare la vita mentre accade, con tutto il rumore, il disordine e la bellezza imprevista che la vita porta con sé. La strada non ha mai smesso di offrire questo. È stata lì tutto il tempo, a produrre imperfezione vera — vento, pioggia, luce sbagliata, persone che si muovono nel modo sbagliato al momento giusto. La domanda non è se il mondo abbia bisogno di più fotografia autentica. La domanda è se tu sei disposto a restituirla senza prima passarla al filtro della rassicurazione.

La risposta è sempre nella strada. Lo è sempre stata. Se vuoi capire come ho costruito il mio percorso intorno a questa convinzione — e cosa significa portarla nella pratica quotidiana — puoi leggere di più su come lavoro come fotografo e formatore. Il punto di partenza è sempre lo stesso: smettere di scartare quello che ci fa paura.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino