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Chi tiene la macchina in mano: Citlali Fabián e il senso di fotografare da dentro

Stai fermo su un angolo di strada in una città che non conosci. Hai la macchina al collo. Davanti a te passa una donna con un vestito colorato, cammina con quella certezza tranquilla di chi conosce ogni crepa del marciapiede. Tu alzi la fotocamera, scatti. È una bella foto — luce giusta, gesto preciso, inquadratura funzionante. Poi torni a casa, la pubblichi, la chiami “vita autentica”. Ma lei non sa che esisti. E tu non sai nulla di lei. Eppure l’hai raccontata. Eppure il mondo la vedrà attraverso i tuoi occhi. Questa asimmetria è il cuore nascosto di ogni fotografia. Ed è esattamente quello che il lavoro di Citlali Fabián mette sotto la luce, anche se lei non lo dichiara mai esplicitamente.

Una fotografia che cambia le regole

Ad aprile 2026, il Sony World Photography Awards — il premio fotografico più grande al mondo per numero di candidature, con oltre 430.000 iscrizioni — ha assegnato il titolo di Photographer of the Year a Citlali Fabián. È una fotografa messicana nata nella comunità indigena Yalalteca di Oaxaca, oggi basata a Londra. La sua serie vincente si chiama “Bilha, Stories of my Sisters” e racconta le storie di donne indigene del Messico meridionale: attiviste, linguiste, artiste, ecologiste. Donne che lavorano su diritti, territorio, lingua, arte — spesso in silenzio, spesso lontano dai riflettori internazionali. Il comunicato ufficiale della World Photography Organisation descrive il progetto come “straordinario per coerenza tra visione e metodo”.

Quello che ha convinto la giuria non è solo il soggetto. Fabián ha costruito ogni ritratto attraverso un processo di collaborazione autentica con le donne fotografate — un dialogo vero, non un’estrazione. Non è arrivata con la macchina fotografica e un’idea preconfezionata da portare a casa. È rimasta, ha ascoltato, ha co-costruito ogni immagine. Il progetto mescola ritratti fotografici e illustrazioni digitali, ed è nato con l’intenzione esplicita di offrire modelli di riferimento positivi alle ragazze delle comunità indigene. Non è fotografia che documenta. È fotografia che restituisce.

Ci sono molti modi di fotografare le persone. Puoi farlo con rispetto e farlo male. Puoi farlo con distanza e farlo bene. Puoi usare la macchina come uno scudo, come uno specchio, come un pretesto narrativo. Quello che ha fatto Citlali Fabián è qualcosa di diverso: ha usato la fotocamera come uno strumento di restituzione. Non ha portato la sua visione dentro una comunità. Ha lasciato che la comunità entrasse nella sua visione. E quella differenza non è teorica. Si vede nelle immagini — in quel modo in cui i soggetti non sembrano ripresi di sorpresa, né posati in modo artificiale, ma presenti in una terza dimensione rara: quella di chi sa perché è lì e ha deciso di esserci.

Non è la prima volta che la fotografia documentaria porta allo sguardo del mondo vite marginalizzate. È quasi la storia del medium dagli anni Trenta in poi — da Dorothea Lange a Sebastião Salgado, da Mary Ellen Mark a Lynsey Addario. Ci sono stati fotografi straordinari che hanno lavorato a grande distanza biografica dai loro soggetti, con lucidità, rispetto, potenza. Ma c’è sempre un momento in cui quella distanza si percepisce. Un momento in cui l’immagine è esteticamente ineccepibile ma il soggetto è assente — presente nel frame, assente nella costruzione del senso. Nel lavoro di Fabián questo momento non arriva. Perché non c’è distanza da colmare. Come puoi vedere esplorando il mio portfolio di street photography, il tipo di prossimità che cerco nei miei scatti parte dallo stesso principio: non si tratta di essere fisicamente vicini, ma di esserlo in un modo diverso — biograficamente, emotivamente, intenzionalmente.

Il punto di vista non è mai neutro

Allora la domanda che il lavoro di Fabián solleva — e che ogni fotografo prima o poi si trova a fronteggiare — è questa: conta chi tiene la macchina in mano?

Se “contare” significa la qualità tecnica dell’immagine — messa a fuoco, esposizione, composizione — no, non conta granché. Un fotografo esterno, tecnicamente preparato, può fare ritratti esteticamente perfetti di una comunità che non conosce. Lo fanno in migliaia, lo facciamo tutti quando viaggiamo con la macchina al collo. Ho scattato in posti in cui non capivo la lingua, dove non conoscevo nessuno, dove l’unica cosa che avevo era un istante di intuizione visiva. E alcune di quelle foto mi sembrano ancora belle. Ma se le confronto con le foto che faccio a Napoli — la mia città, la città in cui ho vissuto, perso, amato — capisco subito cosa manca nelle prime. Non la tecnica. La densità.

Perché le fotografie più potenti che ho visto nella mia vita non erano tecnicamente perfette. Erano emotivamente precise. E quella precisione non si impara su un manuale. Viene da chi sei stato, da dove hai vissuto, da cosa hai perso e da cosa hai tenuto. Viene dalla tua storia. Il tuo sguardo non è una questione di occhi. È una questione di biografia. E questo vale per chiunque sollevi una macchina fotografica — non solo per chi fotografa la propria comunità, ma per chi fotografa la strada davanti a casa, il viso di un passante, la luce di un pomeriggio invernale. Ogni scatto porta dentro di sé chi l’ha fatto. Non come firma. Come struttura profonda.

C’è un concetto che uso spesso quando lavoro con le persone in percorsi di fotografia: l’idea che ogni scatto sia una dichiarazione d’identità. Non dichiarata, non consapevole. Ma presente. In ogni scelta di campo, in ogni decisione sulla luce, in ogni soggetto che scegli di non fotografare quando potresti. Il progetto di Citlali Fabián è una di quelle rare opere in cui l’identità del fotografo e l’identità del soggetto non sono in tensione, non si guardano attraverso il vetro. Si rispecchiano. Non perché tutto sia bello e senza conflitto — la serie esplora lotte, fragilità, resistenza — ma perché il punto di vista è condiviso. L’immagine nasce da dentro, non cade dall’esterno. Il mio progetto NapoliVelata parte dallo stesso territorio: cosa rimane di una città quando la fotografi con gli occhi di chi ci appartiene? Cosa cambierebbe se fossi uno straniero con la stessa macchina, la stessa luce, la stessa ora del giorno?

Questa tensione tra appartenenza e distanza è al centro di molti dei percorsi che ho costruito nel tempo. Non per insegnare una tecnica, ma per aiutare chi fotografa a capire da dove viene il proprio sguardo — e a usarlo con consapevolezza invece di subirlo. Se vuoi esplorare come si lavora su questo in modo concreto, il percorso su storytelling e street photography è il punto di partenza più diretto che ti posso offrire.

Citlali Fabián ha vinto un premio importante. Ma la cosa più interessante non è il riconoscimento. È la domanda che il suo lavoro lascia aperta, e che risuona ben oltre le cerimonie e i comunicati stampa: quando alziamo la macchina fotografica, stiamo davvero vedendo ciò che abbiamo di fronte? O stiamo vedendo ciò che la nostra storia, la nostra origine, la nostra identità ci permette di vedere? La fotocamera non è mai neutrale. E nemmeno chi la tiene. Questo non è un limite — è, se lo accetti davvero, la tua risorsa più autentica. Puoi scoprire come ho costruito il mio sguardo attraverso gli anni, i luoghi e i progetti sul profilo di Francesco Verolino fotografo.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino