Una lastra, un’immagine: cosa ci insegna il ritorno della pellicola al grande formato
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Stavo guardando i numeri dell’ultima sessione: milletrecentosei fotografie scattate in una mattinata di porto. Ho tenuto diciassette. E mentre selezionavo, pensavo a chi sta comprando lastre 8×10 in questo momento — una alla volta, al buio, a tre euro l’una — e trovavo in quel pensiero qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco. Non era invidia. Era qualcosa di più preciso. La sensazione di essere rimasto indietro, ma in avanti: come se qualcuno avesse scelto di rallentare in un modo che io, con i miei milletrecentosei file, non avevo ancora il coraggio di considerare seriamente.
Ilford scommette sul grande formato. E non è sola.
Questo maggio Ilford ha annunciato l’arrivo della Pan F Plus in formato 4×5 e 8×10 — le lastre da camera, quelle che si caricano al buio una per una in appositi chassis. Quasi nello stesso periodo, il laboratorio tedesco OptiColour ha lanciato la propria emulsione a colori 200 ISO nelle stesse dimensioni. Due aziende che investono contemporaneamente su un segmento di mercato che, sulla carta, dovrebbe essere residuale. Non lo è. E il fatto che non lo sia ci dice qualcosa di importante su dove sta andando una parte del mondo fotografico — non la parte più rumorosa, ma quella che pesa di più sul lungo periodo. Puoi leggere i dettagli dell’annuncio direttamente su PetaPixel.
La fotografia a grande formato non è mai scomparsa del tutto. È rimasta viva nei laboratori di stampa fine-art, negli studi di ritratto più esigenti, nelle scuole d’arte che la trattano come disciplina fondante. Ma la velocità con cui torna a essere oggetto di desiderio — anche per fotografi giovani, nati nell’era digitale — merita un’analisi che vada oltre il semplice revival analogico. Non si compra una macchina da 4×5 per nostalgia. Si compra perché si vuole qualcosa che la fotografia digitale non dà, qualcosa che è difficile da nominare con precisione ma facile da sentire nel corpo, nello sguardo, nel modo in cui ci si ferma davanti a una scena. La domanda è: cos’è esattamente quella cosa?
Ci ho pensato mentre selezionavo le milletrecentosei fotografie. Il problema non era la quantità — sono abituato a editare sessioni lunghe. Il problema era che la pressione di scattare è talmente bassa, digitalmente, che il gesto fotografico rischia di perdere peso specifico. Premi un pulsante. Ripremi. Ripremi ancora. La macchina non si lamenta, il file non costa nulla, il dubbio può essere rimandato al momento dell’editing. In una sessione di quattro ore puoi produrre più immagini di quante un fotografo degli anni Cinquanta ne producesse in un anno. E il risultato paradossale è che scattare non significa quasi più nulla come decisione: il gesto è diventato troppo economico per avere il peso che merita. È questo che mi interessa di chi sceglie la lastra — la scelta di ricostituire artificialmente quel peso, di reintrodurre il costo nel processo. È la fotografia intenzionale nella sua forma più radicale: non una tecnica, ma una postura esistenziale.
C’è una frase di Ansel Adams che torna spesso in questi ragionamenti: “Non si fa una fotografia soltanto con una macchina fotografica. Si porta con sé tutto ciò che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato, le persone che hai amato.” Il grande formato ti costringe a portarti dietro anche il peso fisico della camera, il costo della lastra, la memoria muscolare di ogni gesto tecnico. E tutto questo filtra nello scatto. Non come peso aggiuntivo, ma come qualità. Perché quando il corpo è coinvolto nel processo — quando sudi, quando aspetti, quando il collo ti fa male per la posizione sotto il panno nero — stai fotografando in modo diverso. Non migliore in senso assoluto. Diverso in senso radicale.
Non voglio romantizzare il grande formato come se fosse l’unica fotografia seria — sarebbe una stupidaggine, oltre che un’ingiustizia verso una tradizione enorme di fotografia di strada, documentaria, di reportage, fatta con macchine compatte e rullini da 36 pose. Ma il gesto di tornare a una lastra, in questo momento storico, ha una valenza che va oltre la tecnica. È una risposta al rumore. Una dichiarazione silenziosa sull’economia dell’attenzione — propria, prima ancora che del pubblico. Chi lavora nel bianco e nero emozionale lo capisce immediatamente: la riduzione — dei colori, delle possibilità, dei frame — è sempre una scelta estetica e morale al tempo stesso. Ridurre non è limitarsi. È scegliere dove guardare davvero.
Cosa succede allo sguardo quando non puoi sbagliare la seconda volta?
Pensa a questo: stai usando una camera da 8×10. La macchina pesa diversi chili, il treppiede è solido, gli chassis li hai portati nello zaino. Hai con te dieci lastre, quindi hai dieci possibilità per tutta la giornata. La luce cambia in fretta, il soggetto si muove, tu sudi sotto il panno nero mentre componi sull’altezza della schiena, con l’immagine capovolta sul vetro smerigliato. Cosa cambia, in questo scenario, rispetto a scattare in digitale? Cambia la qualità della tensione. Non la quantità di pressione che senti, ma il tipo di relazione che hai con il momento prima di aprire l’otturatore. Sai che quella lastra vale qualcosa — in denaro, in attenzione, in fatica — e questo sapere produce una forma di presenza che è difficile da replicare con altri strumenti. Non è disciplina imposta dall’esterno. È responsabilità che nasce dall’interno, dal fatto che hai scelto deliberatamente di mettere un limite alla tua abbondanza.
Non è solo una questione di lentezza. È una questione di reversibilità. Il digitale è fondamentalmente reversibile: puoi cancellare, modificare, scartare, ricominciare da capo come se nulla fosse accaduto. La lastra no. Una volta esposta, hai deciso. E questa irreversibilità — che sembra un limite tecnico — è in realtà la cosa più vicina a come funziona il tempo nella vita reale. I momenti non si riportano. Le esperienze non si cancellano. Il grande formato ti ricorda che la fotografia, al fondo, è una pratica di presenza nel tempo irreversibile. Quando crei questa condizione artificialmente — scegliendo una lastra invece di un file — stai allineando il processo fotografico con la natura dell’esperienza umana. E questo allineamento fa qualcosa allo sguardo che è difficile da spiegare, ma che chi l’ha vissuto riconosce immediatamente.
Ti chiedo: quando hai scattato l’ultima fotografia con tutta la consapevolezza che fosse l’unica che potevi fare? Non per scelta tecnica, ma per vincolo reale, per circostanza che non ammetteva seconda possibilità? Quel vincolo fa paura all’inizio. Poi diventa una liberazione. Perché quando non puoi coprire il dubbio con il volume, sei costretto a vedere chiaramente — o a non scattare. E “non scattare” diventa una decisione fotografica legittima, forse la più difficile e la più onesta che un fotografo possa fare. Non un fallimento, ma una scelta. La differenza tra le due cose è enorme.
Quello che Ilford e OptiColour stanno finanziando, con i loro investimenti in emulsioni da grande formato, non è solo un mercato di appassionati. Stanno finanziando una postura. Un modo di stare nel mondo con una macchina fotografica che presuppone lentezza, costo e responsabilità. In un’epoca in cui le immagini si generano anche senza macchina fotografica — bastano parole, un modello, pochi secondi — c’è qualcosa di radicalmente controcorrente nel tornare a una lastra. Non è rifiuto della modernità. È un modo per tenere in mano qualcosa che pesa, letteralmente, e che ti ricorda che la fotografia è ancora un atto fisico, corporeo, irripetibile. E per chi vuole mettere alla prova questa consapevolezza fuori dallo studio, nel caos reale della strada, un workshop di street photography è il contesto giusto dove portare questo modo di guardare fino alle sue conseguenze.
Una lastra, un’immagine. Non è una limitazione — è una definizione. Forse il ritorno del grande formato non ci sta dicendo nulla di nuovo sulla fotografia. Forse ci sta ricordando qualcosa che sapevamo già e avevamo smesso di praticare: che ogni fotografia è una scelta, non un residuo della sessione. Non la migliore di mille tentativi, ma l’unica che conta davvero. Quella dove eri presente prima ancora di premere il pulsante.
Ilford lo sa. OptiColour lo sa. E chiunque abbia mai caricato una lastra al buio, con le mani che tremano leggermente e la testa già dentro l’immagine che vuole fare, lo sa nel modo più diretto possibile — quello che passa dal corpo prima ancora che dalla mente.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.