Gli strati del tempo: cosa fotografiamo davvero quando premiamo il pulsante
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C’è una fotografia che mi torna in mente ogni volta che penso a cosa facciamo davvero quando premiamo il pulsante. Non è una mia fotografia — è quella di Seido Kino, un fotografo giapponese che ha presentato ai LensCulture Art Photography Awards 2026 un progetto che si chiama “The Strata of Time”. Nell’immagine, due momenti del Giappone si sovrappongono: una struttura industriale d’archivio — fumo, metallo, cemento grigio — e il cielo sgombro che occupa adesso quello stesso spazio. Non è un effetto digitale. Non è manipolazione. È la realtà doppia di ogni luogo che ha vissuto una trasformazione. E guardando quella foto ho pensato una cosa che non riuscivo ad articolare da anni: ogni volta che fotografo, sto anche fotografando quello che non c’è più.
Il premio e il lavoro che non riesco a smettere di pensare
I LensCulture Art Photography Awards 2026 hanno appena annunciato i loro quaranta vincitori — fotografi da tutto il mondo, scelti da una giuria internazionale che include il direttore di Aperture, la curatrice del LACMA, la direzione del British Journal of Photography e la direttrice globale delle mostre di Fotografiska. Quaranta nomi, quaranta approcci diversi. Ma quello che colpisce — se guardi l’insieme invece del singolo — è una tendenza comune che emerge con forza: molti dei lavori selezionati non si limitano a fotografare il presente. Lavorano con l’archivio, trasformano fotografie esistenti, sovrappongono epoche diverse. Come ha detto Jessica Jarl, Global Director of Exhibitions di Fotografiska: “È stato particolarmente eccitante vedere come molti artisti abbiano esplorato temi contemporanei comuni, spesso rielaborando immagini d’archivio e trasformando fotografie esistenti attraverso tecniche come pittura, cucito e collage.”
Tra i lavori scelti dalla giuria c’è “The Strata of Time” di Seido Kino, selezionato da Michael Famighetti di Aperture con questa motivazione: la topografia del Giappone è stata continuamente ridisegnata da disastri naturali, guerre e crescita economica accelerata. Kino costruisce le sue fotografie come palinsesti — immagini d’archivio sovrapposte a paesaggi contemporanei, per esplorare momenti di avanzamento industriale, trasformazione urbana, cambiamento culturale. Due immagini ferme che, messe insieme, diventano tutt’altro che statiche. Rivelano un cambiamento che una singola fotografia non potrebbe mai contenere. Puoi vedere l’intero lavoro premiato su LensCulture Art Photography Awards 2026 — vale l’ora che ci passi sopra.
Una risposta culturale, non una tendenza estetica
Non è la prima volta che vedo questa direzione emergere nel panorama della fotografia d’arte internazionale. Ma vederla così concentrata — così dominante — in un singolo premio di questa rilevanza, mi dice qualcosa di preciso. I fotografi più interessanti in circolazione non stanno cercando di fotografare più immagini nuove. Stanno tornando a ciò che esiste già. Stanno scavando. E questo, in un’epoca che produce immagini a una velocità senza precedenti nella storia della visione umana, non è una scelta estetica. È una risposta culturale. È il segno che qualcuno ha deciso di smettere di rincorrere il flusso e ha scelto di andare controcorrente — letteralmente, tornando indietro nel tempo per capire meglio dove si trova adesso.
La prima volta che ho visto il lavoro di Kino ho provato qualcosa di difficile da nominare. Non ammirazione, o almeno non solo. Era più simile a un riconoscimento. La sensazione che provi quando qualcuno mette in forma visiva qualcosa che sentivi da tempo ma non riuscivi a formulare. Avevo fotografato per anni convinto di documentare il presente. Poi ho capito — o forse ho ricominciato a capire, perché queste cose si sanno e poi si dimenticano — che il presente è già passato nel momento in cui lo scatti. Che ogni fotografia nasce vecchia. Non nel senso malinconico del termine. Nel senso che porta con sé più tempo di quello che mostra.
La domanda che mi faccio è: perché proprio ora? Perché proprio quando la tecnologia ci offre la possibilità di produrre immagini in quantità e velocità inimmaginabili fino a dieci anni fa, i fotografi più premiati a livello internazionale vanno nella direzione opposta? Scavano negli archivi, sovrappongono epoche diverse, lavorano con materiali fotografici come se fossero materia fisica. Tra le riflessioni fotografiche che mi porto dietro da anni, questa è quella che in questo momento mi sembra più urgente: la fotografia più significativa del nostro tempo non nasce da chi produce di più. Nasce da chi si ferma e ascolta lo strato sotto.
Cosa stai davvero fotografando quando esci in strada?
Ti faccio una domanda che sembra semplice ma non lo è. Quando esci con la macchina fotografica — in strada, in un quartiere che conosci, in una città straniera — cosa pensi di fotografare? Il momento, probabilmente. La luce. Quello che vedi davanti a te. La risposta istintiva di quasi tutti noi è: il presente. Ma io non sono più sicuro che il presente esista, nella fotografia, nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.
Considera questo: ogni luogo che fotografiamo porta dentro di sé la sua storia. Non come informazione astratta — come fisica. I muri di una città, la disposizione delle persone in uno spazio, il modo in cui certa luce cade su certi materiali a una certa ora. Tutto questo è sedimentazione. Strati su strati di tempo vissuto che si è depositato e ha preso forma. Quando scattiamo, non cogliamo un istante puro — cogliamo un istante che è già il risultato di decine di strati precedenti. Kino lo rende visibile in modo letterale, sovrapponendo un’immagine d’archivio al paesaggio di oggi. Ma quella sovrapposizione è sempre lì, anche quando non la vedi. Anche quando fotografiamo un angolo di strada che sembra non avere storia.
Nei workshop di street photography che tengo, una delle domande che mi torna più spesso è: come faccio a sapere cosa fotografare? La risposta che do di solito riguarda la luce, la composizione, il ritmo della strada. Ma forse la risposta più onesta è un’altra: fotografa quello che senti che sta per sparire. Non perché la fotografia serva a conservare — ma perché quella tensione, quell’urgenza davanti a qualcosa che è in bilico, è spesso il segnale che c’è qualcosa di reale lì. Qualcosa che merita di essere registrato proprio perché è fragile, perché appartiene a uno strato che si sta chiudendo.
Tra vent’anni, qualcuno guarderà quello che scatto oggi e vedrà quello che è scomparso. Vedrà lo strato. E io questo lo so già adesso, nel momento in cui premo il pulsante. Non so come si chiami questa consapevolezza — non è malinconia, non è nostalgia anticipata. È qualcosa di più attivo. È scegliere di fotografare sapendo che stai costruendo un archivio per qualcuno che ancora non esiste. È fotografare il presente come se fosse già passato — e scoprire che questo non toglie energia allo scatto, gliene aggiunge. Ti mette addosso una responsabilità leggera ma reale verso l’immagine che stai per fare.
La tendenza che emerge dai LensCulture Art Photography Awards 2026 non è un capriccio della moda fotografica. È una risposta seria a una domanda seria: in un’epoca in cui chiunque può produrre migliaia di immagini in un pomeriggio, cosa significa fare una fotografia che conti? La risposta che molti dei migliori fotografi sembrano dare è: rallentare. Scavare. Riconoscere che ogni immagine è già una stratificazione — e lavorare con quella consapevolezza invece di ignorarla. Non servono nuove tecniche per farlo. Serve un cambio di sguardo che non si impara in un corso, ma si costruisce nel tempo — uscendo, sbagliando, tornando a guardare quello che hai fatto.
Non so se Seido Kino pensa in questi termini. Non ho letto interviste, non conosco la sua dichiarazione poetica. Ma il lavoro parla da solo. E quello che dice è qualcosa che ogni fotografo che ha trascorso abbastanza tempo in strada conosce senza saper dare un nome: non stiamo documentando il presente. Stiamo costruendo il futuro-archivio di qualcuno. E questa consapevolezza — se la lasci davvero entrare — non cambia la tecnica. Non cambia l’attrezzatura. Cambia il motivo per cui esci. Se stai cercando una fotografia più intenzionale, forse la prima domanda non è cosa fotografare. È in quale strato del tempo ti stai muovendo.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.