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fotografare gli sconosciuti

Quello che non si smette di fare: David Swanson, il cancro e il ritorno in strada

Ha perso trenta chili. Due mesi di radioterapia e chemioterapia. La macchina fotografica ferma, in un angolo che forse evitava di guardare. E poi, a fine aprile 2026, David Swanson è uscito di casa, ha preso la sua macchina e è tornato in strada — tra le proteste di Los Angeles, le conferenze stampa politiche, gli incendi della California. Gli stessi incendi che, forse, avevano contribuito ad ammalarsi.

La notizia che viene da Los Angeles

Il 14 novembre 2025, Swanson — fotoreporter basato a Los Angeles, vincitore del Premio Pulitzer nel 2012 con il team di The Philadelphia Inquirer per un’inchiesta sulla violenza nelle scuole cittadine — ha ricevuto la diagnosi di carcinoma a cellule squamose della lingua. Trentatré anni di carriera alle spalle: Ground Zero dopo l’undici settembre, il terremoto in Haiti nel 2010, due campagne di embedding militare in Iraq e Afghanistan, gli incendi californiani. Una vita passata a essere presente nei luoghi dove accadono le cose, con la macchina in mano e gli occhi aperti. Poi, di colpo, tutto fermo.

Due mesi di trattamenti, trenta chili persi, la notizia diffusa con discrezione. Ma c’è un dettaglio in questa storia che colpisce con forza particolare, e che PetaPixel ha riportato nel profilo pubblicato il 21 maggio 2026: prima della diagnosi, Swanson aveva lanciato un podcast chiamato Just the Photographer, in cui documentava la sua carriera in audio, nella sua voce. La motivazione dichiarata era semplice e devastante: voleva creare un archivio per sua figlia. Una specie di testamento che non si chiama testamento. Come se avesse sentito, anche senza saperlo ancora, che bisognava mettere in ordine qualcosa.

Quello che il gesto dice

C’è una cosa che mi ha colpito in questa storia, e non è la forza di carattere — quella che siamo tutti pronti ad ammirare da distanza sicura, usando parole come “coraggio” e “resilienza” che ci proteggono dal pensare davvero a cosa significherebbe essere al suo posto. Quello che mi ha colpito è un gesto specifico: il ritorno.

Swanson non era obbligato a tornare in strada. Aveva sessantadue anni, una carriera che chiunque definirebbe completa, e la scusa medica più legittima del mondo per smettere. Eppure è uscito di casa con la macchina fotografica e ha documentato proteste, politica, incendi. Con una mascherina — “ho una mascherina”, ha detto con il pragmatismo di chi ha già smesso di fare l’eroe. Ma è uscito. E questo dice qualcosa di preciso su dove si trova la fotografia nella gerarchia di quello che sei.

Nelle riflessioni sulla fotografia come pratica quotidiana che accompagnano il mio lavoro da anni, ho spesso tentato di distinguere tra due modi di stare con la propria macchina. Il primo: fare fotografie. Il secondo: essere fotografo. La differenza non è tecnica né professionale — puoi guadagnare bene e appartenere al primo gruppo, puoi fare foto amatoriali tutta la vita e appartenere al secondo. La differenza è nella risposta a una domanda che raramente ci poniamo quando stiamo bene: cosa succederebbe se non potessi più farlo?

Swanson, durante i mesi di cura, ha fatto podcast. Ha parlato della sua carriera, ha continuato a narrare anche senza poter scattare. La macchina era ferma, ma lo sguardo continuava a lavorare. Questo non è un caso: è la definizione pratica di cosa significa che la fotografia è diventata un modo di stare nel mondo, non uno strumento che usi.

La domanda che questa storia ci lascia

Immagina di non poter fotografare per sei mesi. Non per pigrizia, non per mancanza di ispirazione — per impossibilità fisica. Cosa proveresti?

Se la risposta è sollievo, probabilmente la fotografia occupa nella tua vita un posto diverso da quello che credi. Non è un giudizio: fotografare è faticoso, richiede presenza mentale e disponibilità emotiva che non sempre abbiamo, e la pausa può essere necessaria. Ma se la risposta è sollievo, allora stai usando la fotografia — e va benissimo così, finché sai che è quello che fai.

Se invece la risposta è paura — o qualcosa di meno definito, una sensazione di vuoto, di identità sospesa — allora stiamo parlando di un’altra cosa. Allora la fotografia non è uno strumento, è una pratica costitutiva. È parte di come elabori il mondo, di come capisci dove sei, di come sai chi sei.

La fotografia intenzionale che insegno parte esattamente da qui: non dal “come si fa” tecnico, ma dal “perché lo faccio davvero”. Quella domanda — perché fotografo? — sembra filosofica e invece è praticissima. Perché se non sai risponderle, finisci per fotografare per gli altri, per le aspettative, per i numeri. E poi arrivi a un momento di difficoltà — non necessariamente una malattia, basta un periodo di stanchezza, un trasloco, una crisi lavorativa — e la macchina rimane in borsa per settimane, e non sai bene perché ti senti strano.

La risposta di Swanson alla domanda “perché fotografo?” non la conosco nei dettagli. Ma la conosco nei fatti: è uscito di casa con la macchina. Ha fotografato le proteste, gli incendi, le facce della politica californiana. È tornato esattamente dove era, senza cambiar mestiere, senza cambiare soggetti, senza cercare la rivoluzione creativa post-malattia. Ha fatto quello che faceva prima. Quello che, evidentemente, non sapeva fare a meno di fare.

Il podcast per sua figlia

Voglio tornare su quel dettaglio, perché mi sembra il più rivelatore. Swanson ha lanciato Just the Photographer prima di sapere di avere il cancro. Ha iniziato a documentare la sua carriera in audio per sua figlia — ha messo in parole le storie che erano rimaste nelle fotografie, ha dato voce allo sguardo.

C’è qualcosa di profondamente fotografico in quel gesto. Non nel mezzo — il podcast è audio, non immagine — ma nell’impulso: il desiderio di fermare l’esperienza, di renderla trasmissibile, di lasciarla a qualcuno. È lo stesso impulso che ci porta in strada con la macchina fotografica. La fotografia non è solo una tecnica di cattura della luce. È un gesto di affermazione: questo ho visto, questo era reale, questo vale la pena di essere ricordato.

Swanson lo sapeva già. La malattia non gliel’ha insegnato — gliel’ha reso più urgente, forse, ma era già lì, in quella scelta di aprire il microfono e parlare a sua figlia di trent’anni di strade, incendi, guerre.

Quella consapevolezza — il senso preciso di quello che stai facendo e perché lo stai facendo — è la cosa che distingue un fotografo che sopravvive alla propria crisi da uno che si perde dentro. Non la tecnica, non il talento. La chiarezza sul perché.

Quello che resta dopo

Swanson è uscito con la macchina fotografica. Ha puntato l’obiettivo sulle strade di Los Angeles, sulle proteste, sulle fiamme. Ha fotografato perché non sa fare altro — nel senso migliore possibile, quello in cui “non saper fare altro” non è una limitazione ma una definizione di sé.

Come fotografo di street photography ho imparato che fotografare è sempre, in qualche misura, un atto di affermazione. Affermi di essere presente. Affermi che quello che vedi vale la pena di essere visto. Affermi di essere ancora qui. Swanson lo sa. Lo sa nel modo in cui si sanno le cose che non hai scelto di sapere, ma che la vita ti ha insegnato senza chiederti il permesso.

La domanda che mi lascia la sua storia non è eroica. Non è “saresti capace anche tu di tornare in strada dopo una chemioterapia?”. È più silenziosa, e forse più difficile: la tua fotografia è abbastanza tua da farti alzare? O stai aspettando che qualcuno ti dica che vale la pena?

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino