
Daido Moriyama e il mondo come abrasione: fotografare il caos per trovare una forma di verità
Il pretesto: una retrospettiva che rimette tutto in discussione
Alla fine del 2024, la Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi ha dedicato a Daido Moriyama una delle retrospettive più ampie mai allestite in Europa, intitolata semplicemente Daido Moriyama. Rétrospective. Oltre quattrocento fotografie, dagli anni Sessanta a oggi, disposte senza ordine cronologico rigido — quasi a voler replicare la logica frammentata e ossessiva con cui Moriyama stesso ha sempre lavorato. La mostra ha girato poi verso altre istituzioni europee, alimentando un dibattito che sui siti come LensCulture ha assunto toni inaspettatamente accesi: Moriyama è un genio o un provocatore? La sua estetica del grana grosso e del mosso intenzionale è una poetica o una scusa?
La domanda, in apparenza critica, nasconde qualcosa di più personale. Perché ogni volta che si parla di Moriyama, si finisce inevitabilmente per parlare di noi — di cosa cerchiamo quando usciamo per strada con una macchina fotografica, di cosa siamo disposti a sacrificare in nome di un’immagine vera.
Chi è Daido Moriyama, davvero
Nato nel 1938 ad Osaka, Moriyama arriva alla fotografia quasi per caso, dopo aver lavorato come grafico. Si avvicina al maestro Eikoh Hosoe, poi rompe con tutto e inizia a vagare per le strade di Tokyo con una compatta, spesso drogato di stimolanti, fotografando di notte, di giorno, senza piano. I suoi libri — Nippon Theater, Farewell Photography, Shinjuku — diventano oggetti di culto. Ma la cosa che pochi dicono è questa: Moriyama ha attraversato anni di crisi totale, periodi in cui non riusciva a fotografare nulla, in cui il suo stesso metodo lo aveva svuotato. E poi è tornato. Più radicale di prima.
Il commento: quando il difetto diventa il messaggio
La prima volta che ho visto una stampa originale di Moriyama — non su uno schermo, non in un libro, ma su carta — ho avuto una reazione fisica. Un disagio. Il grana era così pronunciato da sembrare quasi un errore di stampa. Le ombre inghiottivano interi quartieri di dettaglio. I bianchi bruciavano senza redenzione. Mi sono chiesto: ma questo è davvero voluto? E poi mi sono risposto: è l’unica domanda sbagliata che potessi fare. Perché con Moriyama, il “voluto” e il “trovato” non si distinguono più. Lui non decide l’immagine — la insegue, la prende, la lascia andare. Il risultato è sempre una negoziazione tra intenzione e caso, e il grana è la firma di quella negoziazione.
Ti confesso una cosa: per anni ho resistito a questo approccio. Venivo da una tradizione che valorizzava la nitidezza, il controllo tonale, la composizione geometrica. La mia formazione sul bianco e nero emozionale mi aveva insegnato che ogni zona dell’immagine doveva essere pensata, ogni grigio pesato. Moriyama sembrava il contrario di tutto questo. Sembrava il caos elevato a metodo. E invece, più lo studiavo, più capivo che il caos era solo la superficie. Sotto, c’era una coerenza feroce — una visione del mondo così precisa da non aver bisogno di ordine formale per manifestarsi.
Il punto è questo: Moriyama non fotografa Tokyo. Fotografa la sua relazione con Tokyo. La città non è il soggetto — è il medium attraverso cui passa qualcosa di più viscerale, qualcosa che riguarda la solitudine, il desiderio, la velocità del vivere contemporaneo. Ogni immagine è un frammento di una conversazione che non finisce mai. Ed è esattamente per questo che le sue fotografie non invecchiano: non documentano un momento, abitano una condizione.
«Non sono interessato alla fotografia come arte. Sono interessato alla fotografia come vita.» — Daido Moriyama
Questa frase, che sembra una provocazione, è in realtà una delle definizioni più precise che io abbia mai letto sul senso dello stare per strada con una macchina fotografica. Non si tratta di fare bella arte. Si tratta di usare la fotografia come modo di stare nel mondo — come strumento di presenza, non di rappresentazione. Ed è una distinzione che cambia tutto, nel modo in cui esci, nel modo in cui guardi, nel modo in cui poi selezioni.
Il rischio del metodo senza radici
C’è però un pericolo reale nell’eredità di Moriyama, e vale la pena dirlo chiaramente. Negli ultimi anni ho visto moltissimi fotografi — soprattutto giovani, soprattutto online — adottare l’estetica moriyamiana come una scorciatoia. Grana artificiale aggiunto in post, contrasto sparato, immagini mosse per scelta, soggetti qualunque nobilitati dalla forma. Il risultato è una produzione enorme di fotografie che sembrano Moriyama ma non sono Moriyama. Perché manca il centro. Manca la tensione interiore che rende quella forma necessaria, non decorativa. Puoi copiare il grana, ma non puoi copiare la fame.
La domanda vera: cosa sei disposto a perdere?
Allora eccola, la domanda che Moriyama mi ha fatto — e che continua a farmi ogni volta che riguardo il suo lavoro. Non è “come faccio a fotografare così?”. È: cosa sono disposto a perdere per fotografare davvero? Perché Moriyama ha perso molto. Ha perso il controllo, ha perso la certezza, ha perso anni interi di produzione durante le sue crisi. Ha perso il consenso della critica in certi periodi, ha perso la comodità di un metodo rassicurante. E in cambio ha trovato qualcosa che pochissimi fotografi trovano: una voce così personale da essere immediatamente riconoscibile in qualsiasi contesto, in qualsiasi formato, in qualsiasi decennio.
Considera che la maggior parte di noi fotografa per guadagnare qualcosa — riconoscimento, bellezza, memoria, conferma. Moriyama fotografa come se stesse perdendo qualcosa ogni volta che non scatta. Come se il mondo stesse scivolando via e l’unico modo per trattenerlo fosse afferrarlo con l’obiettivo, anche storto, anche mosso, anche bruciato. C’è una urgenza nelle sue immagini che non si può simulare. E quella urgenza viene da una domanda che lui si fa continuamente: chi sono io in questo spazio? Cosa mi appartiene davvero di ciò che vedo?
Pensa a questo: quando esci per fare street photography, qual è la tua relazione con la città? La attraversi come un turista che cerca cartoline, o la abiti come qualcuno che ha qualcosa da risolvere? Moriyama non ha mai fotografato come turista — nemmeno nelle città straniere, nemmeno a New York o a Buenos Aires. Portava sempre con sé la stessa domanda, la stessa fame, lo stesso senso di estraneità radicale. E forse è proprio questa la lezione più difficile da assimilare: non si tratta di trovare il posto giusto o la luce giusta. Si tratta di portare la propria inquietudine ovunque si vada, e lasciare che sia lei a guidare l’obiettivo.
L’ambiguità che Moriyama lascia nelle sue immagini non è un limite — è una scelta etica. Rifiuta di spiegare. Rifiuta di rassicurare. Ti mette davanti a qualcosa e ti lascia solo. E in questo, paradossalmente, è il fotografo più onesto che io conosca: non finge di avere risposte. Mostra solo che le domande esistono, che il mondo è complicato e bello e brutale, e che fotografare è uno dei pochi modi che abbiamo per starci dentro senza fuggire.
Napoli attraverso questa lente
Quando cammino per i quartieri di Napoli con la macchina fotografica, penso spesso a Moriyama. Non per imitarlo — sarebbe un errore e lo saprei subito, perché le mie immagini diventerebbero vuote. Ma per ricordarmi di togliere. Di togliere la ricerca della composizione perfetta, di togliere l’ansia del momento decisivo, di togliere l’aspettativa di tornare a casa con “la foto”. Quello che resta, quando togli tutto questo, è qualcosa di più grezzo e più vero: il tuo sguardo nudo su una strada che conosci da sempre e che ogni giorno ti sorprende. È lì che succede qualcosa di fotografico. Non prima, non dopo.
Se vuoi esplorare come il lavoro dei grandi maestri possa diventare una bussola — non un modello da copiare, ma una domanda da portare con te — trovi nel mio archivio dedicato ai grandi fotografi un percorso che va esattamente in questa direzione: non biografie, ma conversazioni aperte con chi ha cambiato il modo in cui vediamo.
Daido Moriyama ha quasi novant’anni. Fotografa ancora. Esce ancora per strada con la sua compatta, ancora di notte, ancora senza piano. E questo, più di qualsiasi retrospettiva, più di qualsiasi premio, è la cosa che trovo più difficile da guardare senza sentire qualcosa muoversi dentro. Perché dimostra che la fotografia non è un traguardo. È una condizione. E o ci stai dentro, o non ci stai. Non ci sono mezze misure — e Moriyama, con tutta la sua abrasività, con tutto il suo caos deliberato, non ha mai smesso di dircelo.