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World Press Photo 2026

Carol Guzy e il corridoio dove tutto si ferma: World Press Photo 2026

Ogni mattina, per mesi, Carol Guzy ha preso la metropolitana e si è diretta al Jacob K. Javits Federal Building di Manhattan. Entrava nello stesso corridoio. Si sedeva. Aspettava. Non sapeva se quel giorno sarebbe accaduto qualcosa. Non sapeva se la luce sarebbe stata giusta, se le persone l’avrebbero lasciata lavorare, se valeva la pena essere lì ancora una volta. Eppure tornava. E in quel ritorno quotidiano — non nell’immagine che alla fine ha scattato, non nel premio che ha vinto — sta la cosa che vorrei dirti oggi.

Il corridoio e la fotografia che ha fermato il mondo

Il 23 aprile 2026, ad Amsterdam, Carol Guzy ha ricevuto il World Press Photo of the Year — il riconoscimento più importante nel mondo del fotogiornalismo. L’immagine si chiama Separated by ICE ed è stata scattata il 26 agosto 2025 per il Miami Herald. Mostra Luis, un migrante ecuadoriano senza precedenti penali, mentre viene fermato da agenti ICE dopo un’udienza in tribunale. La moglie e i tre figli sono lì, a pochi metri. Guardano. Non possono fare altro. Quella fotografia, per chiunque l’abbia vista, è difficile da dimenticare — non perché sia spettacolare o violenta, ma perché è esatta. Precisa nella sua crudeltà silenziosa. È il tipo di immagine che non urla. Sussurra. E proprio per questo entra più in profondità.

Guzy non era lì per caso. Era lì perché aveva scelto di esserci, ogni giorno, in uno dei pochissimi tribunali federali americani dove i fotografi avevano ancora un accesso, seppur limitato. Mentre il paese chiudeva progressivamente le porte ai giornalisti visivi, lei continuava ad aprire quelle del corridoio. Quattro volte Pulitzer alle spalle — un curriculum che basterebbe a chiunque per smettere di dover dimostrare qualcosa — e ancora quella caparbietà di chi non ha finito di capire il mondo attraverso una macchina fotografica. Puoi leggere la notizia completa su Culture.org.

Mesi di presenza, non un singolo momento

La prima cosa che ho pensato, leggendo la notizia, non è stata “che bella fotografia”. Ho pensato: quante mattine. Quante volte Carol è uscita di casa sapendo che forse non avrebbe scattato nulla di significativo, che quella giornata sarebbe passata senza restituire niente di pubblicabile. Quante volte ha guardato il corridoio vuoto e ha deciso di restare comunque. Non l’ha fatto. Non ha mollato. E questo mi dice qualcosa sul fotografo che voglio essere — e forse anche su quello che vuoi essere tu. Non sul premio. Non sull’immagine finale. Sulle mattine che precedono entrambe, quando non sai ancora se ne varrà la pena.

C’è una differenza enorme, nella fotografia, tra chi aspetta che le cose accadano davanti a sé e chi si mette in un posto dove le cose accadono e ci rimane. Non è una questione di fortuna o di talento tecnico. È una questione di disponibilità. Di accettare che la maggior parte delle volte non porterai a casa nulla che valga la pena mostrare. Che questo è il lavoro. Che fotografare storie vere richiede presenza reale, non solo un buon occhio. Carol Guzy ha passato mesi in quel corridoio costruendo qualcosa che non si vede nell’immagine finale: una conoscenza del luogo, dei ritmi, delle persone. Una fiducia reciproca che si guadagna solo stando — e che non si può simulare con una singola visita ben orchestrata.

Carol ha anche saputo riconoscere il momento quando è arrivato. Ma il momento è arrivato solo perché lei era lì. Ed è questo che spesso dimentichiamo: il cosiddetto momento decisivo non scende dall’alto come un dono. Si costruisce con la presenza. Con la scelta di tornare, ogni mattina, anche quando non sai cosa troverai. L’immagine di Luis non è nata in una frazione di secondo — è nata in mesi di fedeltà a un’idea, a una storia, a una responsabilità che Carol si era assunta nei confronti di persone che non avevano altra voce visibile al mondo.

Ma a cosa serve, alla fine?

Qui viene la parte difficile. Quella che non si dice nei comunicati stampa e non compare nelle didascalie dei premi. Luis è stato detenuto. Sua moglie e i suoi figli hanno assistito senza poter fare nulla. Il mondo ha guardato la fotografia. Carol ha vinto il premio più importante del fotogiornalismo mondiale. E poi? Non sappiamo con certezza cosa è successo a Luis — se la sua famiglia è ancora insieme, se l’immagine ha cambiato qualcosa nella sua vita concreta. La fotografia non salva le persone. Non ha mai salvato nessuno direttamente. Non è un meccanismo di salvezza. È un meccanismo di visibilità. E già qui si apre un abisso che merita di essere guardato in faccia.

La domanda che ogni fotografo serio dovrebbe porsi almeno una volta è questa: ha senso fare questo? Ha senso fotografare la sofferenza altrui, la vulnerabilità, la separazione — quando poi l’immagine vince un premio e il soggetto probabilmente non lo saprà mai? Quando la fotografia diventa un oggetto che circola nel mondo dell’arte e della cultura mentre la persona ritratta rimane nella sua condizione? Le riflessioni sulla fotografia che trovo davvero utili sono quelle che non hanno risposte facili — quelle che ti lasciano con qualcosa di irrisolto tra le mani, qualcosa che non riesci a liquidare in due righe.

La risposta che mi sono dato — e che potrebbe non valere per te — è questa: l’alternativa è peggio. Se Carol non fosse stata in quel corridoio, l’immagine non esisterebbe. E se l’immagine non esistesse, Luis sarebbe stato detenuto lo stesso, ma nessuno l’avrebbe visto. Nessuno avrebbe saputo. In certi contesti, la visibilità è l’unica forma di resistenza possibile. Non risolve. Non salva. Ma impedisce che le cose accadano nell’oscurità totale — e l’oscurità, in politica come nella storia, è sempre stata il terreno preferito del sopruso.

Il problema non è fotografare la sofferenza. Il problema è fotografarla e poi non sapere cosa farne. Postare e passare oltre. Usarla per qualche centinaio di like e dimenticarsi del soggetto il giorno dopo. Questo sì, mi sembra una forma di complicità — sottile, non dichiarata, ma reale. La differenza tra Carol Guzy e chi scatta una foto drammatica per il feed è esattamente quella: lei ha trascorso mesi in quel corridoio. Ha costruito una relazione con quel luogo, con quelle persone, con quella storia. La fotografia non è uscita da un singolo istante fortunato — è uscita da una scelta di vita che si ripeteva ogni mattina, indipendentemente dal risultato.

La domanda che vale la pena portare con sé

Quando esci con la macchina in mano domani mattina — che tu stia per girare in una città straniera o nel quartiere che conosci da vent’anni — c’è una domanda che vale la pena portare con sé. Non “cosa fotograferò?”, ma “perché sono qui?”. Carol Guzy sapeva rispondere a questa domanda ogni mattina. La risposta era sempre la stessa: perché qualcuno deve essere testimone. Perché l’alternativa è che nessuno veda. Perché la mia presenza — anche vuota, anche inutile per settimane — è comunque preferibile alla mia assenza. È un atto di responsabilità prima ancora che un atto creativo.

Non ti chiedo di diventare un fotogiornalista. Ti chiedo di considerare che la fotografia intenzionale — quella che nasce da una scelta consapevole del perché sei lì — è un’altra cosa rispetto alla fotografia che accade per caso. Carol Guzy ha vinto il premio più importante del mondo non perché ha premuto il pulsante nel momento giusto. L’ha vinto perché per mesi ha scelto di essere nel posto giusto. Quella scelta — non il talento, non la tecnica — è la cosa che alla fine distingue una fotografia da un’immagine. Ed è disponibile a tutti noi, ogni volta che usciamo di casa con la macchina al collo.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino