Diciassette primavere: cosa cambia davvero quando torni a fotografare lo stesso soggetto
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C’è un fotografo che ogni primavera torna nello stesso posto. Lo stesso viale, la stessa luce mattutina che filtra tra i rami carichi di fiori. Porta con sé diciassette anni di memoria visiva: sa già dove si formerà quella curva di luce intorno alle sette, conosce il ritmo delle persone che camminano sotto i petali bianchi, ricorda ogni primavera precedente come una sovraesposizione nel corpo. Eppure alza di nuovo la macchina fotografica. Non perché non abbia ancora “finito”. Ma perché qualcosa, ogni anno, è diverso — e lui è diverso.
Il pretesto: diciassette anni di ciliegi a Washington
Drew Geraci, fotografo americano e Sony Artisan of Imagery, ha dedicato diciassette anni a fotografare la fioritura dei ciliegi lungo il National Mall di Washington D.C. Non si tratta di un’ossessione stagionale né di un progetto commerciale pianificato a tavolino: è diventato, nel tempo, un sistema personale di misurazione — del tempo di una città, di una stagione che ha una finestra di appena sette o dieci giorni e un picco di due o tre, e del tempo di una persona che cresce intorno a uno stesso soggetto. Ogni anno che passa, la cosa più interessante non sono i fiori: è lui, che li guarda in modo leggermente diverso.
La storia raccontata da PetaPixel all’inizio di aprile 2026 descrive un approccio intensivo: giorni che cominciano all’alba, sessioni strutturate per sfruttare ogni condizione di luce, poco spazio per il riposo. Ma quello che emerge tra le righe non è la fatica — è la disciplina silenziosa di chi ha scelto di tornare, anno dopo anno, sapendo che il soggetto è sempre lo stesso e sempre irripetibile.
Perché uno stesso soggetto per così tanto tempo
Ti confesso che quando ho letto questa storia ho pensato subito a tutte le volte in cui mi sono detto: “questo soggetto l’ho già fotografato.” È una trappola del pensiero in cui cado ancora oggi, dopo anni di street photography. Come se la fotografia fosse un catalogo da compilare, e una volta che hai spuntato una voce non dovessi più tornarci. Come se il mondo rimanesse fermo mentre tu ti muovi.
Geraci ha capito qualcosa che molti fotografi imparano solo tardi: non stai fotografando i ciliegi. Stai fotografando il tuo rapporto con i ciliegi, con quella stagione, con quella città, con te stesso a quella precisa età. E quel rapporto cambia. Ogni anno che torni, torni con occhi leggermente diversi — anche se non te ne accorgi nel momento. È solo dopo anni che puoi sfogliare il lavoro e vedere come sei cambiato tu, non quanto siano cambiati i fiori. In questo senso, la fotografia a lungo termine è uno dei pochi strumenti capaci di mostrarti chi eri, non solo cosa hai visto. Ed è qui che entra in gioco quello che chiamo la fotografia intenzionale: non scattare per accumulare, ma per costruire una conversazione con il tempo.
C’è anche un altro aspetto che non va sottovalutato: il mestiere. Diciassette anni sullo stesso soggetto significano che sai esattamente cosa non funziona, cosa hai già tentato, dove ti sei già bloccato. Questo non limita la creatività — la libera. Quando conosci così bene un territorio, puoi permetterti di rischiare, di cercare l’angolo che ancora non hai trovato, di aspettare una luce che non avevi mai visto prima. La familiarità con il soggetto è la condizione per l’esplorazione autentica, non il suo contrario.
La domanda che questo progetto lascia aperta
Quante volte sei tornato nello stesso posto a fotografare? Non parlo di tornare per “fare meglio” una foto già pianificata — parlo di tornare perché senti che c’è qualcosa che ancora non hai capito, qualcosa che ti manca e che non sai ancora nominare. È un’esperienza molto diversa dal ripetere uno scatto.
Nella fotografia di strada come forma di storytelling, il ritorno è quasi sempre una scelta di profondità. Non torni perché hai fallito la prima volta — torni perché hai capito che il soggetto è più complesso di quanto pensassi. Le città che fotografo da anni mi rivelano ancora cose nuove. Non perché cambino radicalmente — cambiano, certo, ma lentamente. Cambio io. Cambiano le domande che porto con me.
C’è qualcosa di profondamente giapponese nell’approccio di Geraci, anche se lui è americano. Il fotografo Risaku Suzuki ha dedicato decenni ai ciliegi giapponesi, costruendo un corpo di lavoro che parla del tempo che passa attraverso qualcosa che torna. I giapponesi hanno un termine per questo: mono no aware, la malinconia delle cose che passano, la bellezza acuita dalla consapevolezza della caducità. La fotografia può essere il mezzo attraverso cui fai i conti con questa consapevolezza — non una volta sola, ma ogni anno, ogni stagione, ogni ritorno.
La domanda vera che questo progetto pone non è “quante volte è tornato Geraci?” ma “cosa ti trattiene dal costruire un tuo progetto a lungo termine?” La risposta più comune è che manca il tempo. Ma spesso quello che manca davvero è la tolleranza all’incertezza: non sapere dove stai andando, non avere una meta precisa, lasciare che il progetto ti riveli la sua forma nel tempo invece di definirla prima di cominciare.
Un progetto fotografico lungo termine non si pianifica come un portfolio: si abita. Lo abiti un anno, poi un altro. A un certo punto ti giri indietro e vedi qualcosa che non potevi vedere dall’inizio. È esattamente questo che lo rende insostituibile.
Ho visto molti partecipanti ai miei workshop di street photography bloccarsi di fronte all’idea del progetto lungo: pensano che serva un’idea grandiosa, un tema dichiarato, una visione già completa. In realtà serve solo la disponibilità a tornare. Il resto viene da sé, con il tempo.
Geraci non sapeva, diciassette anni fa, che avrebbe ancora fotografato quei ciliegi oggi. Probabilmente non lo sa nemmeno adesso, se tornerà ancora il prossimo aprile. E forse è proprio questo il punto: la fotografia a lungo termine non è una decisione che si prende una volta sola. È una serie di piccoli ritorni, anno dopo anno, finché il corpo di lavoro che si è costruito comincia a dirti qualcosa che non avresti potuto dire in nessun altro modo.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.