
World Press Photo 2025: quando la fotografia documentaria ci chiede di scegliere da che parte stare
Il pretesto: World Press Photo 2025 e le immagini che dividono
Il World Press Photo Foundation ha annunciato i vincitori e i finalisti dell’edizione 2025 del concorso più seguito nel fotogiornalismo internazionale. Come ogni anno, la selezione ha generato discussioni accese — non solo tra addetti ai lavori, ma sui social, nelle redazioni, tra chi la fotografia la pratica e chi semplicemente la consuma. Alcune immagini premiate ritraggono scenari di guerra, crisi umanitarie, corpi. Altre scelgono un registro più intimo, quasi antiretorico. Puoi leggere la selezione completa e i commenti della giuria direttamente sul sito ufficiale: worldpressphoto.org.
Quello che colpisce, quest’anno forse più degli altri, non è tanto la qualità tecnica delle immagini — che è altissima, quasi scontata a questi livelli — quanto la domanda implicita che la giuria sembra aver voluto porre: fino a dove può arrivare uno sguardo prima di diventare invasione? Fino a che punto un premio legittima la presenza di un obiettivo là dove qualcuno soffre? Non sono domande nuove. Ma tornano ogni anno con una urgenza diversa, e questa volta mi hanno fermato più a lungo del solito.
Il disagio come bussola
Ti confesso una cosa: io non sono un fotogiornalista. Faccio street photography, lavoro sulla strada, sulle persone, sullo spazio urbano. Eppure ogni volta che guardo le immagini del World Press Photo mi chiedo se quello che faccio io e quello che fa un reporter di guerra appartengano davvero allo stesso universo. La risposta onesta è: in parte sì, in parte no. Condividiamo lo strumento, la postura del corpo nello spazio pubblico, il rapporto con l’imprevisto. Ma la posta in gioco è diversa. E quella differenza non è solo etica — è anche estetica, narrativa, emotiva.
Quello che però mi colpisce ogni anno, e che ritrovo anche in questa edizione 2025, è il modo in cui le immagini più potenti non urlano. Non cercano lo shock diretto. Costruiscono invece una pressione silenziosa, quasi architettonica. Un dettaglio fuori fuoco sullo sfondo. Una mano che stringe qualcosa che non si vede. Un volto che guarda fuori campo verso qualcosa che lo spettatore non potrà mai vedere. È lì che la fotografia documentaria si avvicina di più alla street photography: nel rifiuto della didascalia visiva, nella fiducia nell’ambiguità. Come esploro nel mio lavoro sul bianco e nero emozionale, è spesso nell’assenza — di colore, di spiegazione, di completezza — che un’immagine trova la sua forza più duratura.
Il disagio che sento davanti a certe fotografie non è un segnale che qualcosa non va. È esattamente il contrario. È la prova che l’immagine funziona, che ha attraversato le mie difese, che mi ha chiesto qualcosa. Il problema — e qui sta il nodo vero — è cosa faccio con quel disagio. Lo elaboro, lo trasformo in pensiero, in azione, in conversazione? O lo scorro via con il pollice, verso il prossimo contenuto?
La domanda vera: cosa significa guardare con responsabilità?
C’è una distinzione che mi torna in mente spesso, e che credo valga tanto per il fotogiornalismo quanto per la street photography. La distinzione tra fotografare qualcuno e fotografare con qualcuno. Non è una questione di consenso formale — in strada il consenso non funziona così, e chiunque abbia fatto street photography seria lo sa. È una questione di intenzione, di postura interiore. Ti stai appropriando di una vita altrui per costruire la tua narrativa, o stai cercando un punto di contatto, un momento in cui la tua presenza e quella dell’altro creano qualcosa che prima non esisteva?
Pensa a questo: le immagini che resistono nel tempo — quelle che ritroviamo nei libri, nelle mostre, nella memoria collettiva — non sono quasi mai quelle che mostrano di più. Sono quelle che trattengono. Che scelgono cosa non mostrare. Sebastião Salgado, James Nachtwey, Lynsey Addario: fotografi radicalmente diversi tra loro per stile e approccio, ma accomunati da una cosa sola. La consapevolezza che l’obiettivo è uno strumento di relazione, non di estrazione. Che fotografare qualcuno in un momento di vulnerabilità è un atto che comporta una responsabilità che non finisce con lo scatto.
Nel rapporto tra storytelling e street photography questa tensione è costante. Ogni volta che esci per strada con una macchina fotografica stai prendendo una decisione etica, anche se non te ne accorgi. Stai scegliendo cosa merita di essere visto. Stai costruendo un archivio visivo del mondo che ti circonda, e quell’archivio dice qualcosa di te — di dove guardi, di cosa eviti, di cosa ti ferma e cosa lasci scorrere. Il World Press Photo, in fondo, non è altro che la versione istituzionalizzata di questa stessa domanda: cosa scegliamo di mostrare, e perché?
La risposta che mi dà più fastidio — e quindi quella che considero più onesta — è che non esiste una posizione neutrale. Non puoi fotografare il dolore altrui e restare fuori dalla storia. Non puoi premiare un’immagine di guerra e non chiederti cosa succede dopo, quando la macchina del concorso si ferma e le persone ritratte restano dove sono. Questo non significa che il fotogiornalismo sia sbagliato, o che i premi siano inutili. Significa che ogni immagine porta con sé una catena di responsabilità che comincia molto prima dello scatto e finisce molto dopo la pubblicazione.
Cosa resta, dopo il premio
Mi sono chiesto più volte, guardando i finalisti di quest’anno, cosa succede a queste immagini dopo la cerimonia. Alcune diventeranno icone — lo sappiamo già, lo sentiamo. Entreranno nei libri di testo, nelle mostre itineranti, nelle presentazioni dei corsi di fotografia. Altre scompariranno nel rumore di fondo dell’archivio digitale. E le persone ritratte? Alcune sono già morte. Alcune non sanno di essere state fotografate. Alcune hanno firmato un consenso che non capivano fino in fondo. Non lo dico per condannare nessuno. Lo dico perché credo che questa consapevolezza — questo peso — sia parte integrante di cosa significa fare fotografia seria, a qualsiasi livello.
Quando lavoro sui miei progetti, come NapoliVelata, mi trovo spesso a fare i conti con una versione più piccola della stessa domanda. Napoli è una città che si offre allo sguardo con una generosità quasi violenta. C’è sempre qualcosa da fotografare, sempre un volto, un gesto, una luce che non si ripeterà. Ma quella generosità non è un permesso. È una responsabilità. E imparare a trattarla come tale — a rallentare, a scegliere, a rinunciare — è forse la cosa più difficile che ho imparato in anni di lavoro sulla strada.
Il World Press Photo 2025 non mi ha dato risposte. Me ne ha tolte alcune che credevo di avere. E forse è questo il segno che le immagini scelte dalla giuria hanno fatto il loro lavoro: non spiegare il mondo, ma renderlo più difficile da ignorare. Restare con quella difficoltà, invece di risolverla troppo in fretta, è l’unico modo che conosco per continuare a fotografare con qualcosa che assomigli all’onestà.