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Harry Gruyaert - Portrait

Harry Gruyaert: La materia del colore

Scrivere di fotografia oggi è diventato complicato. Siamo sommersi da immagini che urlano, da colori ipersaturi che cercano di catturare la nostra attenzione per un millesimo di secondo su uno schermo retroilluminato. Ma quando ci si ferma davanti a una stampa di Harry Gruyaert, il rumore di fondo sparisce. Non è una visione che aggredisce; è una visione che assorbe.

Se dovessi tracciare una linea di demarcazione netta nel mondo della fotografia, la traccierei tra chi vede il mondo per contrasti e chi lo vede per toni. I fotografi della sensibilità ai contrasti sono figli del bianco e nero, anche quando usano la pellicola a colori. Cercano lo scontro, il confine netto, la linea che separa la luce dall’ombra. Vedono il mondo come un duello.

Harry Gruyaert, invece, appartiene a quella rara stirpe di visionari che possiedono una sensibilità pura ai toni. Per lui, la fotografia non è un confine, ma un impasto. È la capacità di sentire come una tonalità di azzurro si sciolga nel grigio di un pomeriggio piovoso, o come il rosso di un’insegna al neon non sia solo “rosso”, ma una macchia di luce che altera la consistenza dell’aria circostante.

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Un episodio rivelatore: Lo strappo con la tradizione

C’è un momento nella vita di Harry Gruyaert che spiega tutto, un episodio che non è solo biografia, ma è l’inizio di una filosofia dello sguardo. Siamo negli anni Sessanta, e Harry decide di lasciare la sua terra, il Belgio. Il Belgio di allora era un luogo che lui percepiva come opprimente, grigio, dominato da una mentalità cattolica e conservatrice.

Suo padre lavorava per la Agfa-Gevaert e, ironia della sorte, non approvava la scelta del figlio di diventare un fotografo professionista, specialmente se dedito a quella ricerca “strana” e poco accademica.

L’episodio che voglio raccontarti è il suo arrivo a Parigi e poi, soprattutto, il suo viaggio verso New York e il Marocco. Ma la vera scintilla scoccò davanti a un televisore. All’inizio degli anni Settanta, Harry Gruyaert realizzò una serie intitolata TV Shots. Invece di uscire per strada, si chiuse in una stanza e fotografò lo schermo della televisione, manipolando l’antenna per distorcere l’immagine, per far sbavare i colori, per trasformare l’informazione in pura astrazione cromatica.

Perché questo episodio è fondamentale? Perché ci dice che a lui non interessava la “verità” del soggetto. Non gli importava cosa stesse trasmettendo la TV — che fosse un politico o una partita di calcio — gli interessava la materia del colore che scaturiva da quel tubo catodico.

Quando mostrò questi lavori, molti colleghi rimasero scioccati. Era considerato un sacrilegio: la fotografia doveva essere nitida, documentaria, “giusta”. Lui invece stava dicendo che il colore ha una sua vita autonoma, che può essere sfuocato, sporco, distorto, eppure essere terribilmente vero.

Commentando questo episodio oggi, capisco quanto coraggio servisse per dire: “Il mondo è quello che sento attraverso la luce, non quello che so attraverso i fatti”. È un invito, per tutti noi che portiamo la macchina fotografica al collo, a smettere di cercare il soggetto “interessante” e a iniziare a cercare la luce che ci emoziona, anche se colpisce un oggetto banale o deformato.

La sensibilità ai toni: Oltre il bianco e nero a colori

Spesso si commette l’errore di pensare che la fotografia a colori sia solo fotografia in bianco e nero con l’aggiunta delle tinte. Non c’è niente di più sbagliato. Se togliessimo il colore a una foto di Harry Gruyaert, l’immagine crollerebbe. Questo accade perché lui non usa il colore per “abbellire” una forma, ma usa il colore per creare la forma.

La sua sensibilità ai toni significa capire che il colore è influenzato dal clima, dall’umidità, dalla polvere. Nelle sue foto del Marocco, il colore è solido, quasi tattile. Senti il calore della polvere ocra che fluttua nell’aria. Nelle sue foto del Belgio, invece, i toni sono liquidi, malinconici, fatti di transizioni impercettibili tra il verde bottiglia e il grigio asfalto.

Questo è un punto su cui mi fermo spesso a riflettere mentre cammino per le strade di Napoli. Spesso cerchiamo il contrasto forte, l’ombra nera che taglia la luce del sole a picco. È facile, è d’impatto. Ma cercare il “tono” è molto più difficile. Significa vedere come la luce riflessa da un muro giallo vada a sporcare delicatamente l’ombra di un portone azzurro. Significa capire che tra il bianco e il nero non c’è solo il grigio, ma un’infinità di sfumature colorate che danno profondità alla nostra esistenza.

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La solitudine dell’osservatore

Come per Faurer, anche in Harry Gruyaert c’è una profonda solitudine, ma è una solitudine diversa. Non è la solitudine empatica di chi cerca un contatto umano nel buio. È la solitudine dell’osservatore puro, di chi sta in disparte per non disturbare la danza della luce. Le persone, nelle immagini di Harry, sono spesso elementi architettonici. Sono di spalle, sono sagome, sono macchie di colore che bilanciano una composizione.

Questo approccio può sembrare freddo, ma in realtà è di un’onestà disarmante. Harry Gruyaert non vuole manipolare le tue emozioni raccontandoti la storia triste di un passante. Ti mette davanti a uno spazio e ti dice: “Guarda come questo luogo respira”. È una forma di rispetto estremo per la realtà. Non cerca di rubare un’anima, cerca di testimoniare un istante di armonia visiva.

Per chi vive la strada con la fotocamera, Gruyaert è una lezione di umiltà. Ci insegna che non siamo i registi del mondo, ma solo dei testimoni fortunati. Il nostro compito non è “creare” la foto, ma essere abbastanza veloci e sensibili da accorgerci quando il mondo decide di mettersi in posa per noi attraverso una combinazione perfetta di toni.

La stratificazione del caos

Un’altra caratteristica incredibile della sua visione è la capacità di gestire il caos. Molte delle sue inquadrature sono densissime. Ci sono vetri, riflessi, persone che entrano ed escono dal frame, scritte pubblicitarie, segnali stradali. Un fotografo normale cercherebbe di “pulire” la scena, di isolare il soggetto. Gruyaert no. Lui accetta tutto.

Le sue foto sono come cipolle: hanno molti strati. Puoi guardare il primo piano, poi scivolare nel riflesso di una vetrina e scoprire un intero altro mondo che sta succedendo alle spalle del fotografo. Questa stratificazione è ciò che rende la sua visione così moderna. Riflette la nostra esperienza della città contemporanea, dove non esiste mai un solo punto di vista, ma siamo costantemente bombardati da stimoli visivi sovrapposti.

Mentre cammino e fotografo, cerco spesso di ricordare questa sua lezione. Cerco di non aver paura degli elementi di disturbo. Un palo della luce che taglia l’inquadratura, un riflesso che sporca il volto di qualcuno… se il tono è quello giusto, quegli elementi non sono errori. Sono la firma della realtà.

Il colore come necessità fisica

Harry Gruyaert ha dichiarato più volte che per lui il colore è una necessità fisica, qualcosa che ha a che fare con la sopravvivenza. Dopo gli anni passati nel Belgio “grigio”, il colore è stato la sua liberazione. È per questo che nelle sue immagini non c’è mai niente di decorativo. Il colore non è lì per fare “bella” la foto; è lì perché senza quel colore l’immagine non avrebbe ragione d’esistere.

Questa è una sfida che lancio a me stesso e a te che leggi: prova a scattare una foto dove, se togliessi il colore, non rimarrebbe nulla. Se riesci a farlo, allora stai iniziando a capire cosa significa la visione di Harry Gruyaert. Significa smettere di usare la macchina fotografica come uno strumento per registrare fatti, e iniziare a usarla come uno strumento per registrare sensazioni termiche e cromatiche.

Perché parlarne oggi?

In un’epoca in cui la post-produzione permette di cambiare i colori a nostro piacimento, in cui possiamo decidere a tavolino che un cielo deve essere più blu o un prato più verde, la lezione di Gruyaert è un richiamo all’onestà dello sguardo. Lui non “aggiusta” i colori in camera oscura o al computer per renderli piacevoli. Harry Gruyaert aspetta la luce giusta. La sua è una disciplina fatta di attesa e di intuizione fulminea.

Parlare di lui oggi significa rivendicare l’importanza dello sguardo lento in un mondo veloce. Significa ricordarci che la bellezza non è qualcosa che fabbrichiamo noi, ma qualcosa che esiste già là fuori, se solo abbiamo la pazienza di sintonizzarci sulla giusta frequenza tonale.

Conclusione: Un invito a perdersi nel mondo

Se dovessi farti un regalo dopo questa lunga riflessione, ti regalerei un biglietto di sola andata per un luogo che non conosci, in un’ora del giorno in cui la luce è incerta — forse poco prima di un temporale o appena dopo che il sole è tramontato, quando il cielo diventa di quel blu elettrico che Harry Gruyaert ama tanto.

Ti direi di non cercare nulla di specifico. Di non cercare “storie”. Ti direi di camminare finché non senti che un colore ti chiama. Potrebbe essere il giallo stinto di una vecchia saracinesca o il rosso vibrante di un furgone che passa. In quel momento, dimentica tutto quello che sai sulla fotografia. Dimentica le regole dei terzi, dimentica il soggetto, dimentica persino chi sei.

Lascia che sia il colore a guidare la tua mano verso l’otturatore. Perché, come ci ha insegnato Harry Gruyaert, la fotografia non è un modo per possedere il mondo, ma un modo per appartenergli. È la scoperta che, in mezzo al caos e alla solitudine, esiste una trama invisibile fatta di luce e di toni che tiene insieme ogni cosa.

E tu, sei pronto a smettere di guardare e a iniziare finalmente a vedere? Sei pronto a lasciarti sommergere dalla materia del colore?

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino