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street photography awards 2025

Trentanove fotografi, ventitre paesi: cosa rivelano i LensCulture Awards 2025

Ci sono trentanove fotografie — ventitre paesi, cinque continenti — tutte selezionate come le migliori del 2025 nella street photography mondiale. Le guardi una per una. Alcune le riconosci subito: la strada, la luce radente, il momento rubato, la geometria del caso. Altre ti spiazzano. Un dittico concettuale. Una serie notturna che sembra pittura fotografica più che documentaria. Fotografie del cambiamento climatico, immagini di dipendenza e sopravvivenza, ritratti di bambini in cortile dall’altra parte del mondo. Ti fermi su una in particolare, non riesci a spiegare perché, e ci stai sopra tre minuti. Poi vai avanti. Poi torni. È questa la street photography nel 2025?

I LensCulture Street Photography Awards 2025 e quello che rivelano

I vincitori dei LensCulture Street Photography Awards 2025 sono stati annunciati la scorsa stagione, e il bilancio è — come ogni anno — qualcosa tra lo stimolante e lo spiazzante. I 39 vincitori e finalisti, scelti da una giuria internazionale che includeva editor di Apple, National Geographic, Getty Images, Leica Fotografie International e della rivista Internazionale, rappresentano lo stato reale del genere nel mondo: non come lo descrivono i manuali, ma come viene praticato nelle strade, nelle periferie, nelle notti delle città e nei cortili dei villaggi lontani da tutto. Il vincitore della categoria serie, lo slovacco Jozef Macak con “Tides of Life”, porta nelle sue immagini una qualità quasi meditativa — luce precisa, ritmo lento, presenza umana che non si impone ma si offre allo sguardo. Niente di costruito, niente di compiaciuto.

Accanto a lui, una costellazione di visioni molto diverse: il filippino Kebs Cayabyab con le sue “Synchronicities” — allineamenti casuali colti con pazienza e senso dell’umorismo — scelto dalla Creative Director di LensCulture per la capacità di trovare connessioni surreali nell’ordinario. L’indiana Sanghamitra Sarkar con “Wari”, prima classificata nella categoria singola. Il francese Étienne Perrone con “Dreams Happen After Dark”, una serie notturna che James Wellford di National Geographic ha descritto come “un’ode ai misteri e alle meraviglie della notte, con una quiete potente e oscillante, un’anticipazione che fa venire voglia di scomparire in quelle scene”. La scadenza per i LensCulture Street Photography Awards 2026 era il 23 giugno scorso. Migliaia di fotografi in questo momento stanno aspettando. Qualcuno con un progetto di anni nelle mani. Qualcuno con una singola immagine in cui crede ciecamente.

Quello che colpisce, scorrendo i lavori selezionati, è quanto la giuria abbia valorizzato la pazienza rispetto all’istinto, la coerenza rispetto al colpo singolo. Certo, ci sono le immagini “classiche” — la geometria perfetta di Bartosz Michalik con “Mirror”, Antoine Rozès con i suoi colori accesi e le figure in fuga da “San Francisco Blues”, selezionato dal fondatore di TBW Books per la carica ominosa che percorre ogni fotogramma. Ma il grosso dei riconoscimenti è andato a lavori costruiti nel tempo: serie articolate su mesi o anni, con un’identità visiva precisa, un punto di vista sostenuto con coerenza. Non basta più essere al posto giusto al momento giusto. Bisogna sapere perché sei lì, e continuare a esserci anche quando non succede niente di apparentemente fotografabile.

Ti confesso che questo mi ha fatto riflettere su quanto sia cambiata la street photography nell’ultimo decennio, e su come i grandi concorsi internazionali accelerino e al tempo stesso rivelino certe derive. Guardando i vincitori del 2025, emerge un genere che si è aperto molto oltre il confine tradizionale: c’è reportage, c’è fotografia concettuale, c’è documentario ambientale, c’è ritratto di strada, c’è paesaggio sociale. Il fotoreporter di Nairobi e l’artista di New York che lavora con gli specchi competono nella stessa categoria. Fa strano, a prima vista. E al tempo stesso è onesto — perché riflette come viene praticata questa fotografia nel mondo reale. Se vuoi esplorare il lavoro dei fotografi che hanno definito questo linguaggio nel tempo, ti consiglio di partire dalla raccolta dedicata ai grandi fotografi che ho costruito: è lì che si capisce come il genere si sia sempre trasformato, anche quando sembrava cristallizzato.

C’è però un elemento che emerge con chiarezza, trasversale a quasi tutti i lavori premiati: la presenza del fotografo. Non nel senso fisico — non sono tutti in primo piano, non tutti si fanno notare sulla scena. Ma si sente che c’è qualcuno dall’altra parte dell’obiettivo che sa cosa vuole. Che ha fatto scelte precise. Che non ha sparato nel mucchio sperando di prendere qualcosa di buono. Il lavoro di David Masoko — “Dislocated Presences”, secondo classificato nella categoria serie — porta già nel titolo questa tensione: presence e dislocation, la presenza e lo sradicamento, l’essere lì senza appartenere davvero al luogo che fotografi. È una tensione che chi fa fotografia di strada conosce bene. Sei sempre un po’ dentro e un po’ fuori la scena. Ed è esattamente in quello spazio intermedio che le immagini più potenti prendono forma.

Quando tutto è street photography, cos’è ancora street photography?

Questa è la domanda che i premi internazionali mettono sul tavolo ogni anno, senza risponderla mai del tutto. E probabilmente è giusto così — non è compito di un concorso definire i confini di un genere. Il problema nasce quando si confonde l’apertura del genere con un’assenza di criteri, o quando si risponde in modo difensivo: “quella di una volta era meglio”. Non è questo il punto. Il punto è capire cosa cambia nel tempo, e cosa — al netto di tutto — rimane quando togli tutto il resto.

Quello che rimane è lo sguardo sul mondo come lo troviamo, non come vorremmo che fosse. Questo è il cuore della street photography, indipendentemente da quante forme abbia assunto negli ultimi anni. Puoi fotografare di notte, puoi costruire serie tematiche, puoi lavorare in bianco e nero radicale o a colori accesi e contraddittori — ma se stai controllando troppo la scena, se stai allestendo quello che fotografi, se la realtà è solo uno sfondo per un’idea già decisa in anticipo, stai facendo qualcos’altro. Non necessariamente qualcosa di peggio, ma qualcosa di diverso. Nella mia esperienza nei workshop di street photography, questa è la prima e più persistente difficoltà che incontrano i fotografi: accettare il disordine del reale come risorsa, non come ostacolo da gestire e domare.

Quello che cambia — ed è legittimo che cambi — è il perimetro del genere. I concorsi come LensCulture riflettono come il mondo pratica la fotografia, non come la teorizza nei manuali. E nel mondo reale, molti fotografi che si definiscono “street photographer” lavorano su progetti a lungo termine, con un’identità narrativa precisa, su luoghi che conoscono in profondità. Non è il contrario della street photography: è la street photography matura, quella di qualcuno che ha già esplorato l’imprevisto e ora sceglie il territorio con consapevolezza. Pensa a Eugene Richards e alle sue immersioni nelle comunità marginali americane. Pensa al primo Salgado, al documentario puro. Lavori costruiti nel tempo, intenzionali, precisi — e che nessuno si sognerebbe di escludere dalla storia del genere.

La domanda vera, quindi, non è se il confine si sia allargato troppo. È se tu, guardando il mondo che fotografi, stai ancora cercando qualcosa che non sapevi di trovare. O stai solo confermando quello che hai già deciso di vedere prima ancora di uscire di casa. La differenza è sottile ma visibile a chi sa guardare. È quella che separa una serie coerente da una raccolta di prove a sostegno di una tesi già formulata. Nella fotografia di strada — qualunque forma prenda — la sorpresa deve ancora avere spazio. Non la sorpresa casuale, quella del fotoreporter in agguato dietro un angolo. La sorpresa di chi guarda davvero, anche quando sembra di conoscere già il posto. Puoi vedere il mio approccio in questo senso nel portfolio di street photography: vent’anni di ricerca fatti di molte certezze sbagliate e qualche scoperta inaspettata.

In questi giorni migliaia di fotografi stanno aspettando i risultati dei LensCulture Awards 2026. Alcuni hanno lavorato per mesi su un progetto pensato apposta per quel bando, calibrato sulla sensibilità che immaginavano avesse la giuria. Altri hanno inviato immagini fatte per sé stessi, senza pensare a nessuna giuria, senza calcoli editoriali. I secondi, nella mia esperienza, vincono più spesso dei primi.

Non perché la giuria premi l’improvvisazione — i vincitori del 2025 dimostrano il contrario: è lavoro costruito, intenzionale, sostenuto nel tempo. Ma perché si sente, guardando una fotografia, se è stata fatta per essere guardata o per essere vissuta. E quelle fatte per essere vissute hanno qualcosa dentro che le altre non hanno — qualcosa che nessun regolamento di concorso ha mai saputo definire, ma che riconosci immediatamente, appena la vedi. E non smetti più di guardarla.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino