Passa al contenuto principale
Elliott Erwitt a colori - Francesco Verolino

Elliott Erwitt a colori: il libro Kolor rivela il lato nascosto di un maestro della street photography

Elliott Erwitt a colori è la rivelazione che non mi aspettavo nel 2026. Per tutta la vita ho studiato le sue immagini come uno studia un vocabolario: ironia asciutta, bianco e nero, cani, bambini, coppie, Parigi, New York, il Kennedy che saluta, quella forma di humor che solo lui sapeva tirare fuori dalla strada. Poi arriva Kolor, un volume di oltre trecento pagine che pesca da un archivio di quasi mezzo milione di diapositive Kodachrome, e tutto quello che sapevo di lui si ribalta. Non era un autore del bianco e nero. Era un autore che ha deciso di mostrarci il bianco e nero, tenendo il colore quasi tutto per sé.

Elliott Erwitt a colori è la rivelazione che non mi aspettavo nel 2026. Per tutta la vita ho studiato le sue immagini come uno studia un vocabolario: ironia asciutta, bianco e nero, cani, bambini, coppie, Parigi, New York, il Kennedy che saluta, quella forma di humor che solo lui sapeva tirare fuori dalla strada. Poi arriva Kolor, un volume di oltre trecento pagine che pesca da un archivio di quasi mezzo milione di diapositive Kodachrome, e tutto quello che sapevo di lui si ribalta. Non era un autore del bianco e nero. Era un autore che ha deciso di mostrarci il bianco e nero, tenendo il colore quasi tutto per sé.

La notizia l’ha battuta PetaPixel il 10 aprile, ripresa subito dalle testate anglosassoni, e per chi fa street photography seriamente è qualcosa di più di una curiosità editoriale. Erwitt ha camminato per sessant’anni con due macchine al collo, una caricata con pellicola in bianco e nero e una con Kodachrome. Lo raccontava da tempo, ma fino a oggi il suo archivio a colori era rimasto sostanzialmente invisibile. Adesso arriva questo volume che gli editori hanno chiamato Kolor, con la K, come a segnalare che è una variazione ortografica di un territorio che credevamo di conoscere. Showgirls di Las Vegas, canali di Venezia, mercati, campi militari, leader politici, scene di quotidianità intercettate sul filo del secondo giusto: lo stesso sguardo, ma in una tavolozza che non avevo mai associato al suo nome.

La cosa che mi ha colpito di più è la dichiarazione che Erwitt fa nel libro. Dice che normalmente per i lavori personali preferisce il bianco e nero, ma che adesso, avendo riguardato attentamente le sue fotografie a colori, è meno dogmatico. È una frase di una onestà disarmante per un autore della sua statura. Arriva da un uomo che ha definito un linguaggio, che ha contribuito a scrivere la grammatica stessa della street photography del Novecento, e che a novant’anni suonati ammette di avere tenuto una stanza chiusa a chiave senza un vero motivo se non l’abitudine. C’è qualcosa di molto istruttivo, per chi fotografa oggi, in questa ammissione tardiva. Il bianco e nero non era una verità assoluta nemmeno per lui. Era una scelta estetica, un filtro, un’identità pubblica. Ma il materiale grezzo del suo lavoro, quello che vedeva davvero quando alzava la macchina, era molto più ampio di quello che ci ha mostrato.

Ci sto pensando molto in questi giorni, perché è esattamente il nodo dentro cui si muove chiunque stia costruendo un corpo di opere coerente. Si sceglie una strada, si decide un linguaggio, si dichiara una poetica, e poi si rischia di restarci incastrati. Il colore per Erwitt non era meno valido del bianco e nero, era solo meno suo in termini di immagine pubblica. E lui, da autore intelligente quale è stato, ha protetto quella immagine pubblica fino in fondo. Non è una critica, è una lezione. Un autore è anche un marchio, nel senso nobile del termine, ed è normale che costruisca un perimetro riconoscibile. Quello che Kolor ci regala è lo spazio fuori dal perimetro, le foto che ha scattato senza la preoccupazione del vestito finale, quelle in cui il colore era solo un modo diverso di registrare la stessa curiosità.

Guardando le immagini che circolano in anteprima trovo una cosa che non mi aspettavo. Il Kodachrome dà alle sue fotografie a colori una qualità emotiva che non è affatto quella del Meyerowitz o del Leiter o dell’Alex Webb a cui siamo abituati quando pensiamo al colore in strada. Non è saturo, non è pittorico, non è lirico. È più secco, più documentario, più vicino alla maniera in cui lavora nel bianco e nero. Come se Erwitt avesse trasportato nel colore la stessa economia di segni che usa in monocromia, resistendo alla tentazione di fare del colore un soggetto in sé. Il rosso resta rosso, la strada resta strada, la battuta visiva resta la battuta visiva. Questa per me è la notizia dentro la notizia. Kolor non è un Erwitt travestito, è lo stesso Erwitt con un’altra pellicola. E il fatto che funzioni dimostra che il suo sguardo era indipendente dal supporto.

Per chi in questo momento sta cercando la propria voce nella street photography, il caso Erwitt è un invito a non restringere troppo presto. Si può arrivare alla coerenza di una vita intera anche senza chiudere porte. Si può tenere due macchine al collo, letteralmente o metaforicamente, e poi decidere in fase di editing cosa mostrare e cosa no. Il resto, gli archivi, le diapositive, i file grezzi, restano come riserva per quando avremo capito davvero cosa stiamo facendo. Ho lavorato per anni sulla differenza tra quello che registra una fotocamera e quello che vede un autore nel tempo lungo, e Kolor mi ricorda che la vera disciplina non è scegliere presto, è avere il coraggio di non archiviare definitivamente nulla.

Se vuoi approfondire le immagini e l’inquadratura editoriale del volume ti segnalo l’articolo di PetaPixel sul Kolor di Elliott Erwitt, che è stata la prima testata a darne conto con un numero significativo di immagini. Intanto io, oggi, torno a casa e apro il mio archivio a colori che negli ultimi anni avevo messo da parte per concentrarmi sul bianco e nero del mio metodo. Non per rinnegare niente, ma per fare la cosa che Erwitt ci sta insegnando postuma: riguardare. Un maestro, quando è vero, continua a insegnare anche quando non parla più. Se vuoi provare a farlo anche tu, prenditi un’ora questa settimana e rientra nei tuoi file di dieci anni fa. Non quelli che avevi già scelto. Quelli che avevi scartato. Potresti trovarci il tuo Kolor.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino