Hasselblad Masters 2026: cosa separa una fotografia straordinaria dalle altre 107.999
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Immagina di stare davanti a 108.000 fotografie. Una dopo l’altra. Migliaia di ore di vita condensate in altrettanti fotogrammi — mattine presto, viaggi intrapresi, momenti aspettati con il fiato sospeso, altri colti quasi per caso. Ogni immagine racconta qualcosa di vero, o almeno ci prova. La domanda che mi torna ogni volta che mi trovo di fronte a un numero del genere è sempre la stessa, e non ha nulla di tecnico: cosa fa sì che una sola di quelle fotografie valga — agli occhi di una giuria, ma soprattutto agli occhi di chi la guarda — più delle altre 107.999?
Un concorso che non è come gli altri
Qualche giorno fa Hasselblad ha annunciato i 70 finalisti degli Hasselblad Masters 2026, uno dei concorsi fotografici internazionali più prestigiosi e — dettaglio non secondario — uno dei pochi che non si tiene ogni anno. Prima di questa edizione, l’ultimo era stato nel 2023. Il tempo tra un’edizione e l’altra non è una mancanza di organizzazione: è una dichiarazione di intenti. Come a dire che certe cose non si fanno in fretta, che la grandezza va cercata con la dovuta calma.
I numeri parlano da soli: fotografe e fotografi provenienti da oltre 160 paesi hanno inviato più di 108.000 immagini. La giuria — composta da esperti di National Geographic, The Metropolitan Museum of Art, Getty Images, Magnum Photos — ha selezionato 10 finalisti in ognuna delle sette categorie: Landscape, Architecture, Portrait, Street, Fine Art, Wildlife e Project//21. Quest’ultima categoria è riservata a fotografi under 21, e già questo mi dice qualcosa sul modo in cui Hasselblad concepisce il talento: non come qualcosa che si accumula con l’età, ma come qualcosa che può esplodere in qualsiasi momento della vita. I sette vincitori definitivi saranno annunciati il 30 giugno 2026.
Il peso di un nome
C’è qualcosa di interessante nel nome scelto per questo concorso. “Masters.” Non “winners”, non “best of”, non “selected.” Maestri. Una parola che in fotografia ha un peso specifico, quasi fisico. Pensi a Cartier-Bresson, a Vivian Maier, a Sebastião Salgado — e la parola “maestro” suona giusta, naturale, inevitabile. Ma cosa rende qualcuno un maestro? È la tecnica? La coerenza nel tempo? Il riconoscimento degli altri? Hasselblad sceglie di assegnare questo titolo a sette persone ogni qualche anno, e questo mi mette di fronte a una domanda che non riesco a scartare con facilità.
Cosa distingue davvero una fotografia straordinaria
Ho parlato molte volte di questa cosa con altri fotografi, e ho letto ancora di più. Ma la risposta che mi è rimasta più impressa arriva da una frase di Henri Cartier-Bresson, che — come spesso accade — non risponde alla domanda, ma la apre in modo più onesto:
«Per me la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento e della precisa organizzazione delle forme visive che esprimono e significano quell’evento.»
Quello che mi colpisce di questa definizione non è la parte sul “momento decisivo” — di cui si parla sempre — ma la parola “simultaneo.” Non prima, non dopo. Il riconoscimento del significato e la sua forma visiva devono avvenire nello stesso istante. Questo vuol dire che la tecnica, da sola, non basta. L’intuizione, da sola, non basta. Ci vuole qualcosa che le tenga insieme, e quel qualcosa non si insegna nei corsi — o almeno non interamente.
Quando guardo le 70 fotografie finaliste degli Hasselblad Masters, quello che cerco non è la perfezione formale. Cerco il momento in cui il fotografo ha smesso di pensare e ha semplicemente risposto a qualcosa che stava succedendo. Cerco la traccia di una presenza autentica. E il fatto che su 108.000 immagini ne siano rimaste solo 70 non mi dice che le altre fossero brutte — mi dice che forse quella presenza, in 107.930 casi, era parziale. Mancava qualcosa. Non so cosa, esattamente. Ma si sente.
Negli anni in cui mi sono dedicato alla street photography, ho capito che le fotografie che amo di più — le mie e quelle degli altri — hanno quasi sempre una caratteristica comune: il fotografo non stava pensando alla fotografia. Stava pensando al mondo. La macchina era lì, ma era diventata una parte del corpo, un prolungamento naturale dello sguardo. E in quel momento di assenza del controllo cosciente, qualcosa di vero si manifestava. Non so se si chiama grazia, o fortuna, o semplicemente pratica sedimentata fino a diventare istinto. Probabilmente tutte e tre insieme.
Il paradosso del concorso
Qui arriva il punto che mi crea più attrito, e che non risolvo. Un concorso come gli Hasselblad Masters ha un valore enorme per il mondo della fotografia — fa circolare immagini, crea attenzione, premia il talento, permette a fotografi di tutto il mondo di essere visti. Ma c’è anche un paradosso sottile che non riesco a ignorare: la fotografia più autentica, quella che nasce dall’assenza di calcolo e dall’immersione totale nel presente, è spesso la meno “concorsabile.” Non perché sia brutta, ma perché è difficile da spiegare, da contestualizzare, da inserire in una categoria. I lavori che vincono i concorsi tendono ad avere una narrativa chiara, una coerenza visiva immediatamente leggibile, un messaggio che arriva forte anche a chi guarda per trenta secondi. Tutto questo è un valore. Ma è solo una parte della fotografia.
Puoi leggere qualcosa di più su questo equilibrio tra visione personale e riconoscimento esterno in Vita da Street Photographer, il libro in cui ho cercato di raccontare il processo che sta dietro a ogni scatto — non il risultato, ma il percorso. È lì che si gioca tutto, secondo me.
La domanda che non ha risposta facile
Quando fotografo per strada — a Milano, a Napoli, nelle città europee che continuo a attraversare — mi capita spesso di tornare a casa con una sola fotografia che vale. Una. Tra quelle che ho scattato in un’intera giornata, ce n’è una in cui succede qualcosa che le altre non hanno. Non sempre so dire cosa. Non è necessariamente la composizione migliore. Non è quella con la luce più bella. È quella in cui io ero più presente. In cui non stavo controllando — stavo semplicemente guardando.
La domanda che mi pongo, allora, è questa: quella presenza — quella qualità dell’attenzione — si può allenare? Si può insegnare? O è qualcosa che si apre e si chiude in modo imprevedibile, indipendente dalla nostra volontà?
Ho visto fotografi tecnicamente perfetti produrre immagini vuote. Ho visto principianti assoluti produrre fotografie che ti fermano il respiro. Non è una questione di anni di pratica, anche se la pratica aiuta. Non è una questione di attrezzatura, anche se usare una Hasselblad invece di uno smartphone cambia le cose a livello di processo. È qualcosa che riguarda la qualità dell’intenzione con cui ci avviciniamo al mondo. La disponibilità ad essere sorpresi. La capacità di lasciare che la realtà ci parli invece di cercare di imporle qualcosa.
In questo senso, un concorso come gli Hasselblad Masters non mi dice chi è il fotografo più bravo. Mi dice chi, in quel momento specifico, di fronte a quella giuria specifica, con quel soggetto specifico, ha trovato la forma più precisa per esprimere qualcosa di vero. E questo non è poco. Ma è diverso dall’essere un maestro. I maestri li riconosci nel tempo, non in una singola immagine. Li riconosci perché tornano e tornano, e ogni volta che guardi il loro lavoro ci trovi qualcosa che prima non avevi visto. Se sei curioso di approfondire il rapporto tra visione fotografica e costruzione di uno stile personale, ne parlavo anche in questo articolo sul blog.
I 70 finalisti degli Hasselblad Masters 2026 sono probabilmente tutti fotografi straordinari. Ma quello che mi interessa davvero non è sapere chi vincerà il 30 giugno. Mi interessa sapere cosa stavano pensando — o meglio, cosa avevano smesso di pensare — nel momento in cui hanno premuto il pulsante.
Quella è la domanda che vale la pena portarsi dietro la prossima volta che esci con la macchina fotografica in mano.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.