Tutti fotografano la stessa strada: il template che ci imprigiona e il coraggio di romperlo
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Stavo scorrendo le ultime cento fotografie arrivate per una selezione di festival internazionale. La centesima mi ha fermato — non perché fosse straordinaria, ma perché era esattamente uguale alla sessantatreesima. Stessa luce laterale dura, stesso soggetto in controluce che attraversa un marciapiede bagnato, stessa ombra diagonale che taglia il fotogramma in due metà perfette. Bella fotografia, senza dubbio. Ma non una scoperta: una conferma. Ho continuato a scorrere e a un certo punto ho smesso di vedere fotografie. Ho iniziato a vedere template — quegli schemi invisibili che guidano la mano senza che la mente lo sappia, che ti spingono a premere il pulsante di scatto ogni volta che il mondo davanti a te assomiglia a qualcosa che ti ha già portato applausi, like, premi. Il template è rassicurante. È anche la cosa più pericolosa che possa capitare a un fotografo.
Il goldfish bowl della street photography
Nick Turpin, fondatore di iN-PUBLiC — il collettivo internazionale di street photography nato nel 2000 — ha scritto un testo che vale la pena leggere due volte: Street Photography: Breaking the Template. Il punto centrale è scomodo quanto necessario. In vent’anni, la street photography è diventata un fenomeno globale: milioni di fotografi, migliaia di festival, premi, libri, workshop, account Instagram dedicati. Una democrazia visuale senza precedenti. Ma quella stessa facilità con cui oggi si fa e si condivide il lavoro ha prodotto un effetto collaterale preciso, che Turpin chiama “goldfish bowl” — uno stagno dove tutti si ispirano allo stesso bacino, riproducendo le stesse immagini popolari, senza la contaminazione esterna necessaria per sviluppare uno sguardo davvero individuale.
La street photography, scrive Turpin, è diventata “una serie di template ben usati” — spesso eseguiti con grande maestria tecnica, ma incapaci di mostrarci il mondo con occhi nuovi o con una visione conquistata faticosamente. Il problema non è la competenza. Il problema è che la competenza tecnica, da sola, produce copie migliori degli originali altrui. E poi aggiunge qualcosa che mi è rimasto addosso: “I grandi street photographer del passato non sono quelli che hanno seguito — sono quelli che hanno guidato.” Non una constatazione nostalgica. Una domanda rivolta a noi.
Ti confesso che quando ho letto quella frase per la prima volta ho sentito una resistenza immediata. La reazione di chi riconosce qualcosa che preferirebbe non riconoscere. Perché è facile applicare quel ragionamento agli altri — ai principianti che copiano gli shot famosi di Vivian Maier, a chi insegue la luce di Bresson senza avere mai capito il suo pensiero. È molto meno comodo applicarlo a se stessi. Al proprio portfolio. Alle proprie scelte di scatto.
Quando lo sguardo smette di cercare e comincia a confermare
Nell’articolo, Turpin porta una serie di lavori di fotografi che hanno fotografato la vita pubblica rompendo completamente i template della street photography classica. Alejandro Cartagena ha fotografato i lavoratori messicani che si spostano verso le città — non dal basso, a livello strada, ma dall’alto, attraverso il lunotto posteriore dei pick-up su cui viaggiano stipati. Immagini aeree di corpi stanchi su un paese in trasformazione. Peter Funch ha piazzato la macchina fotografica allo stesso angolo di 42nd Street e Vanderbilt Avenue a New York ogni mattina, tra le 8:30 e le 9:30, per quasi dieci anni — sovrapponendo poi i negativi per creare ritratti compositi della folla metropolitana che torna ogni giorno, inconsapevolmente, nello stesso spazio. Nessuno dei due ha fatto street photography nel senso che di solito diamo a quel termine. Eppure entrambi ci hanno mostrato qualcosa sulla vita pubblica che nessun’altra fotografia ci aveva mai mostrato prima. È esattamente il tipo di visione che cerco — e che puoi vedere nel mio portfolio di street photography — uno sguardo che parte dalla strada ma non si ferma alla superficie di essa.
Il punto non è fare cose strane. Non è rompersi per essere originali, inseguire l’effetto, stupire a tutti i costi. Il punto è la domanda che precede lo scatto — quella che quasi nessuno si fa più perché la risposta sembra già data. Perché fotografi questo? Cosa vuoi che questa immagine dica di te, del mondo, dell’uomo che hai davanti? Quando smetti di fare quella domanda, la macchina fotografica comincia a lavorare per te invece che con te. E la macchina, da sola, conosce solo i pattern che le hai insegnato.
La verità è che il template si installa lentamente, per gradi. Inizia come apprendimento — guardi i maestri, cerchi di capire cosa funziona, perché una certa luce crea tensione, perché certi contrasti tra figure attraggono l’occhio. È necessario, è utile. Ma a un certo punto, se non stai attento, l’apprendimento si cristallizza in abitudine. E l’abitudine fa sì che tu non stia più davvero guardando la strada — stai cercando sulla strada la conferma di quello che già sai fare bene. È una differenza sottile ma devastante. La differenza tra chi esplora e chi ricerca rassicurazione. Nei workshop di street photography è il momento in cui chiedo alle persone di smettere di fotografare e di limitarsi a camminare — solo per qualche ora, senza il mirino davanti all’occhio — per ricominciare a vedere prima di scattare. Molti mi guardano come se avessi detto una cosa assurda. Poi tornano, e le fotografie sono diverse.
Quello che mi ha colpito nell’analisi di Turpin non è tanto la diagnosi — il goldfish bowl è evidente a chiunque abbia aperto Instagram negli ultimi cinque anni — quanto la cura proposta. Non “fotografa in modo diverso”. Non “sii originale”. Ma: guarda fuori dalla tua bolla. Cerca chi fotografa la vita pubblica senza chiamarsi street photographer. Contamina il tuo sguardo con quello di chi fa documentario, ritratto, fotogiornalismo, paesaggio. I confini tra i generi non esistono dove il vedere è autentico. Esistono solo dove c’è paura di perdersi.
Pensa a questo per un momento. Ogni volta che apri Instagram per cercare ispirazione, stai nuotando nello stesso stagno di tutti gli altri. Vedi le immagini più apprezzate dall’algoritmo — che non è neutro, sceglie il già visto, il già piaciuto, il già premiato. Ti assorbi quei modelli. Li riproduce il tuo occhio, inconsapevolmente, quando torni in strada. E quando la tua fotografia ottiene like, la conferma di quel template si rafforza. Non è colpa di nessuno: è la logica dei sistemi di rinforzo. Ma è esattamente il motivo per cui oggi il novanta per cento delle street photography che vedi nel mondo si assomiglia nel modo più fondamentale — non nella tecnica, ma nell’intenzione. Nell’assenza di intenzione, per essere precisi.
La domanda vera non è: “Come posso fare fotografie più originali?” Quella è ancora una domanda estetica, di superficie. La domanda vera è: cosa stai cercando di dire? A cosa guardi quando non hai la macchina fotografica in mano? Cosa ti spaventa fotografare? Quella paura è probabilmente l’unica mappa autentica che hai.
C’è una cosa che ho imparato in anni di lavoro in strada — non da un libro, ma dall’esperienza diretta di riprendere in mano un progetto dopo mesi di pausa e accorgermi che le prime tre ore di scatto producevano sempre le stesse immagini. Le immagini che mi aspettavo. Il cervello è pigro in quel modo: riparte dalla memoria, non dal presente. Rompere il template non significa cambiare città o aspettare la luce perfetta o comprare un obiettivo diverso. Significa tornare alla domanda. Sempre. Ogni volta. Anche quando la risposta sembra già ovvia.
Turpin chiude il suo articolo con una frase che uso spesso come bussola: “Fare fotografie nel presente che siano informate dal meglio del passato, con un occhio sul futuro.” Non è una formula. È un atteggiamento. L’atteggiamento di chi sa che il patrimonio della fotografia è uno strumento, non un recinto. E che i muri del recinto siamo noi stessi a costruirli, un template alla volta.
Quella centesima fotografia che mi aveva fermato — stessa luce, stessa ombra, stessa geometria perfetta — l’ho rimessa nel mazzo e ho continuato. Ma mi sono portato a casa una domanda. La stessa che ti lascio: quando sei uscito in strada l’ultima volta, stavi cercando o stavi confermando? Se la risposta ti mette a disagio, è probabilmente il punto giusto da cui partire. Il percorso sulla fotografia intenzionale nasce esattamente qui — dalla capacità di fare domande vere prima ancora di alzare la macchina fotografica.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.