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fotografia e memoria del luogo

Il tempo che non si vede: Seido Kino e gli strati invisibili di ogni luogo

C'è una strada che fotografo da anni. La conosco così bene che potrei disegnarla ad occhi chiusi: il cornicione che pende dal terzo piano del palazzo di destra, la luce del mattino che attraversa il vicolo alle otto e venti esatte, la signora con la borsa della spesa che scende ogni martedì mattina dal portone verde. Ho centinaia di fotogrammi di quella strada, forse migliaia. Eppure qualche mese fa, guardando quelle immagini tutte insieme per l'ennesima volta, ho realizzato qualcosa di scomodo: non avevo fotografato quella strada. Avevo fotografato lo strato più superficiale di quella strada. Quello che esisteva in questi anni, in questo periodo della sua vita lunghissima. Sotto c'era un'altra strada. E sotto ancora, un'altra. E io non le avevo mai viste.

Seido Kino e il tempo che non si vede

Seido Kino è un fotografo giapponese. Quest'anno ha ricevuto un Jurors' Pick ai LensCulture Art Photography Awards 2026 per il suo progetto The Strata of Time. Il lavoro sovrappone immagini d'archivio a fotografie contemporanee degli stessi luoghi: paesaggi giapponesi riscritti dalla guerra, dall'urbanizzazione rapida, dai disastri naturali. Due fotografie — una del passato, una del presente — che si compenetrano sulla stessa stampa, nello stesso rettangolo, nello stesso sguardo. Il risultato non è un trucco visivo. È qualcosa di più preciso: la dimostrazione che ogni luogo è sempre più di quello che mostra.

Michael Famighetti, editor di Aperture e membro della giuria, ha scritto di lui: “In his work, two still images brought together are anything but static, revealing dramatic change.” Due immagini ferme che insieme non stanno ferme. È una delle definizioni più precise di fotografia che abbia letto di recente, e vale molto più del contesto specifico in cui è stata scritta. Perché dice qualcosa di fondamentale non solo sul lavoro di Kino, ma su cosa può fare la fotografia quando smette di occuparsi solo del presente, quando inizia a interrogare il tempo che scorre sotto la superficie visibile delle cose.

La copertina di un libro che non hai letto

Ho guardato le immagini di Kino a lungo. C'è qualcosa di perturbante nel modo in cui due temporalità si sovrappongono nello stesso rettangolo: non un prima e un dopo separati, ma un contemporaneamente. Il Giappone del dopoguerra che insiste sotto il Giappone di oggi. La foresta che c'era prima dell'autostrada, ancora visibile come un fantasma attraverso la trasparenza dell'asfalto. Non è nostalgia — è qualcosa di più preciso e più inquietante. È il riconoscimento che ogni luogo è sempre più di quello che mostra, che il presente non è che la versione più recente di una storia lunghissima che continua a scorrere sotto la superficie.

Ti confesso che guardando il suo lavoro mi sono chiesto quante volte, in tutti questi anni di fotografia di strada, sono entrato in un posto convinto di vederlo davvero. Ogni città italiana che ho attraversato con la macchina in mano porta addosso strati che la fotografia normalmente non raggiunge: la trattoria che era una lavanderia, il palazzo che era un'osteria, il vicolo che era un fiume. La Napoli che fotografo oggi è anche la Napoli greca, quella borbonica, quella dei Quartieri sotto i bombardamenti. Quando scatto, sto fotografando la copertina di un libro che non ho letto. E spesso non so nemmeno che esiste. Ho cercato di fare qualcosa di simile — per quanto diverso nei mezzi — nel progetto NapoliVelata: fotografare Napoli cercando quello che si nasconde dietro la superficie immediata della città, lo strato più antico che affiora tra i vicoli.

Questo non è un problema estetico. È un problema di sguardo. Se entri in un luogo convinto di vedere tutto quello che c'è da vedere, ti perdi esattamente quello che lo rende unico: la sua densità temporale. Quella pressione silenziosa del passato che agisce sul presente, che fa sì che certi vicoli abbiano una luce diversa, che certi palazzi abbiano un peso che non si spiega con l'architettura sola. La tecnica di Kino rende visibile questa pressione attraverso la sovrapposizione fisica — una soluzione formale radicale, coerente con il suo linguaggio artistico. Ma non ho bisogno di sovrapporre file in postproduzione per portare questa consapevolezza in strada. Basta sapere che gli strati esistono. Basta fotografare sapendo di vedere la superficie di qualcosa di molto più profondo.

Fotografare sapendo quello che non si vede

Proviamo a fare una cosa concreta. La prossima volta che sei in una città che non conosci — o anche in una che conosci troppo bene — fai una cosa prima di estrarre la macchina: cerca di capire quanti anni ha il posto in cui ti trovi. Non la data di costruzione dell'edificio. La storia del luogo. Cosa c'era prima. Chi ci abitava. Cosa è successo in quel punto esatto del pianeta. Poi scatti. Non ti sto chiedendo di fotografare la storia. Ti chiedo di fotografare sapendo che c'è una storia sotto. È una differenza sottile, ma cambia tutto.

Quando fotografi con questa coscienza, inizi a notare dettagli che prima sfuggivano: un pezzo di intonaco con una texture diversa dal resto della parete, un arco murato a metà, una soglia consumata in un modo che non si spiega con il traffico attuale. La profondità temporale inizia a mostrarti cose che la superficie nasconde con cura. Non è un esercizio intellettuale — è un cambiamento percettivo reale. L'occhio si allena a leggere le tracce, a riconoscere le discontinuità, a chiedersi il perché di ogni dettaglio apparentemente irrilevante. Nel lavoro che porto avanti con il percorso La fotografia intenzionale, uno degli esercizi che propongo è esattamente questo: fotografare un luogo due volte — una volta all'arrivo, con lo sguardo vergine, e una volta dopo averlo studiato, dopo aver capito cosa è stato. Le differenze nelle fotografie sono spesso sorprendenti, e non riguardano la tecnica.

Il problema della fotografia contemporanea di strada, nella sua forma più diffusa, è che insegue il presente puro. Il gesto, il momento, l'istante. E questo ha un valore enorme — non lo metto in discussione. Ho dedicato anni della mia vita a inseguire quegli istanti. Ma c'è una differenza reale tra il fotografo che cattura un momento e il fotografo che cattura un momento dentro una storia più lunga. Il secondo non fa necessariamente fotografie migliori in senso tecnico, e spesso non le fa nemmeno più spettacolari. Ma fa fotografie più dense. Fotografie che portano dentro di sé qualcosa che appartiene al luogo da molto prima che tu arrivassi con la macchina — una qualità di verità difficile da ottenere in altro modo.

Seido Kino ha trovato una risposta formale precisa a questa domanda: la sovrapposizione letterale. Ha fatto del processo parte del contenuto, rendendo visibile l'operazione stessa con cui la memoria e il presente si intrecciano in ogni luogo. Ma la domanda che il suo lavoro pone è universale, e riguarda chiunque faccia fotografia con intenzione: come fotografi il tempo che non si vede? Come costruisci un'immagine che contenga non solo il presente visibile ma anche il peso stratificato di quello che è stato? Non esiste una risposta tecnica. Esiste un atteggiamento — un modo di entrare in un posto, di chiedersi qualcosa prima ancora di portare l'occhio al mirino. Nei lavori dei grandi fotografi che hanno segnato la storia del mezzo, trovi spesso questa stessa coscienza tacita: l'immagine non è solo quello che inquadrano, ma tutto quello che sanno del luogo in cui si trovano.

Le fotografie migliori che ho fatto, guardandole a distanza di anni, non erano istanti isolati. Erano punti di convergenza: un momento presente che per qualche ragione raccoglieva qualcosa di molto più antico, come se il luogo avesse deciso di mostrare, per un secondo, tutto quello che sa. Non so spiegare razionalmente come questo accade. So solo che non accade per caso, e che accade con una frequenza molto più alta quando sei in strada con la consapevolezza giusta. Il lavoro di Kino me lo ha ricordato con una forza che non mi aspettavo da un premio internazionale. I premi di fotografia spesso premiano la superficie brillante: la composizione impeccabile, la luce perfetta, il gesto catturato al momento giusto. Questo, almeno una volta, ha premiato la profondità. Nei workshop di street photography che tengo in giro per l'Italia, inizio spesso esattamente da qui: non da come si imposta il diaframma o da dove si mette il soggetto nel frame. Da come si entra in un luogo. Da cosa ti chiedi prima di scattare. Perché quella domanda — “cosa c'è sotto quello che vedo?” — è la differenza tra fare fotografia e fare immagini.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino