Angelo Rizzuto e la fotografia che non cercava nessuno
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Ogni giorno, alle due del pomeriggio, un uomo usciva di casa con la macchina fotografica e camminava. Per dodici anni. Nessuno lo aspettava all’angolo. Nessuno si sarebbe accorto se un giorno non fosse uscito. Le fotografie non finivano su riviste né in gallerie — finivano in scatole impilate nell’appartamento di Manhattan dove viveva quasi da recluso. Quando Angelo Rizzuto morì di cancro nel 1967, lasciò alla Library of Congress circa sessantamila immagini e un’istruzione precisa: pubblicare un libro dedicato alla sua New York. Il libro non fu mai pubblicato. Il suo archivio restò chiuso per decenni, quasi dimenticato. E io mi chiedo, ogni volta che torno su questa storia, cosa lo tenesse in piedi. Cosa spinge un uomo a fotografare così, così a lungo, senza aspettarsi nulla in cambio.
L’uomo che fotografò New York ogni giorno per dodici anni
Un recente articolo su PetaPixel ha ribattezzato Angelo Rizzuto “l’altro Vivian Maier” — un paragone che tiene, almeno in superficie: entrambi lavoratori oscuri, entrambi fotografi ossessivi, entrambi scoperti dopo la morte. Ma Rizzuto è una storia diversa, più scomoda. Vivian Maier fu trovata per caso, i suoi negativi comprati all’asta da un collezionista curioso. Rizzuto, invece, lasciò tutto pianificato. Sapeva cosa stava facendo. Volle che quelle foto sopravvivessero. Si chiamava Angelo Antonio Rizzuto, ma firmava come Anthony Angel — un nome americanizzato, quasi un alias costruito per una seconda vita. Tra il 1952 e il 1964 percorse Manhattan ogni pomeriggio documentando la città nel dopoguerra: i mercati, i portici, le facce sotto la pioggia, i ragazzini sui marciapiedi del Lower East Side, i venditori ambulanti di Brooklyn che si spostavano a New York. Sessantamila fotografie. Un’ossessione metodica, quasi clinica.
Quello che colpisce, guardando le immagini che sono sopravvissute, è la qualità dell’attenzione. Non la tecnica — la tecnica è quella di un dilettante serio, non di un professionista. Ma l’attenzione sì: la capacità di essere presente in quel momento, in quella strada, senza pensare a dove la foto sarebbe andata a finire. Rizzuto non aveva un pubblico immaginario a cui rivolgersi mentre scattava. Non costruiva un portfolio per una rivista. Costruiva qualcosa di più difficile da nominare — una mappa visiva di una città che stava cambiando, e forse di se stesso dentro quella città. L’ambizioso progetto che chiamava “Little Old New York” non era un reportage: era un tentativo di fermare qualcosa che sentiva scivolare via.
Fotografare senza pubblico — o per qualcosa che non si vede
Mi sono ritrovato a pensarci durante una sessione del mio workshop di street photography. Un partecipante, al terzo giorno, mi disse: “Sto fotografando da stamattina e non mi è ancora venuta una foto che manderei a un concorso.” Gli risposi che forse stava facendo la domanda sbagliata. La fotografia come prestazione — come qualcosa da produrre per un giudice esterno — è un’idea relativamente recente. O meglio: c’è sempre stata la questione del pubblico, ma non è sempre stata al centro del gesto fotografico. Prima di internet, prima dei social, un fotografo di strada che usciva a camminare non si chiedeva se la foto avrebbe funzionato sul feed. Si chiedeva, forse, se stava guardando nel modo giusto. Rizzuto non sapeva se le sue fotografie erano buone nel senso in cui lo intendiamo oggi. Le faceva perché qualcosa lo spingeva a farle.
Quando usci con la macchina fotografica, per chi lavori? Non lo dico per creare senso di colpa — lo dico perché è una domanda vera, e perché la risposta cambia completamente il tipo di fotografie che fai. Se lavori per il feed, scatti quello che già sai funzionare: la luce calda a fine giornata, il bambino che corre, il contrasto cromatico che genera engagement. Se lavori per un concorso, insegui i criteri della giuria. Se lavori per te, entri in un territorio più rischioso e più onesto. Rizzuto lavorava per un libro che non fu mai pubblicato. In un certo senso, lavorava per una promessa che non mantenne a se stesso — eppure non smise. Questo è il punto che mi interessa. La macchina non si fermò. L’uscita alle due del pomeriggio continuò per dodici anni.
Il lavoro sulla fotografia intenzionale che propongo nei miei corsi parte esattamente da qui: distinguere il gesto autentico dall’abitudine alla valutazione esterna. Non si tratta di vivere in isolamento come Rizzuto, né di negare che il riconoscimento conti. Si tratta di capire quale sia la gerarchia dentro di te. Se la fotografia regge senza pubblico, allora è qualcosa di tuo. Se crolla appena smettono di arrivare i feedback, allora stai inseguendo qualcos’altro — e vale la pena saperlo.
Quello che trovo più difficile da spiegare a chi si avvicina alla fotografia di strada non è la tecnica. Non è nemmeno il vedere — quello si allena, con il tempo e con la pratica sul campo. È il reggere il peso del fare senza risposta immediata. Noi siamo costruiti per il feedback: lo cerchiamo in ogni conversazione, in ogni gesto condiviso. La fotografia di strada in particolare — quella che si fa nella quotidianità, con continuità, senza un progetto definito in partenza — richiede una tolleranza all’incertezza che pochi si allenano a sviluppare. Rizzuto ce l’aveva, in una forma estrema e forse non del tutto sana. Ma la sua storia ci dice che quel territorio esiste. Che si può abitare. Che vale la pena cercare di capire cosa ci sia lì dentro.
C’è una domanda che mi accompagna quando guardo le sue fotografie: cosa vedeva lui quando guardava nel mirino? Vedeva New York, certo. Vedeva Anthony Angel — la versione di sé che aveva scelto di costruire attraverso la macchina fotografica. Vedeva, forse, la prova che era passato da lì. Che aveva guardato il mondo invece di girare la testa dall’altra parte. La domanda che resta aperta è scomoda: quante delle cose che fotografiamo oggi reggerebbero lo stesso test? Se domani sparissero tutti i social, tutti i concorsi, tutti i possibili osservatori — continueresti a uscire con la macchina fotografica? E se sì: cosa cambierebbe in quello che scatti, e come lo scatti?
Non so se Rizzuto fosse felice. Le biografie disponibili lo descrivono come una persona difficile, consumata da qualcosa che non riusciva a nominare. Ma so che non smise mai di fotografare. E questo, in un certo senso, è la risposta più vera che poteva dare a tutte le domande. Non fu famoso in vita. Non fu pubblicato. Il suo nome non appare nei libri di storia della fotografia che trovi in libreria. Eppure sessantamila fotografie esistono, archiviate nella Library of Congress, e qualcuno le guarda ancora. La fotografia sopravvive sempre al fotografo. La domanda è se vale la pena farla anche quando nessuno guarda — e soprattutto se sei capace di risponderti in modo onesto.
Se vuoi lavorare su questo livello — sull’autenticità del gesto fotografico, su cosa significa scattare con un’intenzione propria piuttosto che una risposta condizionata dall’esterno — il percorso di storytelling e street photography è il posto giusto da cui partire. Non per trovare risposte preconfezionate, ma per imparare a reggere le domande. E magari, ogni tanto, uscire alle due del pomeriggio senza sapere dove andrai a finire.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.