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fotografia di ritratto

Nadav Kander e il ritratto che non mente: cosa vuol dire fotografare davvero una persona

Mi è capitato una volta di fare il ritratto a un vecchio signore napoletano, in un vicolo del centro storico. L’ho fotografato tre volte. Nella prima stava posando — aveva raddrizzato le spalle, tirato su il mento, messo in scena sé stesso. Nella seconda si era distratto: stava guardando qualcosa oltre di me, forse un gatto, forse il vuoto. Nella terza aveva smesso di accorgersi di me del tutto. Solo l’ultima fotografia era vera. Le altre due erano documentazione di qualcuno che si difendeva dall’obiettivo. L’ultima era la fotografia di una persona.

Il pretesto: Nadav Kander giudica i Portrait Awards 2026

LensCulture ha annunciato i vincitori dei Portrait Awards 2026, e la scelta del giudice principale è tutt’altro che casuale: Nadav Kander. Londinese di adozione, sudafricano di nascita, Kander è considerato uno dei ritrattisti più influenti degli ultimi trent’anni. I suoi soggetti — da Barack Obama ai leader mondiali della serie China: The Yangtze River — sembrano sempre abitare i propri ritratti con una presenza spessa, quasi fisica. Non posano. Esistono. Quest’anno, in concomitanza con i premi, ha debuttato la prima grande retrospettiva del suo lavoro, The Edge of Things, che abbraccia quattro decenni di fotografia.

I vincitori di quest’edizione dei Portrait Awards esporranno le loro opere al Photo London, la principale fiera internazionale della fotografia. Ma quello che mi interessa non sono i premi — né i vincitori, per quanto bravi. Mi interessa la domanda che Kander porta con sé ogni volta che mette l’occhio al mirino: cos’è che rende un ritratto qualcosa di più di una fotografia di un viso?

La differenza tra un viso e una persona

Kander ha detto una cosa che mi torna in mente spesso. Ha detto che fotografare una persona è diverso dal fotografare un soggetto. Il soggetto si lascia guardare. La persona resiste, si nasconde, ti sfida a trovarla. E tu, come fotografo, devi essere abbastanza paziente — e abbastanza invisibile — da aspettare che smetta di fare il soggetto e torni a essere sé stessa.

È la stessa tensione che conosco bene nella street photography. In strada non chiedi il permesso — agisci nel tempo che hai — ma la logica è identica: il momento in cui qualcuno smette di sapere che sei lì è il momento in cui diventa fotografabile. Non prima. Le fotografie fatte “con il permesso” di chi viene fotografato tendono a diventare fotografie di qualcuno che acconsente a farsi fotografare. È già qualcosa. Ma non è un ritratto. È una collaborazione. Una performance.

Guarda il lavoro di Kander e capisci subito questa differenza. I suoi ritratti hanno una qualità sospesa, come se il soggetto fosse stato catturato nel mezzo di un pensiero — non alla fine, non all’inizio, nel mezzo. In quel punto esatto in cui il controllo cede. Nei miei Emotional Portrait, ho inseguito la stessa cosa per anni: quella frazione di secondo in cui il volto torna a essere un paesaggio invece che una facciata.

Il problema è che molti fotografi — e li capisco, ci sono passato anch’io — scambiano il ritratto tecnico per un ritratto vero. Un bello sfondo bokeh, la luce giusta, l’occhio a fuoco, la mascella rivolta nel verso giusto. Tutto corretto. Tutto morto. Perché quello che manca non si imposta in camera. Si ottiene aspettando, ascoltando, lasciando cadere la pressione del momento. Il soggetto deve dimenticarsi di stare facendo una fotografia. Solo allora puoi fotografarlo davvero.

Cosa stiamo cercando davvero

La domanda che mi faccio guardando i lavori vincitori e finalisti dei Portrait Awards — ogni anno, da quando seguo questi premi — è sempre la stessa: cosa stavano cercando questi fotografi? Perché la fotografia di ritratto più onesta non nasce dalla decisione di fare un bel ritratto. Nasce dalla curiosità verso quella persona specifica — quella e nessun’altra. Quando manca la curiosità, ottieni un bel ritratto tecnico. Quando c’è, ottieni qualcosa che resta.

Kander parla spesso di vulnerabilità come ingrediente necessario del ritratto. Non solo del soggetto — del fotografo. Il fotografo deve entrare in relazione, esporsi, smettere di stare dietro alla fotocamera come se fosse un riparo. Questo è il punto che trovo più interessante della sua poetica: la fotocamera non protegge. Al contrario. Se la usi come scudo — come distanza — quello che ottieni è una fotografia di qualcuno che sa di essere osservato da lontano. Se invece la usi come canale di contatto, cambiano le cose. Cambia l’aria nella stanza. Il soggetto percepisce che dall’altro lato non c’è un’obiettivo, c’è una persona. E risponde di conseguenza.

Ho passato anni a costruire una fotografia intenzionale — un approccio che parte da dentro, non da fuori. Dalla domanda “perché sto fotografando questa persona?” prima ancora di alzare la macchina. Quella domanda cambia tutto. Ti obbliga a fermarti un secondo, a guardare davvero prima di scattare. E in quel secondo — in quella pausa — il rapporto tra te e il soggetto si sposta. Smette di essere cacciatore-preda e diventa qualcosa di più sottile. Non necessariamente amichevole. Ma reale.

I grandi ritrattisti che ammiro — Kander, ma anche Salgado nei suoi momenti più intimi, o la Arbus nei suoi incontri scomodi — condividono questo tratto: non sembrano mai frettolosi. Il tempo che dedicano al soggetto si vede nel risultato. Non perché abbiano scattato più fotografie. Perché hanno aspettato di più prima di scattare la prima.

Il confine tra ritratto e invasione

C’è un confine sottile, nel ritratto, tra il cogliere una verità e il violarla. Kander lo conosce bene — e ci ha costruito sopra una poetica. I suoi soggetti sembrano aver dato qualcosa di sé che non sempre avevano pianificato di dare. Non è manipolazione — o almeno, non solo. È che la fotocamera, nelle mani giuste, ha la capacità di vedere ciò che il soggetto stesso non vede di sé. O che sa di avere ma non vuole mostrare.

È per questo che credo il ritratto sia la forma più difficile di fotografia. Non tecnicamente — quello si impara. Ma eticamente, relazionalmente. Ogni ritratto è un patto implicito tra chi fotografa e chi viene fotografato. Un patto che spesso non si dice ad alta voce, ma che entrambi sentono. E la fotografia che ne risulta è sempre anche il racconto di come quel patto è andato — se c’era fiducia, se c’era distanza, se c’era rispetto o indifferenza.

Considera questo: la prossima volta che fotografi qualcuno, chiediti non “ho la luce giusta?” ma “so chi è questa persona?” Non il suo nome. Non il suo lavoro. Chi è in quel momento, in quel posto, con quella luce che cade su quel volto. Se non lo sai ancora, aspetta. La fotografia più vera viene sempre un po’ dopo la prima che avresti scattato.

Il lavoro di Kander — e i Portrait Awards che porta con sé — mi ricordano ogni anno che la fotografia di ritratto non è un genere fotografico come gli altri. È un atto di attenzione prolungata. Un modo di dire: ti ho guardato davvero. E questa è la prova. Puoi trovare altri approfondimenti sullo stile e la visione dei grandi autori nella sezione dedicata ai grandi fotografi del sito.

Quello che resta, alla fine, non è la fotografia più bella. È quella in cui si vede che il fotografo c’era davvero — non solo con la macchina, ma con tutto il resto.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino