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Martin Parr fotografia

Martin Parr e le ultime fotografie: cosa resta quando il fotografo non c’è più

C’è una cosa che non riesci a toglierti dalla testa quando guardi le ultime fotografie di Martin Parr. Non è la tecnica. Non è il colore saturo, il flash in pieno giorno, quell’occhio ironico che ha reso famosa la sua firma visiva. È qualcos’altro. È il pensiero che quelle immagini — di un villaggio inglese con i suoi orti e le sue fiere locali, con i volti di chi vive ancora come se il tempo si fosse fermato — le ha fatte un uomo che sapeva di avere poco tempo. E le ha fatte lo stesso.

Un villaggio, una mostra, un addio che non si chiama così

Il 27 giugno 2026 ha aperto al Fox Talbot Museum di Lacock Abbey, nel Wiltshire, la mostra Lacock by Martin Parr. Parr era tornato in quel villaggio pochi mesi prima di morire — il 6 dicembre 2025, a 73 anni, per un mieloma che combatteva da maggio 2021. Lacock non era un posto qualunque per lui: ci aveva già fotografato negli anni Ottanta, all’inizio della carriera, quando stava ancora cercando la sua voce. Cinquant’anni dopo, ci è tornato con la stessa macchina fotografica nella stessa direzione, ma con una consapevolezza diversa. Le immagini — patate da premio, spaventapasseri con la testa di cavallo, anziani in fila per il tè — sono quelle che ci si aspetterebbe da Parr. Eppure pesano in modo diverso. Puoi leggere la notizia completa su PetaPixel.

Quello che colpisce non è la qualità. Non è neanche la coerenza stilistica — Parr è rimasto Parr fino alla fine, con quella distanza affettuosa e impietosa che è sempre stata il suo marchio. Quello che colpisce è la scelta. Tornare. Tornare in un posto già fotografato, già vissuto, e ricominciare da lì. Come se la fotografia non fosse un archivio da completare, ma una conversazione da continuare.

Il senso del ritorno

Ho pensato spesso a cosa significhi per un fotografo tornare in un posto già fotografato. Non per rifare le stesse immagini — quella sarebbe nostalgia, e la nostalgia è la trappola in cui cadono i fotografi stancati. Ma per verificare. Per chiedersi se quello che vedevi allora stavi vedendo davvero, o se stavi solo registrando. Parr a Lacock non stava rifacendo le sue foto degli anni Ottanta. Stava guardando lo stesso posto con cinquant’anni di sguardo in più. E la differenza è enorme. La puoi vedere nelle espressioni che sceglie, nella vicinanza ai soggetti, in quel mix di tenerezza e ironia che negli anni Ottanta era ancora una tecnica — e qui invece sembra qualcosa di più vicino a una verità.

Se guardi il mio portfolio di street photography trovi immagini fatte negli stessi posti a distanza di anni. Non le ho rilanciate come progetto — le ho rilanciate come misura. Per capire dove ero e dove sono adesso. Ogni volta che torno in una strada già fotografata, la domanda non è “otterrò un’immagine migliore”. La domanda è “sono io migliore?”

Cosa resta quando il fotografo non c’è più

C’è una tentazione facile, quando muore un fotografo di quella statura: trasformare tutto in tributo. Ogni immagine diventa simbolica. Ogni scelta diventa testamentaria. È un errore. Martin Parr a Lacock non stava scrivendo un addio. Stava fotografando. E questa distinzione — apparentemente sottile — è in realtà la cosa più importante che possiamo imparare da quelle immagini.

Fotografare fino alla fine non significa fare le foto più belle della tua carriera. Non significa trovare la sintesi di tutto quello che hai imparato. Significa continuare a guardare. Significa che la curiosità — quella cosa che ti ha spinto a comprare la prima macchina fotografica — non si è spenta. Parr aveva 73 anni, un’agenda medica piena, e ha deciso di tornare in un villaggio inglese a fotografare una fiera di paese. Non perché dovesse. Perché voleva.

È questa la risposta alla domanda che mi faccio spesso nei miei workshop di street photography: perché continuiamo a fotografare anche quando i risultati sembrano sempre gli stessi, anche quando l’entusiasmo cala, anche quando la vita reale preme da ogni parte? Perché fotografare è un modo di restare in relazione con il mondo. Non con le immagini — con il mondo. Le immagini sono solo la traccia.

La domanda che quelle foto fanno a noi

Guardare Lacock by Martin Parr mi costringe a chiedermi qualcosa che non riguarda Parr. Riguarda me. Riguarda te. Se dovessi tornare in un posto che hai già fotografato — un posto che conosci, che hai già esplorato, di cui pensi di sapere già tutto — cosa cambierebbe? Cosa vedresti che non hai visto la prima volta? E soprattutto: saresti disposto a metterti in quella posizione di incertezza, dove sai già che non troverai quello che ti aspetti?

La fotografia è sempre un atto di ritorno. Torni a guardare il mondo, torni a fidarti dello sguardo, torni alla domanda originale — quella che ti ha fatto mettere l’occhio nel mirino la prima volta. Parr ci ha mostrato che quella domanda non ha una risposta definitiva. Ha solo fotografie nuove, fatte con lo stesso occhio e un’esperienza diversa. Se vuoi ragionare su come si costruisce uno sguardo nel tempo, il percorso sulla fotografia intenzionale è il punto da cui partire.

Le ultime fotografie di Martin Parr a Lacock non sono un testamento. Sono una dimostrazione. Di cosa? Che il fotografo — quello vero, quello che non smette mai — non sta cercando l’immagine perfetta. Sta cercando la prossima ragione per alzare la macchina fotografica. E quella ragione, Parr l’ha trovata fino all’ultimo.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino