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Angelo Rizzuto

Angelo Rizzuto: l’altro Vivian Maier che fotografava Manhattan in solitudine

Angelo Rizzuto street photography è un nome che fino a poco tempo fa non diceva niente a nessuno, eppure parliamo di un uomo che per oltre dodici anni ha attraversato Manhattan ogni pomeriggio con una macchina fotografica, lasciando dietro di sé circa sessantamila immagini di una città che non esiste più. La sua storia è arrivata in superficie con un articolo recente di PetaPixel che lo definisce “l’altro Vivian Maier”, e mi ha colpito per ragioni che vanno molto oltre la curiosità storica.

Angelo Rizzuto street photography è un nome che fino a poco tempo fa non diceva niente a nessuno, eppure parliamo di un uomo che per oltre dodici anni ha attraversato Manhattan ogni pomeriggio con una macchina fotografica, lasciando dietro di sé circa sessantamila immagini di una città che non esiste più. La sua storia è arrivata in superficie con un articolo recente di PetaPixel che lo definisce “l’altro Vivian Maier”, e mi ha colpito per ragioni che vanno molto oltre la curiosità storica.

Rizzuto era un recluso. Nato nel 1906, viveva in una stanza d’affitto nel cuore di Manhattan e ogni giorno alle due del pomeriggio usciva di casa con la sua macchina fotografica, percorreva le strade fino a sera e tornava a sviluppare i negativi. Lo ha fatto dal 1952 fino quasi alla morte nel 1967. Aveva un piano preciso: pubblicare un libro che voleva intitolare Little Old New York. Quel libro non l’ha mai realizzato. Quando è morto di cancro ha lasciato per testamento tutto quello che aveva, fondi della vendita della casa compresi, alla Library of Congress, con l’istruzione esplicita che il suo lavoro venisse pubblicato. Si firmava Anthony Angel, una versione americanizzata del proprio nome, e ha chiesto che l’archivio venisse custodito sotto quel pseudonimo. La Library of Congress ha rispettato la volontà e ha catalogato l’archivio come Anthony Angel Collection, anche se a oggi solo circa millequattrocento immagini sono state digitalizzate sulle decine di migliaia conservate.

Quando leggo storie come questa la prima cosa che mi viene in mente non è l’aneddoto romantico del genio incompreso. È una domanda molto più scomoda: perché continuiamo a scoprire questi autori soltanto da morti? La risposta non è che fossero invisibili a se stessi, perché Rizzuto sapeva benissimo cosa stava facendo. Aveva un progetto, aveva un titolo, aveva un’idea editoriale chiara. Quello che gli mancava era la rete, la voglia o la capacità di mostrare il proprio lavoro mentre era vivo. Vivian Maier ha lasciato i suoi rullini in scatole impolverate finite all’asta. Rizzuto ha fatto qualcosa di più ambizioso, ha cercato di consegnare il suo archivio alla più grande istituzione culturale del paese, ma anche lui ha aspettato l’ultimo respiro per farlo. Per quasi mezzo secolo dopo la sua morte le sue fotografie sono rimaste praticamente invisibili, e solo nel 2001 la Library of Congress ha preso pieno controllo dell’archivio.

C’è una lezione dentro questa vicenda che ogni fotografo che lavora oggi dovrebbe interiorizzare. La street photography è un genere strano, perché chi la pratica spesso confonde la solitudine del gesto con la solitudine del progetto. Camminare da soli per strada con una macchina fotografica è la condizione necessaria per fare buona street photography. Restare soli con il proprio archivio è invece una scelta che ti condanna all’irrilevanza, indipendentemente dalla qualità di quello che stai producendo. Rizzuto produceva immagini straordinarie, secondo i pochi storici che hanno avuto modo di studiarle, ma il suo lavoro è esistito per il pubblico solo dopo che lui non c’era più per goderne. Maier ha avuto la stessa sorte. Saul Leiter è stato riscoperto pienamente solo negli ultimi quindici anni della sua vita, dopo decenni di lavoro silenzioso. Il pattern si ripete con una regolarità che dovrebbe far riflettere.

Quello che mi interessa di Rizzuto non è l’aspetto leggendario. È il dato concreto: sessantamila negativi, dodici anni di lavoro quotidiano e disciplinato, un progetto editoriale chiaro e un finale silenzioso. Se isolo la pratica e la separo dalla biografia, mi trovo davanti a un modello professionale che funziona. Uscire ogni giorno alla stessa ora, percorrere lo stesso terreno, costruire un archivio coerente e profondo, lavorare per accumulazione invece che per occasioni isolate. È esattamente quello che insegno quando parlo di metodo nella fotografia documentaria. La differenza tra un fotografo dilettante e uno serio non è il talento, è la disciplina. E la differenza tra un fotografo serio e uno che lascia un’eredità è la capacità di portare il proprio lavoro fuori dalle scatole prima che siano altri a farlo, cinquant’anni dopo. Il libro Angel’s World: The New York Photographs of Angelo Rizzuto, pubblicato da Norton nel 2006 a cura di Michael Lesy, ha fatto questo lavoro postumo, ma è arrivato con quarant’anni di ritardo rispetto a quando Rizzuto avrebbe potuto vederlo.

Per chi oggi pratica la street photography, questa storia è un richiamo concreto. La fotografia che fai ha bisogno di uscire. Non per vanità, non per follower, non per riconoscimenti immediati. Ha bisogno di uscire perché il lavoro che resta nel cassetto, nel disco rigido, nella scheda di memoria mai svuotata, semplicemente non esiste. Anche se è il migliore lavoro della tua vita. Costruisci un sito, stampa un libro autoprodotto, fai una mostra in uno spazio piccolo, manda le tue serie a un magazine indipendente. Trova un curatore, trova un editor, trova qualcuno che possa accompagnarti. Il merito di un fotografo come Rizzuto è enorme, ma è arrivato in eredità a chi lo ha trovato, non a lui. Se ti riconosci nella pratica solitaria della strada, considera la solitudine come un metodo di lavoro e non come una condizione esistenziale. Per approfondire la stessa tensione tra l’archivio nascosto e il riconoscimento postumo, ho dedicato di recente una riflessione al lato a colori di Elliott Erwitt, autore che ha avuto la fortuna opposta, quella di essere riconosciuto e celebrato in vita ma di vedere emergere solo dopo decenni un capitolo intero del proprio lavoro. Per chi vuole vedere direttamente le immagini di Rizzuto, l’articolo originale di PetaPixel raccoglie una selezione significativa dell’archivio.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino