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bianco e nero o colore

Bianco e nero o colore: la bugia che ci raccontiamo

C’è un gesto che faccio quasi senza pensarci, da anni. Scatto per strada, torno a casa, apro il file e prima ancora di guardarlo davvero porto il cursore della saturazione a zero. Il colore sparisce, e con lui sparisce qualcosa che mi dava fastidio: il rosso troppo acceso di un cartello, il verde acido di una vetrina, il caos cromatico di una città che non chiede il permesso. In quel momento mi sento più bravo. Ma è una sensazione di cui ho imparato a diffidare profondamente.

Una discussione vecchia quanto la fotografia

In questi mesi è tornata a girare una discussione che credevo ormai sepolta. Su The Phoblographer è apparso un pezzo che spiegava perché è così facile innamorarsi della street photography in bianco e nero, e nel giro di poche settimane mezzo internet fotografico si è di nuovo diviso. Da una parte chi giura che il monocromo sia l’unica strada nobile, dall’altra chi lo considera una posa nostalgica. È uno di quei dibattiti che riemergono ciclicamente, come le maree, e ogni volta sembra la prima.

Da una parte ci sono i puristi: per loro togliere il colore significa togliere il rumore, arrivare all’essenza, alla geometria, alla luce pura. Dall’altra ci sono i nomi che hanno fatto la storia proprio con il colore — Joel Meyerowitz, Helen Levitt, Fred Herzog, Harry Gruyaert — gente che non ha mai accettato l’idea che la strada sia autentica solo se priva di tinte. Due chiese, due liturgie, due modi di sentirsi nel giusto. E tu, in mezzo, con la tua macchina in mano e una scelta da fare a ogni singolo scatto.

Ti confesso che per molto tempo sono stato nella prima chiesa, e con una certa arroganza. Il bianco e nero mi sembrava serio, l’unico linguaggio degno di chi voleva davvero dire qualcosa. Poi ho cominciato a sospettare di me stesso. Perché la verità è che spesso non scelgo il monocromo: ci scappo dentro. Quando una foto a colori non funziona, togliere il colore è il modo più rapido per farla sembrare intenzionale anche quando non lo è. È un trucco, e i trucchi si imparano in fretta.

Mi è successo con una foto a cui tenevo. Un uomo fermo sotto la pioggia, un ombrello rosso, una saracinesca. A colori c’era qualcosa che non andava, quel rosso tirava l’occhio nel punto sbagliato e basta. L’ho convertita in bianco e nero e, magia, sembrava una foto migliore. L’ho stampata, l’ho mostrata, ne ero fiero. Mesi dopo l’ho riguardata e ho capito: non l’avevo migliorata, l’avevo solo zittita. Il problema era la composizione, non il colore. Avevo curato il sintomo e archiviato la malattia.

Questo non vuol dire che il bianco e nero sia una scorciatoia in sé. Quando ho costruito il mio percorso sul bianco e nero emozionale l’ho fatto proprio perché credo che il monocromo, quando è una scelta e non un ripiego, sia uno degli strumenti più potenti che abbiamo. Riduce, e riducendo costringe a guardare il gesto, l’ombra, la relazione tra le figure. Toglie la cronaca e lascia il racconto. Ma c’è una differenza enorme tra ridurre per dire di più e ridurre per nascondere.

Il bianco e nero non salva una foto debole. Al massimo la traveste meglio.

Guarda le immagini del mio portfolio di street photography e forse te ne accorgi: quelle che reggono in bianco e nero reggerebbero anche a colori, perché il loro centro non è la mancanza di colore ma la presenza di un’idea. Il monocromo non le tiene in piedi. Le accompagna. È una distinzione sottile, ma una volta che la vedi non riesci più a non vederla, né nelle foto degli altri né, soprattutto, nelle tue.

Cosa togliamo davvero quando togliamo il colore

Allora la domanda vera non è “bianco e nero o colore?”. È un’altra, più scomoda: cosa stai cercando di nascondere quando togli il colore? A volte è solo il caos di una scena mal composta. A volte è la pigrizia di non aver aspettato la luce giusta, di aver scattato un secondo prima del momento. E a volte — questo è il caso più interessante — è la realtà stessa, troppo presente, troppo viva, troppo volgare, che ti mette a disagio e che preferisci addomesticare.

Perché il colore è verità nel senso più letterale: è quello che i tuoi occhi hanno visto in quell’istante. Il bianco e nero è già un’interpretazione, una traduzione, un passo indietro dal mondo. C’è chi sostiene che proprio per questo sia più artistico: l’astrazione sembra più meditata, più voluta. Ma l’astrazione può anche essere una forma elegante di fuga. Allontanarsi dal reale è facile. Restarci dentro, con tutti i suoi verdi sbagliati e i suoi rossi urlati, è molto più difficile e molto più raro.

Pensa a Fred Herzog, che fotografava Vancouver a colori negli anni Cinquanta, quando il colore era considerato roba da cartoline e da pubblicità. Per decenni nessuno lo ha preso sul serio. Oggi quelle immagini ci sembrano più vere, più calde, più vive di tanto austero bianco e nero coevo. Non perché il colore sia superiore, ma perché lui non lo usava per decorare: lo usava per dire la temperatura esatta di una strada, l’ora del giorno, la luce di un’insegna al neon. Il colore, per lui, era informazione. Era racconto. Era coraggio.

E poi c’è una verità che pochi ammettono: la maggior parte delle volte la scelta non è estetica, è emotiva. Una scena ti commuove e tu, senza saperlo, le togli il colore per renderla più solenne, più “importante”, per dichiarare al mondo che lì c’era qualcosa di profondo. È un modo per mettere la cravatta a un’immagine. Ma la profondità non si aggiunge in post-produzione. O c’era nell’istante in cui hai scattato, nello sguardo, nella distanza, nell’attesa, oppure non c’è, e nessun filtro la inventerà al posto tuo.

Nei miei workshop sul bianco e nero ripeto sempre la stessa cosa, e all’inizio spiazza: prima impara a vedere a colori. Impara a comporre quando hai tutto, quando niente ti viene tolto, quando non puoi dare la colpa alla saturazione. Solo dopo, se decidi di rinunciare al colore, quella rinuncia avrà un peso. Sarà una sottrazione consapevole e non una resa mascherata da stile. La differenza, sulla carta, non si vede. Ma c’è, e tu lo sai.

Considera che i grandi del monocromo — Cartier-Bresson, Frank, Klein — non sceglievano il bianco e nero per nostalgia. Era la pellicola del loro tempo, era la condizione data, non un’opzione in un menù a tendina. Noi invece scegliamo, ogni volta, con un click che non costa nulla. E ogni scelta che potremmo evitare e decidiamo comunque di fare dovrebbe dirci qualcosa su di noi. La domanda non è quale resa sia più bella. È quale paura ti porti dietro quando spegni i colori.

C’è poi una trappola ancora più subdola, ed è quella dell’abitudine. A forza di convertire, smetti di vedere il colore mentre scatti. La tua mente lo cancella in anticipo, già davanti alla scena, e così componi per un mondo che non esiste, un mondo già desaturato. Ti perdi gli accostamenti, le rime cromatiche, quel giallo che dialoga con un altro giallo a venti metri di distanza. Diventi cieco a metà della realtà e chiami questa cecità “stile”. Mi è capitato, e me ne sono accorto solo quando un’amica mi ha chiesto perché non fotografassi mai i tramonti.

Non ho una risposta definitiva, e diffido di chi ce l’ha. Continuo a togliere il colore da molte mie immagini, ma ora lo faccio con un’altra coscienza: mi chiedo sempre se sto rivelando qualcosa o se sto soltanto coprendo. È una piccola differenza interiore, invisibile a chiunque guardi la foto. Eppure cambia tutto, perché cambia il motivo per cui ho premuto quel cursore.

Da quando me ne sono accorto, ho imparato a fare una cosa semplice e scomoda: tengo le mie foto a colori più a lungo prima di decidere. Le lascio respirare. Resisto alla tentazione di convertirle subito, perché quella tentazione, ormai lo so, è quasi sempre una fuga travestita da gusto. Solo dopo giorni, a volte settimane, mi chiedo se quella foto ha davvero bisogno di perdere il colore per dire ciò che vuole dire. Le poche volte in cui la risposta è sì, allora il bianco e nero diventa una scelta vera, e si sente.

Forse è questo il punto di ogni vera riflessione sulla fotografia: gli strumenti non ci assolvono mai. Il bianco e nero non ti rende profondo, il colore non ti rende coraggioso. Sei tu, davanti alla scena, che decidi cosa vuoi che resti e cosa sei disposto a lasciar perdere. E quella decisione la prendi prima ancora di toccare la saturazione, prima ancora di alzare la macchina. La prendi nel modo in cui hai imparato a guardare il mondo, e nel coraggio che hai di lasciarlo entrare così com’è.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino