Fotografare ciò che sei: Rene Matić, il Deutsche Börse 2026 e la domanda sull’identità
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C’è un momento, in alcune fotografie, in cui smetti di guardare il soggetto e cominci a sentirti guardato da lui. Non è magia. È identità. È qualcosa di preciso che il fotografo ha messo nell’immagine — non davanti all’obiettivo, ma dietro. Rene Matić, fotografo britannico, ha vinto il Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2026 con un’installazione che si chiama Feelings Wheel. Fotografie incorniciate nel vetro, un pezzo sonoro, e una domanda che rimane nell’aria molto dopo che hai lasciato la galleria: cosa succede quando smetti di fotografare il mondo e cominci a fotografare te stesso?
Il pretesto: un premio, un’opera, una domanda che non ti aspetti
Il Deutsche Börse Photography Foundation Prize è uno dei riconoscimenti più autorevoli per la fotografia contemporanea europea. Quest’anno l’ha vinto Rene Matić — classe 1997, britannico, con radici che attraversano culture, generi, appartenenze diverse — con Feelings Wheel, un’opera in cui serie fotografiche e audio si intrecciano in un’installazione esposta fino al 7 giugno alla The Photographers’ Gallery di Londra. In shortlist c’erano anche Jane Evelyn Atwood, Weronika Gęsicka e Amak Mahmoodian. Nomi che da soli raccontano quanto la fotografia contemporanea stia guardando dentro piuttosto che fuori — non verso il mondo da catturare, ma verso il soggetto da comprendere.
La notizia in sé dura un giorno. Quello che dura è la domanda che questa fotografia pone. Matić non documenta. Non racconta storie altrui. Costruisce immagini in cui l’identità non è un dato da registrare ma un territorio da esplorare — con il corpo, con la memoria, con la vulnerabilità di chi sceglie di stare davanti all’obiettivo sapendo esattamente cosa sta facendo. Puoi leggere la notizia su BJP Online e passare oltre. Oppure puoi fermarti un secondo e chiederti cosa fotograferesti tu, se fotografassi davvero ciò che sei.
Cosa significa fotografare la propria identità — e perché riguarda anche te
Ti confesso che quando ho sentito parlare di questo premio la prima volta, ho avuto la reazione sbagliata. Ho pensato: fotografia concettuale, installazione, arte contemporanea. Roba lontana dalla strada, dalla vita vissuta, dall’istante che conosco. Poi ho visto le immagini. E ho riconosciuto qualcosa che conosco benissimo: la tensione tra ciò che sei e ciò che mostri. Quella tensione è il cuore di ogni scatto, che tu stia in strada a Napoli o in una galleria a Londra.
Matić lavora sull’appartenenza — razziale, culturale, di genere. Ma il meccanismo fotografico che usa è universale. Sceglie cosa mettere in cornice. Decide cosa lasciare nell’ombra. Costruisce un’identità attraverso l’immagine anziché nonostante essa. È esattamente quello che facciamo tutti quando premiamo il pulsante di scatto — anche quando fotografiamo stranieri per strada, anche quando lavoriamo sul bianco e nero, anche quando inseguiamo la luce perfetta alle sei di mattina. Ogni fotografia è una dichiarazione di identità. Non del soggetto. Del fotografo. Nei ritratti dei grandi fotografi della storia puoi riconoscere questa firma — quella firma è l’unica cosa che non si impara sui manuali.
La domanda che Matić pone — cosa sei, davvero, attraverso le tue immagini? — è scomoda perché non ha risposta tecnica. Non si risolve con un obiettivo migliore o con la giusta apertura di diaframma. Si affronta solo stando dentro la propria fotografia, accettando che ogni scatto riveli qualcosa di te che magari non sapevi di voler mostrare.
Pensa a questo: quante volte hai scelto un soggetto perché sentivi che ti rappresentava — senza riuscire a spiegare esattamente perché? Quella sensazione ha un nome. Si chiama identità fotografica. Non è uno stile. È qualcosa di più profondo, che precede lo stile e lo determina. È il motivo per cui due fotografi con la stessa macchina, nello stesso posto, alla stessa ora, tornano a casa con immagini completamente diverse. Lavorare su questo — capire cosa vedi e perché lo vedi in quel modo — è quello che intendo quando parlo di fotografia intenzionale: non tecnica, ma consapevolezza.
Weronika Gęsicka, altra fotografa in shortlist, lavora su memoria e immagini trovate. Amak Mahmoodian su archivi e storia collettiva. Jane Evelyn Atwood su marginalità e corpi invisibili. Quattro linguaggi diversi, una radice comune: la fotografia come strumento di definizione del sé, non come registrazione del mondo. Non è una tendenza dell’arte contemporanea. È il nucleo di ogni fotografia seria — quello che separa chi scatta per riempire un hard disk da chi scatta perché non può farne a meno.
Me lo chiedo spesso, quando guardo indietro alle mie fotografie degli ultimi anni: cosa raccontano di me, non dei luoghi o delle persone che ho fotografato? La risposta è sempre più precisa di quanto mi aspetti. E spesso un po’ scomoda. Quella scomodità è il segno che stai fotografando davvero. Le tue riflessioni fotografiche più oneste nascono lì — nel momento in cui la fotografia smette di essere uno strumento e diventa uno specchio.
Rene Matić ha trent’anni. Ha già trovato una risposta alla domanda che la fotografia gli pone. Non so se la risposta cambierà — probabilmente sì, come cambia per tutti. Ma il fatto che se la stia ponendo, e che la risposta arrivi attraverso le immagini, è esattamente il punto. Non devi vincere un premio per farlo. Devi solo smettere di fotografare quello che vedi e cominciare a fotografare quello che sei.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.