Sam Ferris e la luce di Sydney: quando la strada diventa cinema
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C’è un momento, in strada, in cui smetti di inseguire le cose. Non lo decidi. Semplicemente te ne accorgi dopo — quando guardi la foto e vedi che qualcosa si è posizionato esattamente dove doveva stare. La luce che rimbalza su una parete di vetro. Una figura che attraversa quell’angolo di luce come se l’avessi convocata. Il palazzo sullo sfondo che crea un secondo mondo nel primo. In quel momento hai fatto qualcosa che assomiglia più al cinema che alla fotografia. E forse, senza saperlo, era quello che cercavi fin dall’inizio.
Il pretesto: un australiano che guarda la città come un regista
Sam Ferris, fotografo nato a Melbourne nel 1985 e da anni attivo per le strade di Sydney, è uno di quegli autori che non si nota subito. Non ha la notorietà di un Winogrand o di un Frank. Ma chi lo conosce, difficilmente lo dimentica. Le sue immagini — pubblicate su LensCulture, incluse in volumi come Reclaim the Street per Thames & Hudson e 100 Great Street Photographs per Prestel — hanno una qualità strana, difficile da mettere a fuoco. Cinematografica, si dice. Ma la parola è abusata, e non basta.
Quello che Ferris fa è qualcosa di più preciso: aspetta che la luce dorata del tardo pomeriggio rimbalzi sulle pareti di vetro e acciaio del centro di Sydney, e trasforma quell’effetto in una scena. Non cattura il momento. Lo costruisce nell’attesa. Ha pubblicato due monografie — In Visible Light (2020) e Rain Rain Go (2024) — e ora fa parte della giuria dei LensCulture Street Photography Awards 2026, uno dei concorsi internazionali più seguiti nel settore. Il fatto in sé potrebbe sembrare marginale. Ma il modo in cui Ferris lavora apre una domanda che riguarda chiunque tenga una macchina fotografica in mano per strada.
Cosa fa esattamente Ferris che gli altri non fanno?
Non è la tecnica. O meglio, non solo. Ferris ha dichiarato in più interviste di lavorare quasi sempre con luce naturale, senza modificare le scene, senza allestire nulla. Eppure le sue fotografie sembrano costruite. C’è una ragione: prima di scattare, lui vede. Vede dove andrà la luce fra dieci minuti. Vede quale angolo del marciapiede diventerà un fondale cinematografico quando il sole si sposta. E aspetta lì. Come un regista che ha scelto la location e ora aspetta che gli attori arrivino da soli. Questa è la differenza. Non l’occhio veloce del cacciatore di momenti, ma la pazienza lenta di chi ha già deciso la scena.
Guardando il suo lavoro — e pensando a come questo approccio possa cambiare il modo in cui anch’io esco a fotografare — mi viene in mente una distinzione che raramente si fa esplicitamente. Nella street photography esiste una corrente che parte dal presupposto che il fotografo debba reagire: essere sempre in movimento, sempre pronto, sempre in attesa del momento decisivo. È la linea che da Cartier-Bresson arriva fino ai nostri giorni. E poi c’è un’altra corrente, meno nominata, che invece costruisce il contesto prima che il soggetto arrivi. Non in senso posato o artificioso. Ma nel senso che il fotografo sceglie dove stare, studia la luce, identifica lo spazio che diventerà la scena — e poi aspetta che la vita lo riempia. Ferris appartiene decisamente alla seconda tradizione. Il suo portfolio di street photography ne è la dimostrazione concreta: ogni immagine respira di uno spazio già pensato, non di un riflesso istintivo.
Quello che trovo più interessante del suo lavoro non è la qualità tecnica — indubitabile — ma l’atteggiamento mentale che rivela. Uscire a fotografare con l’idea di cercare la scena invece di inseguire il momento cambia tutto. Cambia dove vai, cambia quanto tempo ci stai, cambia come torni a casa. E cambia anche cosa vedi — perché quando sei in modalità “caccia”, i tuoi occhi sono sempre in movimento. Quando sei in modalità “attesa costruttiva”, cominci a vedere lo spazio tra le cose. La qualità della luce su quel muro. Come cambierà tra venti minuti. Chi potrebbe passare da lì. Questo non è solo un approccio tecnico: è una postura mentale completamente diversa nei confronti della fotografia come racconto.
La domanda che rimane aperta: stiamo fotografando o dirigendo?
E qui arriva la tensione che trovo produttiva. Perché se è vero che l’approccio di Ferris produce immagini bellissime — e lo è — è anche vero che introduce una domanda scomoda: a che punto finisce la fotografia di strada e inizia la messa in scena? Non nel senso banale di “stai imbrogliando” — Ferris non sposta nulla, non chiede alle persone di muoversi, non altera la realtà. Ma nel senso più sottile: quando scegli la tua scena con tanta precisione, quando aspetti che la luce sia esattamente quella, quando sai già com’è la foto prima che qualcuno ci entri dentro — stai ancora fotografando la strada, o stai dirigendo un film in cui la strada è il set?
Non è una critica. È una distinzione che vale la pena fare, perché cambia il modo in cui ti relazioni con quello che fai. Se sei un fotografo di strada nel senso tradizionale, la tua forza sta nel riflesso, nell’essere nel posto giusto al momento giusto, nel non controllare. Se sei un fotografo cinematografico nel senso di Ferris, la tua forza sta nella visione preventiva, nel capire prima degli altri dove sarà la bellezza. Entrambe sono posture legittime. Ma non sono la stessa cosa. E confonderle — o non scegliere esplicitamente — produce spesso fotografie che non appartengono a nessuna delle due.
Ti confesso che lavorando alla mia serie NapoliVelata ho vissuto esattamente questa tensione. C’erano momenti in cui sapevo già dove sarebbe stata la luce, dove mi sarei messo, cosa volevo che succedesse. E c’erano momenti in cui correvo dietro a qualcosa che stava già sfuggendo. I risultati erano diversi — non migliori o peggiori, semplicemente diversi. E solo a posteriori, guardando le stampe, ho capito quali immagini venivano da quale modalità. Non è qualcosa che si decide in strada. È qualcosa che si capisce riguardando.
Quello che Ferris insegna — anche senza volerlo insegnare, perché lui semplicemente fotografa — è che avere una visione cinematografica non significa avere un set. Significa avere una pazienza diversa. Significa tornare nello stesso posto più volte. Significa studiare la luce non come tecnico ma come pittore — capire come cambia, dove va, cosa rivela che prima era nascosto. Significa smettere di muoversi come predatori e cominciare a stare fermi come fotografi intenzionali. La differenza tra cercare e attendere, tra reagire e costruire, tra sorprendere e anticipare: questo è il nucleo del suo approccio. E questa è la domanda che lascia aperta chiunque guardi il suo lavoro con attenzione.
Non ho una risposta definitiva su quale sia la strada giusta. Anzi, sono convinto che la risposta giusta non esista. Esistono approcci diversi che rispondono a visioni diverse. Ma la domanda — stai cacciando o stai costruendo? stai reagendo o stai aspettando? — è una di quelle che vale la pena portarsi dietro ogni volta che esci con la macchina. Perché la risposta cambia quello che vedi. E quello che vedi cambia tutto il resto.
AUTORE DELL’ARTICOLO
FRANCESCO VEROLINO
Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.
Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.