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fotografia documentaria di comunità

Se nessuno ti fotografa, diventi un fantasma

C’è un momento — non lo vedi mai in anticipo — in cui ti rendi conto che stai fotografando non per te, ma per qualcun altro. Per le persone che sono nella scena. Per la città che hai davanti. Io ci sono arrivato tardi, e ci sono arrivato attraverso una frase letta di passaggio, scritta da un fotografo americano che vive in un posto che la maggior parte delle persone non troverebbe mai su una mappa. Una frase semplice, quasi ingenua. Che mi è rimasta addosso per settimane.

Il fotografo che non poteva smettere di guardare

Richard Sitler è un fotoreporter che ha lavorato tutta la vita per piccoli giornali locali nel Midwest americano. Poi i giornali hanno chiuso, uno dopo l’altro, come succede da vent’anni negli Stati Uniti — cinquanta milioni di americani, secondo una ricerca della Northwestern University, non hanno più accesso a una fonte affidabile di notizie locali. Sitler si è ritrovato senza un giornale su cui pubblicare, ma ha continuato a fotografare la sua città: Knightstown, Indiana, poco più di duemila anime, una palestra resa famosa dal film Hoosiers del 1986.

Si è autodichiarato “Photographer IN Residence”. Tre volte a settimana pubblica foto e storie sulla sua pagina Facebook: la bambina sul bob durante la prima nevicata, la partita di basket del liceo, l’incendio sulla N. Washington Street. In sessanta giorni, cinquantasettamila visualizzazioni. Ma non è il numero a colpire. È quello che ha detto quando gli hanno chiesto perché lo fa: “Se nessuno registra i momenti quotidiani, le persone diventano fantasmi, come se le loro vite non fossero importanti”.

La frase non mi ha lasciato dormire. Ed è una frase che, se ci pensi davvero, cambia il modo in cui tieni la macchina fotografica in mano.

Cosa stai davvero dicendo quando scatti

Ci penso ogni volta che esco a fotografare. Chi sto guardando? Chi sto scegliendo di fermare nel tempo, e chi sto ignorando? La street photography — quella che faccio io, quella che insegno — viene spesso raccontata come una pratica estetica. Geometrie, luce, attimi, strati sovrapposti. Ed è tutto vero. Ma c’è qualcosa sotto, che non diciamo abbastanza.

Quando scegli di fotografare una persona, stai dicendo che quella persona esiste. Stai dicendo che il momento in cui si trova merita di essere ricordato. Stai dicendo: questo è reale, e io ne sono testimone. È un atto minuscolo — uno scatto, una frazione di secondo — ma ha un peso morale che spesso sottovalutiamo. Sitler fotografa la gente comune di una piccola città americana perché altrimenti nessuno lo farebbe. Il giornale ha chiuso. I fotografi di moda non passano da Knightstown. I galleristi di New York non si interessano alle bambine che slittano al Sunset Park. Ma quelle bambine esistono. Loro padre esiste. Il farmacista Bill Sitler, che giocava a basket in quella palestra dal 1946 al 1949, esisteva. E ora c’è una foto che lo prova.

In tanti anni di workshop di street photography, una delle domande che ritorna più spesso è questa: “Ma a chi importa quello che fotografo io?” È la domanda più onesta che puoi farti. E la risposta di Sitler — anche se lui non la dice così — è semplice: importa alle persone che stai fotografando. Importa a loro, prima che a qualsiasi altro pubblico.

Fotografare per te o fotografare per gli altri

Ecco la tensione vera: non si tratta di scegliere tra arte e documentazione. Si tratta di capire che ogni scatto è un atto di selezione. Decidi cosa entra nell’inquadratura e cosa rimane fuori. Decidi chi diventa storia e chi resta ombra. Decidi, ogni volta, chi merita di essere visto.

L’artista puro fotografa per sé: il mondo è materia, la luce è strumento, le persone sono forme. Non c’è niente di sbagliato in questo — alcune delle fotografie più potenti della storia sono nate da uno sguardo radicalmente soggettivo. Ma c’è un’altra tradizione, altrettanto antica e altrettanto nobile, che dice che fotografare è stare accanto. È testimoniare. È fermare qualcosa che altrimenti scomparirebbe senza lasciare traccia. Sitler lavora nella seconda tradizione. E quello che mi ha colpito della sua storia non è tanto il gesto in sé — un fotografo che documenta la sua comunità — ma la consapevolezza del perché lo fa.

La prossimità come responsabilità

Quando ho cominciato a fare fotografia documentaria sul serio — anni prima di dedicarmi completamente alla street — ho capito che la macchina fotografica non è uno strumento neutro. Ogni volta che la punti su qualcosa, stai dicendo qualcosa su quel qualcosa. Stai attribuendo valore. Stai scegliendo chi entra nella storia e chi resta fuori. E questa scelta, fatta migliaia di volte nel corso di una vita fotografica, costruisce un archivio. Un’idea del mondo. Una visione di ciò che conta.

Fotografiamo le grandi città, i quartieri “interessanti”, le persone che hanno qualcosa di visivamente distintivo. E le piccole città del Midwest americano? Le periferie industriali? I paesi di montagna dove non succede nulla di fotogenico? Chi li fotografa? Chi si preoccupa di fermare il momento in cui una bambina vola giù da un pendio innevato mentre suo padre guarda, e pensa: anch’io ho fatto la stessa cosa quarant’anni fa su quel colle?

Nel lavoro sullo storytelling e street photography insisto su un concetto che all’inizio sembra banale ma poi non lo è: fotografa quello che conosci. Non perché il resto non sia degno, ma perché la prossimità crea responsabilità. Quando conosci un luogo davvero — quando ci sei cresciuto, o ci hai vissuto abbastanza a lungo da sapere il nome del fornaio e la storia del palazzo all’angolo — non lo stai solo guardando: lo stai custodendo. Sitler conosce Knightstown nel midollo. Suo padre ci ha giocato a basket. Lui ci ha fatto le elementari. Quella conoscenza non è un dettaglio biografico — è la condizione che rende le sue fotografie qualcosa di più di documentazione. Le rende cura.

Ed è proprio qui che la fotografia documentaria di comunità diventa più sovversiva di quanto sembri. Non perché sfida le istituzioni o i poteri forti, ma perché sfida la nostra tendenza a fotografare solo ciò che è già riconosciuto come importante. Sfida l’idea che valga la pena fermare nel tempo soltanto ciò che qualcun altro ha già deciso essere degno di uno sguardo.

Ti lascio con una domanda che mi faccio spesso, e che non ho ancora risposto del tutto: c’è un luogo che conosci abbastanza da poterlo fotografare davvero? Non visitare, non passare. Conoscere. Un posto dove potresti diventare il testimone di qualcosa che altrimenti diventerebbe fantasma? Potrebbe essere il tuo quartiere. Potrebbe essere la città dove sei cresciuto. Potrebbe essere anche il volto di qualcuno che vedi ogni giorno e non hai mai fermato nel tempo. Su queste domande torno spesso nelle mie riflessioni fotografiche. Perché la macchina fotografica è uno strumento. Ma il fotografo — quello vero — è qualcuno che decide che certe cose meritano di essere viste.

AUTORE DELL’ARTICOLO

FRANCESCO VEROLINO

Fotografo e divulgatore. Esploro il linguaggio della street photography e della narrazione documentaria tra le strade di Napoli, Londra e ovunque ci sia una storia da raccontare.

Attraverso il mio canale YouTube, condivido riflessioni, analisi dei grandi maestri e tecnica fotografica con l’obiettivo di aiutare altri appassionati a educare il proprio sguardo.

Francesco Verolino